13 Agosto Ago 2018 0700 13 agosto 2018

Crisi in Turchia, solo la Cina può salvare Erdogan (altrimenti Trump avrà stravinto di nuovo)

I dazi imposti da Trump sono un messaggio geopolitico: gli Usa vogliono far cadere Erdogan, alleato inaffidabile e ambiguo. Per il Reis, l'unico alleato possibile è la Cina. Altrimenti, si ritroverà solo e sconfitto

Erdogan Xijinping Linkiesta
Lintao Zhang / Getty Images AsiaPac / AFP

Dietro la crisi tra gli Usa e la Turchia c’è molto di più di quanto non sembri a prima vista. Il caso di Andrew Brunson, il pastore evangelico arrestato durante le purghe seguite al fallito golpe del 2016, che ha causato sanzioni a funzionari governativi turchi, la minaccia di inasprimento dei dazi sulle esportazioni anatoliche e più in generale lo scontro frontale tra i due presidenti, Trump ed Erdgoan, ha un duplice ruolo. Serve sicuramente a Trump in funzione di politica interna, per accontentare la propria base elettorale cristiano-evangelica in vista delle prossime elezioni di metà mandato, ma permette agli Usa di muovere un attacco (o contrattacco) covato da tempo. La vera posta in gioco è la collocazione strategica di Ankara nei prossimi decenni.

Gli Usa hanno assistito con un crescente malcontento agli scarti del proprio alleato Nato negli ultimi anni. Il flirt iniziale con l’Isis, gli attacchi turchi alle milizie curde alleate degli Usa in Siria, la retorica anti-occidentale di Erdogan sono questioni su cui Washington ha, con una buona dose di realpolitik, chiuso più di un occhio. Ma l’avvicinamento di Ankara a Mosca e Teheran, cominciato nell’ambito della guerra siriana ma proseguito poi in modo allarmante per gli Usa con la decisione turca di comprare armamenti (i sistemi di contraerea avanzata S-400) dal Cremlino, e non solo, chiedeva una risposta che ora sembra infine arrivare.

Gli Stati Uniti stanno infatti sfruttando l’occasione per far pagare a Erdogan una lunga lista di decisioni che, se da un lato hanno rafforzato internamente il Sultano, era chiaro per molti osservatori che nel medio periodo avrebbero danneggiato gli interessi strategici della Turchia, logorandone i rapporti con gli alleati protettori (e finanziatori). L’obiettivo americano è dunque quello di causare, nemmeno troppo velatamente, un cambio di regime all’interno del Paese alleato. La strada del golpe militare – una “tradizione” turca della seconda metà del ‘900 – non è più percorribile: le purghe dell’esercito fatte prima in alleanza con il predicatore islamista Fethullah Gülen nel caso Ergenekon, nel 2008, e poi contro lo stesso Gülen dopo il fallito golpe del 2016, hanno permesso a Erdogan di piazzare in tutti i posti chiave suoi fedelissimi. Uomini che piuttosto che sostituire il capitano hanno più interesse a mandare la nave sugli scogli.

La via d’attacco scelta allora da Washington è risultata quindi la più ovvia: l’economia. Su questo terreno, più che sull’islamismo, Erdogan ha costruito il proprio consenso, le proprie clientele, il proprio prestigio. Mandare in crisi l’economia turca, agli occhi degli Usa, equivale a mandare in crisi il sistema di potere vigente e con esso il suo vertice, il Sultano.

Poche le chance, secondo gli analisti, che questa mossa spinga la Turchia ancor di più tra le braccia della Russia. Il Paese anatolico ha, e se la crisi in corso prosegue soprattutto “avrà”, un disperato bisogno di liquidità e Mosca non è in grado economicamente di fornirgliela, anzi. La Russia rischia a sua volta di essere danneggiata dalla crisi turca a livello economico. L’attore che potrebbe approfittarne, e che ha le capacità per farlo, è la Cina ma a Washington pare ritengano questa eventualità remota: la Turchia non è una pedina di sufficiente interesse per Pechino per giustificare l’esborso di danaro che sarebbe necessario per “rubarla” al lato occidentale della scacchiera. La “nuova via della seta” cinese è una questione più asiatica che altro, secondo gli esperti, e il ruolo di “ponte” verso il Mediterraneo potrebbe essere eventualmente ricoperto da altri attori rispetto alla Turchia. Insomma il gioco, per la Cina, non varrebbe la candela.

Poche le chance, secondo gli analisti, che questa mossa spinga la Turchia ancor di più tra le braccia della Russia. L’attore che potrebbe approfittarne, e che ha le capacità per farlo, è la Cina ma a Washington pare ritengano questa eventualità remota: la Turchia non è una pedina di sufficiente interesse per Pechino per giustificare l’esborso di danaro che sarebbe necessario per “rubarla” al lato occidentale della scacchiera

Tra gli esperti di geopolitica americani c’è dunque la convinzione di aver costretto Erdogan in un angolo da cui non potrà uscire se non capitolando di fronte alle richieste Usa. Una restituzione del pastore Brunson sarebbe il segnale che la pecorella smarrita ha deciso di tornare all’ovile, nuovamente consapevole dei rapporti di forza tra alleati. Inclinato il piano in quella direzione, questa è l’aspettativa, una progressiva retromarcia sui dossier dei rapporti con la Russia e con l’Iran sarebbe solo questione di tempo.

Se così in fosse, e questo è il timore maggiore che viene collegato a questa crisi, e l’escalation dovesse proseguire la Turchia potrebbe arrivare a minacciare seriamente l’abbandono dell’Alleanza atlantica. Questo sarebbe un danno strategico per gli interessi americani, nonostante le parole spesso critiche di Trump nei confronti della Nato. Ma anche in questo frangente gli Usa sembrano sicuri di avere le carte migliori in mano. Fuori dalla Nato, di nuovo, Ankara potrebbe guardare alla Russia, che non ha la solidità economica per farsene carico, o alla Cina, che probabilmente non ha l’interesse. Isolata economicamente la Turchia, questa è la previsione, cadrebbe in una spirale recessiva che sarebbe letale per la classe dirigente al potere negli ultimi venti anni.

Conforta infine gli Usa nell’attuale linea di condotta un’ultima considerazione: che il prezzo maggiore degli eventuali scarti turchi durante la crisi lo pagherebbe l’Europa. Sono infatti le banche europee quelle esposte in caso di tracollo della Turchia, e sono i Paesi europei quelli sotto minaccia di un’invasione di profughi se Ankara decidesse di favorire le partenze dei 3,5 milioni di siriani che accoglie sul proprio territorio. E abbiamo già visto in passato quanto agli Stati Uniti, nel loro nuovo corso, non dispiaccia l’idea di un’Unione europea indebolita e divisa.

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