Vogliamo “aiutarli a casa loro”? Prendiamo esempio dall’alleanza del Pacifico tra Usa, Austrialia e Giappone

Si chiama Trilateral Partnership, ed è un accordo per sostenere lo sviluppo nell'area pacifica: una mossa in chiave anti-cinese, certo. Ma che i Paesi europei dovrebbero prendere ad esempio, per l’area subsahariana. Italia in primis

Trilateral Partnership Linkiesta

Yong Teck Lim / POOL / AFP

7 Agosto Ago 2018 0700 07 agosto 2018 7 Agosto 2018 - 07:00

Per certi versi, almeno in politica estera, la presidenza Trump si muove in continuità con quella del predecessore Obama, magari semplicemente in modo più esplicito. Già infatti Obama aveva chiesto agli europei di contribuire maggiormente alla NATO e di impegnarsi di più in missioni vicine al Vecchio Continente. Allo stesso modo da alcuni anni era stato iniziato un dialogo trilaterale tra Giappone, Australia e USA per questioni inizialmente legate principalmente alla difesa.

La settimana scorsa è stato però annunciato un programma di investimenti infrastrutturali guidato dai tre Paesi per aiutare lo sviluppo dell’area pacifica e, ovviamente, contrastare la crescente influenza cinese, soprattutto a livello economico. Abbiamo visto in un precedente articolo come la Cina stia cercando di occupare alcuni spazi lasciati liberi dagli USA in Medio Oriente e Africa Orientale: ovviamente lo stesso avviene nell’area più vicina a Pechino e i vicini più prossimi all’occidente per motivi politici, come Australia e Giappone, si stanno preoccupando.

Al contrario degli europei, che per lo più stanno a guardare e pensano a fenomeni marginali, nell’asse pacifico le cose stanno cambiando: gli alleati degli USA e gli USA stessi hanno infatti capito che Pechino basa il suo successo sugli investimenti che effettua in Paesi strategici per motivi commerciali o di risorse. Allo stesso tempo, il “vizio” principale della Cina è quello di utilizzare principalmente aziende cinesi e manodopera cinese per questi progetti.

Leggendo il comunicato della Trlateral partnership (segnatevi il nome: ne sentirete parlare), è invece chiaro che si cerca di contrastare la Cina sfruttando il suo punto debole, ovvero la scarsa ricaduta dei suoi investimenti a livello locale. C’è però una caratteristica che rende attraenti gli investimenti cinesi per i Paesi emergenti: Pechino fa pochissime domande su questioni di diritti umani, corruzione etc., al contrario dei paesi occidentali. Andrà visto se la possibilità di maggiori ricadute locali potrà contrastare questo aspetto, assicurando il successo dell’iniziativa.

La speranza è che l’idea di cui sentiamo parlare da tempo in Europa di un “piano Marshall per l’Africa” abbia un’impostazione simile a quella della Trilateral Partnership nel Pacifico, per contrastare altre influenze che non permettono agli europei di controllare l’area a loro vicina, con conseguenze ovvie come un’immigrazione che crea enormi problemi politici e meno ovvie come il presidio dei canali di fornitura dell’energia, che arrivano soprattutto da est e da sud

C’è anche la questione risorse: la Cina non ne ho più molte a disposizione per assicurare supporto a progetti grandiosi all’estero, proprio come la Russia, che però utilizza le proprie disponibilità, anche a livello militare, in modo parsimonioso. A proposito di questioni militari, Cina e Russia si sono inventate le grandi manovre militari a scopo pubblicitario per vendere armi a mezzo mondo. Stanno infatti per iniziare simulazioni di attacchi che serviranno a far vedere e toccare con mano agli eserciti internazionali potenza e affidabilità delle armi prodotte da Mosca e Pechino, aumentando così il potenziale di export in questo settore, sempre più sotto la lente in Occidente.

Insomma, ci sono chiaramente potenze emergenti che stanno approfittandosi da una parte del disimpegno strategico americano in alcune zone del mondo, iniziato già da Obama e portato avanti adesso da Trump, e dall’altra di movimenti di opinione pubblica che, partendo da ottime intenzioni, rischiano di consegnare a regimi non certo democratici influenza sempre maggiore. La speranza è che l’idea di cui sentiamo parlare da tempo in Europa di un “piano Marshall per l’Africa” abbia un’impostazione simile a quella della Trilateral Partnership nel Pacifico, ovvero contrastare altre influenze che non permettono agli europei di controllare l’area a loro vicina, con conseguenze ovvie come un’immigrazione che crea enormi problemi politici e meno ovvie come l’essere potenzialmente circondati per quanto riguarda le forniture di energia, che arrivano soprattutto da est e da sud.

A proposito di immigrazione, esiste al momento un’opportunità di cui non molti si sono accorti: tutti i Paesi del Mediterraneo, compresi quelli dalle sponda sud, stanno subendo il passaggio di popolazioni che cercano di raggiungere il centro e nord Europa. Non pare di ricordare un momento da secoli nel quale tutti i Paesi mediterranei avevano un problema comune. Il governo Conte potrebbe dimostrare di aver letto i segni del tempo facendosi promotore di iniziative comuni che cerchino di contrastare il fenomeno alla radice, spostando addirittura i confini del problema ai margini del deserto africano, considerato soprattutto che a Sud del Sahara l’Italia è vista molto meglio di altre potenze europee, che invece hanno lasciato ricordi infelici.

Una mossa del genere riporterebbe l’Italia al centro della diplomazia internazionale a livello europeo, costringendo anche i partner a Bruxelles a prenderci più sul serio e consegnandoci il posto che ci spetta di diritto ai tavoli che contano. Saremo in grado di galvanizzare le non poche risorse di buona immagine che abbiamo in Africa con quelle, anche se minori, che abbiamo in Europa e in USA per un’operazione del genere? Roma, se c’è, su questo tema deve battere un colpo, e farlo alla svelta. Altrimenti il disimpegno degli USA e lo spostamento dell’asse mondiale verso il Pacifico ci renderà tutti più deboli.

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