11 Agosto Ago 2018 0745 11 agosto 2018

Apple, Facebook&co: la cura per la nostra dipendenza da smartphone non sono nuove app, ma l'educazione

I miliardari della Silicon Valley non amano i social network, ma hanno costruito social e app per creare dipendenza. Ora, cercano di porre rimedio. Come? Con delle app. Un primo positivo passo, ma non è abbastanza. Per un uso davvero consapevole occorre - sin da bambini - educazione digitale

Perfetti Sconosciuti Linkiesta
Una clip dal film Perfetti Sconosciuti (2016)

La pagina Fb di Mark Zuckerberg è seguita da 12 persone che moderano e controllano i commenti. Altri dipendenti scrivono i suoi commenti mentre un team di fotografi cerca l’immagine perfetta da postare. Gli altri dirigenti di Facebook si comportano in maniera analoga: scrivono pochi post pubblici e spesso mantengono private molte delle informazioni che ci chiedono di condividere.

La situazione è simile a Twitter (e un po' ovunque). Tra i nove più alti dirigenti, solo quattro twittano più di una volta al giorno. Dalle parte di Apple invece, l'Ad Tim Cook ha vietato l’utilizzo dei social ai propri nipoti e leggenda narra che Steve Jobs, prima del lancio dell’iPad dichiaro che non lo avrebbe mai fatto usare ai suoi figli. Un comportamento che pare in linea con quanto dichiarato lo scorso autunno dal primo presidente della creatura di Mark Zuckerberg, Sean Parker: “Facebook? Dio solo sa cosa sta facendo alle menti dei nostri bambini”.

Siccome l'onniscienza divina è difficilmente consultabile, il Guardian ha provato a comprendere la natura e le conseguenze dell’utilizzo dei social network intervistando psicologi, psichiatri ed esperti di economia comportamentale. Secondo quanto emerso, i social media userebbero tecniche simili a quelle utilizzate dalle aziende del gioco d’azzardo per creare dipendenza psicologica. Un metodo così efficace da attivare nel cervello meccanismi simili all’assunzione di cocaina che porterebbero a sentire vibrare il cellulare anche quando non arrivano notifiche o chiamate.

“Nell’economia digitale, i profitti sono i click e il tempo speso”, ha dichiarato Natasha Schull, autrice di Addiction by Design. Per questo il principale obiettivo delle grandi aziende tecnologiche è - da sempre - quello di farci stare più tempo possibile attaccati allo schermo. Per farlo, sfrutterebbero uno dei meccanismi tipici delle slot machines, portando gli utenti ad aggiornare continuamente il feed e spingendoli a un ossessivo “scrolling” delle bacheche. Una logica all'interno della quale le nostre azioni possono portare a una ricompensa, che però è “rara” e non si sa quando arriverà, visto che la maggior parte delle volte consultando lo smartphone non si trova niente di interessante. Motivo per cui ci si ritroverà smaniosamente a tornare su social e app alla ricerca di interessanti novità.

Secondo quanto emerso, i social media userebbero tecniche simili a quelle utilizzate dalle aziende del gioco d’azzardo per creare dipendenza psicologica. Un metodo così efficace da attivare nel cervello meccanismi simili all’assunzione di cocaina che porterebbero a sentire vibrare il cellulare anche quando non arrivano notifiche o chiamate

Recentemente - anche a causa di pressioni interne alla stessa Silicon Valley - le stesse big del tech hanno mostrato la volontà di porre rimedio alla dipendenza creata dalle loro creature. In casa Apple ad ammettere il problema è stata la voce del vice presidente Craig Federighi: “Le nostre app ci portano a usare i nostri cellulari anche quando dovremmo stare concentrati su altro. Ci mandano notifiche, introiettando in noi la paura di perderci qualcosa. E così diventiamo sempre più distratti”. E così Apple - che a differenza di Facebook o Twitter fa la maggior parte dei propri soldi con le componenti hardware, ovvero vendendo iPhone, iPad e compagnia - ha lanciato novità come la modalità “Non disturbare” - che può nascondere le notifiche mentre si dorme, quando si abbandona un luogo o finisce un evento -, “Screen Time” - una bacheca che ti tiene al corrente su quanto stai davanti all’iPhone - e un timer per App che comunica quanto tempo si passa davanti a un’app.

Apple non è sola. Tra le novità di Android Pie, il nuovo aggiornamento del sistema operativo di Google, c’è una dashboard per sapere quanto tempo si passa allo smartphone, un timer per le app, la modalità “non disturbare” e quella “relax”. Allo stesso modo, Facebook e Instagram hanno annunciato l’introduzione di nuove funzioni che informeranno gli utenti sul tempo speso sui social. A integrare la novità, un promemoria giornaliero che avvertirà quando si sta sui social oltre una soglia limite pre-stabilita.

Tutto bene? L’industria dell’attenzione ha improvviso deciso di smetterla di insidiare la nostra capacità di concentrazione, “anche a costo di perdere soldi”, come dichiarato da Instagram product management director Ameet Ranadive? Sicuramente introdurre certe novità è un primo passo nella giusta direzione. Ma con ogni probabilità non è abbastanza. Come dichiarato a Wired da Larry Rosen, co-autrice di Distracted Minds: “Niente nel tuo cellulare cambierà finché non si modificherà la psicologia dietro di esso”. Tentare di aumentare la consapevolezza degli utenti è un bene, ma non cura in alcun modo un’eventuale dipendenza. D'altronde, le grandi aziende tecnologiche hanno prosperato grazie all’accumulo di dati e alle vendite pubblicitarie, e sarebbe poco credibile se la sua natura cambiasse da un momento all’altro.

Ma le nuove tecnologie sono qui per restare. L'unica maniera per uscirne? Non può che essere quella di incanalare la naturale curiosità e attrazione di bambini e giovani (e meno giovani) verso la tecnologia in modo positivo. Come? Insegnandogli a utilizzarli in modo consapevole sin da bambini, facendogli imparare come si programma e quali sono i meccanismi che regolano app, social network e il mondo del web

Non a caso Apple, dopo aver svelato le nuove funzioni anti-dipendenza fu criticata per aver lanciato, durante la solita conferenza, alcune app il cui intento era - come da tradizione - far rimanere gli utenti il più possibile a fissare uno schermo. E i nuovi dati messi a disposizione da Facebook - che vanno scovati nelle impostazioni del network - non misurano il tempo speso da un profilo, ma solo da un singolo dispositivo. In più, le cifre sono slegate da qualsiasi contesto. Nessuno dice (o forse sa) qual è il “giusto” tempo da passare sul social network. E le stesse cose valgono per Instagram.

Il problema - soprattutto per quanto riguarda i bambini - è globale. Ma le nuove tecnologie sono qui per restare. Una soluzione ha provato a darla il presidente del Royal College of psychiatrists Simon Wessely, che - come del resto molti prima di lui - ha ammonito rigurdo l'inutilità di demonizzare certi strumenti. L'unica maniera per uscirne? Non può che essere quella di incanalare la naturale curiosità e attrazione di bambini e giovani (e meno giovani) verso la tecnologia in modo positivo. Come? Insegnandogli a utilizzarli in modo consapevole sin da bambini, facendogli imparare come si programma e quali sono i meccanismi che regolano le app, i social network e il mondo del web.

In questo, l'istruzione deve avere un ruolo fondamentale. E il fatto che gli insegnanti adulti, spesso, ne sappiano meno degli allievi, non può (più) essere una giustificazione.

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