9 Agosto Ago 2018 0700 09 agosto 2018

Sono stufo della gente stufa

«Avete rotto i coglioni», così un controllore di Trenord, il trasporto ferroviario lombardo, apostrofa stranieri e rom presenti sul suo treno. Tre quarti dell'emiciclo plaude. Eppure è di questa aquiescenza alla maggioranza che dovremmo liberarci

Salvini Rosario Linkiesta
MIGUEL MEDINA / AFP

«I passeggeri sono pregati di non dare monete ai molestatori. Scendete perché avete rotto. E nemmeno agli zingari: scendete alla prossima fermata, perché avete rotto i coglioni»: la bile unta dei piccoli vigliacchetti odiatori seriali questa volta non si è sparsa su qualche bacheca Facebook ma ha risuonato splendida negli altoparlanti del treno 2653 partito da Milano in direzione Cremona-Mantova. La voce sarebbe quella della capotreno, dipendente Trenord, che avrebbe pensato bene di dare sfogo alle proprie interiora con un messaggio nella sua veste di pubblico ufficiale scambiando il convoglio per il confessionale delle trasmissioni trash su cui si acculturano troppi italiani stanchi.

Ci si aspetterebbe che lo strabordante sfogo accenda qualche rimbrotto, un richiamo di quelli che si scrivono ai dipendenti dalle troppe pause caffè e invece la capotreno, di cui a oggi ci è sconosciuto il nome, improvvisamente assurge a eroe dei nostri tempi, novella paladina dell’esasperazione italica, alta incarnazione della gente stufa. “La gente è stufa! Ha fatto bene!”, scrivono i malpensanti ammantati dalla maggioranza chimica degli accordi post elettorali. Anzi: “ha detto quello che pensano milioni di italiani!”, esultano in coro, contenti di avere trovato anche oggi un altro uomo qualunque (anche se donna) che anche oggi conferma il diritto di digrignare rabbiosamente i denti. Poi, quasi scontato, arriva anche l’abbraccio del ministro Salvini, quotidiano rabdomante dello sterco sulle cronache locali. Dicono, ultimamente un po’ dappertutto, che la gente abbia il diritto di essere stufa e quindi esasperata nei toni, nelle reazioni, nel calpestio delle regole e delle buone maniere.

Anch’io sono stufo. Sono stufo della gente stufa. E siccome questo tempo mi dice che ne ho il diritto allora mi piacerebbe scriverle, due cose.

Rivendico il diritto di non tollerare gli intolleranti, ad esempio, di non sentirli miei concittadini, di sperare che l’unica vera secessione avvenga tra me e chi ha avuto bisogno di trovare un uomo forte che organizzasse il loro odio e lo rendesse lecito perché da soli non avrebbero nemmeno il coraggio di bestemmiarsi addosso davanti allo specchio. Rivendico il diritto di essere stufo di coloro che solo da rabbiosi riescono a sentirsi vivi. Come scrisse nella seconda metà del ‘600 Jean de La Bruyère (poiché gli odiatori sono banali e scontati da secoli) “parlare e offendere per certuni è precisamente la stessa cosa. Sono pungenti e amari; il loro stile è misto fiele e assenzio: lo scherno, l’ingiuria, l’insulto sbavano dalle loro labbra come saliva. Sarebbe utile per loro essere nati muti o imbecilli: quel tanto di vivacità e arguzia che hanno nuoce loro più di quanto non riesca a nuocere a qualcun altro la stupidità”.

La gente stufa sono quelli che non hanno il coraggio di chiamare con il suo nome la vendetta: ce la propongono come la naturale conseguenza di un mondo giudicato in base ai propri pregiudizi e si illudono di fare la rivoluzione chiamando cambiamento la legge del taglione

Sono anche esasperato dagli esasperati: quelli che non si esasperano per l’evasione fiscale e per la corruzione che arrugginisce la loro classe dirigente ma sono pronti a farsi esplodere per un negro qualsiasi che compia un gesto qualsiasi in uno spettro che va dalla semplice maleducazione alla strage, indifferenti alla gravità dell’azione ma concentratissimi sulla tonalità dell’epidermide. Sono esasperato dagli esasperati che non si esasperano per le mafie ma credono di sconfiggerle bloccando navi e svuotando ghetti, con tutta l’ignoranza di chi non riconosce nemmeno le vittime dai carnefici eppure si illude di avere a portata di mano la soluzione. Non sopporto la rabbia che monta per i braccialetti venduti sulle spiagge e non chieda piuttosto alla polizia locale come abbia potuto non accorgersi dei braccianti che tutte le mattine si assembrano pronti per essere caricati dal primo caporale che li sversa nei campi come letame.

Rivendico il diritto di essere stufo della gente stufa dei poveri, come se fossero loro un disturbo alla quiete pubblica piuttosto che il sistema di predatori finanziari che si aggira intorno all’Europa. Sono stufo anch’io dei professoroni, quelli che tengono lezioni dentro ai bar con aria saputella sui 35 euro ai migranti (senza capirne un’acca) e intanto si perdono i miliardi di euro (sì, miliardi di euro) che le multinazionali evadono in Europa togliendosi per di più lo sfizio di riempirci con i loro marchi e prodotti. Sono stufo, esasperato e indignato dalla guerra agli ultimi di chi si accontenta di sentirsi penultimo per darsi arie da borghesia: i benpensanti che si riempiono lo stomaco delle disgrazie altrui per potersi non occupare delle proprie, quelli che provano ristoro addormentandosi sapendo che anche stasera qualcuno starà peggio di loro. E ne godono.

La gente stufa sono quelli che non hanno il coraggio di chiamare con il suo nome la vendetta: ce la propongono come la naturale conseguenza di un mondo giudicato in base ai propri pregiudizi e si illudono di fare la rivoluzione chiamando cambiamento la legge del taglione. E si sentono moderni, quasi futuristi eppure hanno lo stesso odore dei principi degli schiavi, quelli che sopravvivevano nell’arena e vagheggiavano di essere liberi.

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