9 Agosto Ago 2018 0810 09 agosto 2018

Piantiamola con la retorica delle valigie di cartone: l’Italia è ancora un Paese di migranti, oggi più che mai

Ogni anno, nell’anniversario della tragedia di Marcinelle, arriva il politico di turno che ci invita a ricordarci dei nostri nonni migranti. Errore: pensiamo ai nostri figli, piuttosto, il cui futuro, mai come oggi, è fuori dall’Italia. Chi vuole chiudere le frontiere fa un danno soprattutto a loro

Colosseo Quadrato Linkiesta
ANDREAS SOLARO / AFP

«Non dimentichiamo che i nostri padri e nonni erano migranti». Ogni anno così, sempre uguale. Arriva l’8 agosto, anniversario della tragedia di Marcinelle, in Belgio, nel 1956, in cui persero la vita 262 minatori di cui 136 immigrati italiani. E ogni anno - lo scorso anno il presidente Mattarella, quest’anno il ministro degli esteri Moavero Milanesi - arriva la ramanzina retorica sul nostro passato di migranti e sulle valigie di cartone dei nostri nonni. Seguito, puntuale come un selfie di Salvini, dalle risposte piccate dei nostri paladini delle frontiere chiuse, a partire dal leader leghista, per continuare col suo nuovo sodale Luigi Di Maio, secondo cui (sic!) «Marcinelle insegna che non bisognerebbe migrare dall’Italia».

Tocca dare una notizia a tutti, insomma. Che forse sarebbe il caso di piantarla con la retorica delle valigie di cartone e dei nonni in fila a Ellis Island, caro Moavero. E forse sarebbe il caso di piantarla con le sindromi da nazione invasa, cari Salvini e Di Maio. Perché siamo ancora - oggi, nel 2018 - una nazione di migranti. Perché più che ai nostri padri e ai nostri nonni dovremmo guardare ai nostri figli, che continuano imperterriti ad andare a cercare fortuna e opportunità altrove, come nell’ottocento e come negli anni cinquanta. E perché forse guardare a loro, anziché a un passato tanto romantico quanto lontano, aiuterebbe meglio a capire quanto i fenomeni migratori siano il cuore dello spirito del tempo e quanto le frontiere siano un freno allo sviluppo economico, sociale e umano, anziché un feticcio ottocentesco da difendere con le picche e le alabarde.

Eccoci al punto, cari Moavero, Salvini e Di Maio. Che dalle valigie di cartone ai trolley di plastica colorata è cambiato ben poco. Che ieri come oggi il benessere dei nostri connazionali si fonda sulle occasioni che vanno a cercarsi altrove. Che ieri come oggi siamo una terra da cui si parte, più che una terra in cui si arriva. Che ieri come oggi dovremmo ricordarcelo, che per ogni anima che mette il suo piede sulla nostra penisola ci sono cinque nostri connazionali, a spanne, che mettono i loro piedi in terra straniera. Che se si chiudono le frontiere e si alzano i muri saremmo tra i primi a subirne il danno

Diamo qualche numero, tanto per cominciare. Ad esempio, lo sapevate, cari Moavero, Salvini e Di Maio, che un abitante su cinque dell’Unione Europea vorrebbe migrare da dove vive, sette punti in più rispetto alla media globale? Lo dice una ricerca del World Economic Forum dello scorso anno, secondo la quale, curiosamente, noi europei siamo propensi a lasciare il nostro Paese per cercare un futuro migliore tanto quanto gli africani e i mediorientali devastati da guerre e carestie.

La seconda notizia è che in questa Europa piena di gente con la valigia in mano, noi italiani siamo ancora oggi i più migranti di tutti, anche se adesso fa figo dire expat. Avevano fatto clamore, lo scorso anno, i dati del rapporto Migrantes, che raccontavano di 114.512 gli italiani che si erano trasferiti all’estero nel 2016, contro gli 84.560 nel 2015, i 73.415 del 2014, e i 37.129 nel 2009. E sono sempre i dati del rapporto Migrantes a raccontarci come il numero degli italiani stabilmente residenti all'estero abbia superato da un pezzo la soglia-simbolo dei cinque milioni, con un incremento del 60 per cento negli ultimi dieci anni. E che la fascia d'età tra i 18 e i 34 anni sia quella in più rapido incremento, con un balzo del 23 per cento tra il 2016 e il 2017. La diciamo ancora meglio: stiamo parlando di un Paese, l’Italia, da cui emigra più gente di quanta ne emigri dal Messico o dall’Afghanistan. Ogni cento migranti nel mondo, 2,5 sono italiani.

Eccoci al punto, cari Moavero, Salvini e Di Maio. Che dalle valigie di cartone ai trolley di plastica colorata è cambiato ben poco. Che ieri come oggi il benessere dei nostri connazionali si fonda sulle occasioni che vanno a cercarsi altrove. Che ieri come oggi siamo una terra da cui si parte, più che una terra in cui si arriva. Che ieri come oggi dovremmo ricordarcelo, che per ogni anima che mette il suo piede sulla nostra penisola ci sono cinque nostri connazionali, a spanne, che mettono i loro piedi in terra straniera. Che se si chiudono le frontiere e si alzano i muri saremmo tra i primi a subirne il danno. Che forse non saremo un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori e di scienziati e navigatori. Ma di sicuro siamo un popolo di trasmigratori. E se fossimo coerenti con noi stessi dovremmo difendere e promuovere il diritto a trasmigrare, a cercare fortuna altrove, come un pezzo pregiato della nostra identità italica, che di questa disseminazione su scala globale ha tratto infiniti benefici (come credete che sia diventato il cibo più popolare del mondo, la pizza?). Che, in fondo, non c'è nulla di più stupido di un popolo di trasmigratori che vuole le frontiere chiuse. Pensiamoci, che al prossimo discorso di Marcinelle mancano solo 364 giorni.

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