11 Agosto Ago 2018 0745 11 agosto 2018

Quando Giovannino Guareschi fu chiamato a combattere l’esistenzialismo

Ordine dall’alto: era una velina di regime, inaspettata e incomprensibile, che fece conoscere ai redattori di Bertoldo, testata umoristica degli anni ’30 e ’40, il nuovo fenomeno filosofico, subito associato (chissà perché) ai prosciutti

Giovannino Guareschi Legge L'unità

Erano i tempi del fascismo, delle veline di regime e della guerra. Nel 1943 Giovannino Guareschi lavorava, ormai da anni caporedattore, a Bertoldo, settimanale umoristico pungente illustrato. La rivista aveva tirature da 500/600mila copie (numeri che a Repubblica si sognano) e si divertiva a lanciare strali (temperati) contro le mode dell’epoca. Potevano essere estetiche, come le figure femminili ormai presenti su tutti i giornali (Guareschi preferì disegnare la "vedovone", donne grosse e poco attraenti), oppure culturali. Ad esempio, la nuova tendenza filosofica dell’esistenzialismo.

In questo passaggio di Ritorno alla base, libro del 1989, lo scrittore emiliano ripercorre alcuni dei momenti più significativi di quel periodo. C’era la guerra, appunto, e non stava andando bene. Nel giro di poche settimane il regime fascista di Mussolini sarebbe caduto, sfiduciato dal suo stesso Gran Consiglio. C’erano ancora le veline, in questo passaggio consegnate da una zelante segretaria. E c’erano ancora le guerre culturali contro le mode straniere, in nome dell’autarchia provinciale.

“Eravamo tre (Mosca, Carletto Manzoni e io) seduti al nostro tavolo e stavamo macinando le battute da fare illustrare ai disegnatori.
Arrivò la segretaria di redazione e ci porse con mano tremante un foglietto dattiloscritto.
Era una mattina del giugno 1943, gravi avvenimenti erano accaduti in Africa e si sentiva ch’era necessario fare qualcosa di forte per rianimarci fisicamente e moralmente.
– Ordine diretto dalla direzione generale della stampa! – disse la dattilografa.
Leggemmo con una notevole attenzione reputando quel foglietto rivelatore di future importanti vicende.
«Attaccare gli esistenzialisti.»

Così c’era scritto e noi dopo aver letto ci guardammo perplessi negli occhi.
– E diamogli sotto con questi esistenzialisti! – disse uno di noi.
E tutt’e tre impugnammo la matita pronti a partire all’assalto dei nostri candidi foglietti.
Poi tornamo a guardarci perplessi negli occhi.
– Che diamine sono gli esistenzialisti?

Consultammo l’ecniclopedia Treccani, chiedemmo ai colleghi delle redazioni vicine, saggiammo l’amministrazione e il capo archivista.
Nessuno aveva mai sentito parlare di esistenzialismo.
Alla fine qualcuno si ricordò di un libretto di Enzo Paci intitolato appunto Saggio sull’esistenzialismo e fu la salvezza. Il libretto fu acquistato in fretta e dopo qualche ora sapevamo che l’esistenzialismo è un sistema filosofico di nuova fabbricazione. Niente altro.
Sarà interessante riguardare (non appena si offra la possibilità) i giornali umoristici dei mesi giugno-luglio ’43. In tutti si troveranno vignette e articoletti contro l’esistenzialismo e ci si divertirà allora parecchio prendendo visione dei risultati della utile quanto animosa iniziativa.
Io mi limiterò a riferire il risultato realizzato da me personalmente con una vignetta.
Il disegno rappresentava un grasso signore ritto davanti a una scansia piena di salumi. Il dialogo tra due personaggi che assistevano attraverso lo spiraglio d’una porta all’importante cerimonia era quanto mai significativo:
– Chi è?
– È un filosofo esistenzialista che sta consultando un volume della sua biblioteca.
La battuta era di Carletto Manzoni e lo sciagurato, richiesto con disgusto di quale addentellato avesse la faccenda del prosciutto con la filosofia esistenzialista, rispose:
– Forse che agli esistenzialisti non piace il prosciutto?
Così parlo l’autore de Il Veneranda e noi chinammo il capo schiacciati da quella logica venerandiana e partimmo all’attacco dell’esistenzialismo.”

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