A Ferragosto sarà “Salvini show” in Calabria, ma oltre gli slogan per il Sud c’è il nulla

Il ministro dell’Interno sarà a San Luca e poi andrà anche nel tempio della ’ndrangheta, a Polsi. Ma oltre agli slogan, nel contratto di governo per il Sud e per la lotta alle mafie non c’è nulla. E prima o poi gli “ex terroni” gli presenteranno il conto

Salvini Linkiesta

(TIZIANA FABI / AFP)

11 Agosto Ago 2018 0745 11 agosto 2018 11 Agosto 2018 - 07:45

Sarà il “Matteo Salvini show di Ferragosto” nel Sud Italia. Il vicepremier e ministro dell’Interno leghista, eletto in Calabria, tornerà nella regione che con i suoi voti, e grazie ai magheggi del Rosatellum, lo ha portato in Senato. E da qui, con molta probabilità, annuncerà il suo prossimo “decreto sicurezza”: dalla punta d’Italia risuonerà lo slogan «la pacchia è finita» – già ripetuto a Pontida – «per migranti e mafiosi». È l’occasione giusta, visto che i calabresi hanno a che fare con gli uni e con gli altri.

Il programma della due giorni salviniana prevede prima un passaggio in Sicilia, il 14 agosto, a Catania, dove Salvini visiterà la Geotrans, un’azienda confiscata alla mafia, e poi incontrerà il sindaco di Forza Italia Salvo Pogliese, che ha espugnato la città dalle mani di Enzo Bianco.

Attraversato lo stretto, Matteo Salvini tornerà nella sua regione d’elezione. Direzione San Luca, il paesino in provincia di Reggio Calabria ad altissima infiltrazione mafiosa, che per il quinto anno di fila non ha un sindaco perché nessuno si vuole candidare.

Qui presiederà il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Ma prima Salvini deporrà una corona al monumento commemorativo del brigadiere dei carabinieri Carmine Tripodi, ucciso a 25 anni dalla ’ndrangheta, e presenzierà alla sottoscrizione della concessione alla curia di una villa confiscata al clan Pelle. Visti i trascorsi, con il bagno nella piscina della villa confiscata in provincia di Siena, c’è da aspettarsi di tutto. Soprattutto con le temperature agostane che si raggiungono in Calabria.

Il tour non si farà mancare proprio nulla: la giornata si concluderà con la visita al “tempio della ’ndrangheta”, il santuario della Madonna di Polsi, dove ogni anno il 2 settembre i boss calabresi si radunano per stringere alleanze, progettare affari e omicidi.

Passerelle già viste da queste parti. Come quando Salvini si è fatto fotografare in posa davanti all’immobile confiscato alla cosca Gallico di Palmi, giurando di voler «portar via anche le mutande agli ’ndranghetisti». I tempi del dileggio verso i meridionali fannulloni sono lontani. E gli applausi degli “ex terroni” sono garantiti.

Passerelle già viste da queste parti. I tempi del dileggio verso i meridionali fannulloni sono lontani. E gli applausi degli “ex terroni” sono garantiti

In riva allo Stretto, alle ultime elezioni politiche il Carroccio ha superato il 7%, con 15mila voti raccolti da Salvini solo nella provincia di Reggio Calabria. Un exploit sospetto, soprattutto quello tra la Piana di Gioia Tauro e il Reggino, aiutato forse dall’alleanza last minute stretta con la “destra destra” dell’ex governatore Giuseppe Scopelliti. Nel 2013, come ha scritto Repubblica, a Rosarno hanno votato la Lega in quattro; cinque anni dopo, folgorati dal verbo leghista, diventano 864, il 13,82 per cento. Quasi il triplo dei voti medi regionali, pur in salita – il 5,12% – andati al Carroccio.

«La Lega vola proprio là dove è più forte il controllo del territorio della ‘ndrangheta», spiega Repubblica in una sua inchiesta. «Per dire: a Gioia Tauro, nella parte della città destinata a diventare zona franca doganale, raccoglie il 7,26 per cento. A San Ferdinando l’11,74, a Lamezia l’8,41, a Palmi il 7,65, a Vibo Valentia il 6,54». Un caso? Salvini si è subito affrettato a dire che lui «‘ndrangheta fa schifo», «è una merda, è un cancro», sfoggiando a ogni visita il copione solito del ministro col pugno di ferro e trovando anche qualche similitudine con uno dei suoi cavalli di battaglia: «Ndranghetisti e scafisti sono la stessa merda».

Ma diversi personaggi che lo circondano con i clan calabresi sembrano essere in un rapporto di prossimità, per usare un eufemismo. Tanto che Roberto Saviano è arrivato ad apostrofarlo come “ministro della malavita”, dopo che Salvini lo ha minacciato di togliergli la scorta.

Quando il leader della Lega è “sceso” a Rosarno, (non a caso) prima tappa del suo tour post voto, secondo quanto scrive Repubblica ad ascoltarlo ci sarebbero stati anche uomini del clan Bellocco, ospiti del liceo guidato da una ex esponente dell’antimafia con una famiglia in zona grigia: un fratello pentito, uno ritenuto vicino ai clan, un marito assolto dall’accusa di essere professionista di ‘ndrangheta.

Salvini si è subito affrettato a dire che lui «‘ndrangheta fa schifo», «è una merda, è un cancro», sfoggiando a ogni visita il copione solito del ministro col pugno di ferro e trovando anche qualche similitudine con uno dei suoi cavalli di battaglia: «Ndranghetisti e scafisti sono la stessa merda»

«Adoro il peperoncino e la ’nduja», aveva subito ribadito il vicepremier neoeletto per ingraziarsi gli “ex terroni” calabresi. Perché in effetti, oltre alle preferenze culinarie, a conti fatti nel contratto del governo gialloverde di Calabria e Mezzogiorno si parla solo in un paragrafetto veloce (numero 25), che sembra quasi una beffa: «Con riferimento alle Regioni del Sud, si è deciso, contrariamente al passato, di non individuare specifiche misure con il marchio “Mezzogiorno”». E poi il solito «obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud». Settantasette parole in tutto, punto.

Ancora meno prolisso è il paragrafo dedicato al “Contrasto alle mafie”: «Bisogna potenziare gli strumenti normativi e amministrativi volti al contrasto della criminalità organizzata, con particolare riferimento alle condotte caratterizzate dallo scambio politico mafioso. È necessario inoltre implementare gli strumenti di aggressione ai patrimoni di provenienza illecita, attraverso una seria politica di sequestro e confisca dei beni e di gestione dei medesimi, finalizzata alla salvaguardia e alla tutela delle aziende e dei lavoratori prima dell’assegnazione nel periodo di amministrazione giudiziaria». Totale: 71 parole, otto righe.

Questo sulla carta. E nella pratica non sembra esserci molto di più. A parte aumentare il personale dell’Agenzia dei beni confiscati e la mossa (pericolosa) di permettere alle aziende del Sud di accedere al credito d’imposta prima della conclusione degli accertamenti antimafia, di contrasto alla criminalità organizzata non si vede nulla. Non solo. Tra il caos sul gasdotto Tap e lo stallo sull’Ilva, con il timore che Taranto perda i posti di lavoro dell’acciaieria e del suo indotto, non si vede alcunché nemmeno sul fronte dell’occupazione e delle infrastrutture. A prevalere è quello spirito anti-industriale grillino che fa dire in diretta tv alla ministra del Sud Barbara Lezzi: «Io adesso voglio sfidare chiunque a stendere un asciugamano sopra un gasdotto» (Meglio stendere “un asciugamano pietoso”, visto che il tunnel passerà a una profondità di 10 metri).

Senza dimenticare il taglio appena apportato ai fondi per la ristrutturazione delle case popolari al Sud: le Regioni si dovevano dividere 321 milioni, ma la maggior parte sono finiti tra Lombardia e Veneto. Il tutto mentre il governo sembra accondiscendente rispetto ai progetti di autonomia di molte regioni ricche, che vorrebbero così trattenere la maggior parte del gettito fiscale a scapito del Sud. La Lega appoggia i progetti di molte regioni guidate dal Carroccio, Veneto in testa, e i Cinque Stelle fanno lo stesso. Lasciando per il Sud solo la famosa promessa del reddito di cittadinanza, che al momento è solo nei sogni grillini.

Il rilancio del Mezzogiorno è l’impegno rituale di ogni governo, puntualmente tradito. Gli “ex terroni” lo sanno. E prima o poi oltre agli slogan e alle foto da duro davanti alle case confiscate a Salvini chiederanno altro. Altrimenti sono pronti a presentargli il conto, in cabina elettorale. Come ha scritto Riccardo Paradisi su questo giornale, «il paesaggio con macerie del Meridione fa presto a trasformarsi da nuova piattaforma del consenso (dato per disperazione) ad arena del più feroce dissenso e della, stavolta definitiva, rivolta antisistema».

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