Agli italiani piace lo sfascio: e questo è molto più preoccupante dello spread e dei mercati

Le aste dei Bot che vanno deserte, i timori di Jp Morgan e Bank of America, i viaggi della speranza di Tria e Savona per rassicurare mercati e istituzioni e l’alibi del grande complotto che fa capolino. Ma la cosa che preoccupa di più è che tutto questo agli italiani sembra non fare nemmeno paura

Conte Giuseppe Linkiesta

Aris Oikonomou / AFP

14 Agosto Ago 2018 0817 14 agosto 2018 14 Agosto 2018 - 08:17
WebSim News

La notizia del giorno è che ieri c’è stata un'asta per i Bot annuali, con scadenza al 14 agosto 2019, dedicata agli investitori specialistici, ossia alle banche. Bene, quest’asta è andata deserta: nessuno ha voluto comprare i nostri titoli di stato. Può non voler dire niente, ma sempre ieri, secondo l’agenzia Mf-Dow Jones, gli esperti di Jp Morgan, una delle più importanti banche d’affari al mondo, hanno consigliato ai propri investitori di “chiudere tutte le strategie più propense al rischio prima che riprendano i collocamenti di titoli e il dibattito sulla legge di Bilancio italiana raggiunga il punto critico”. Profezia, questa, che avviene nel giorno in cui lo spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi raggiunge quota 278, con i Btp con scadenza a 10 anni venduti a un tasso del 3,1%. Per la cronaca, lo scorso Natale il tasso - che è la misura del rischio di un titolo, vale la pena di ricordarlo - era a malapena dell’1,7%. Sempre per la cronaca, i Bonos spagnoli sono venduti a un tasso dell’1,46%, i titoli di stato portoghesi a un tasso dell’1,84% e i bond greci al 4,3% circa.

Non sarà una tempesta perfetta, insomma, ma sull’Italia tira un vento forte. E se il ministro Paolo Savona decide di prendere l’aereo per andare a incontrare il suo arcinemico Mario Draghi, se il ministro Tria parte per la Cina a caccia di fondi che compri un po’ del nostro debito pubblico, come racconta oggi Federico Fubini sul Corriere, e se dalle parti della maggioranza, come ampiamente prevedibile, cominciano a sfoderare l’alibi del grande complotto della finanza internazionale contro il governo del cambiamento - l’ha fatto Giancarlo Giorgetti, alter ego responsabile (di solito) di Matteo Salvini, l’ha fatto, seppur indirettamente, Luigi Di Maio, è perché, in effetti, la situazione comincia a farsi seria, e la crisi turca c’entra il giusto.

Non sappiamo come finirà. Ma sappiamo come ci siamo finiti. Con la certezza, ancora oggi avallata da sei italiani su dieci, che una fine spaventosa sia meglio di uno spavento senza fine. Che sia meglio ripartire dalle macerie che sopportare gli inutili sacrifici degli ultimi decenni, e quelli - ancor più gravosi - che ci avrebbero atteso nei prossimi. Che l’unica arma che rimanga all’Italia sia un grande bluff, un grande ricatto all’Europa e ai mercati

In realtà, gli investitori - che siamo noi, o quelli che maneggiano i nostri soldi e che paghiamo affinché non ce ne facciano perdere: ricordiamo pure questo - non hanno paura dei guai di Erdogan, ma della legge di bilancio italiana. Lo spiega bene un report di Bank of America, uscito giusto ieri: in caso di moderato ampliamento del deficit lo spread calerà. Se invece il parlamento dovesse approvare una manovra sgradita ai mercati s’impennerà ben oltre i livelli di guardia, con gli investitori che si posizioneranno in vista di un probabile declassamento dell'Italia da parte delle agenzie di rating a BBB-. In pratica, a un passo dalla spazzatura finanziaria.

Questo è quanto, cari. E per quanto possiate distrarvi coi genitori uno e due, con la leva obbligatoria, l’aborto e le ruspe, la questione è cristallina: siamo a un passo dalla resa dei conti. Lo è il governo, che rischia di finire come quello di Alexis Tsipras in Grecia, partito incendiario e arrivato pompiere. Lo è la maggioranza di governo tra Lega e Cinque Stelle, con questi ultimi apparentemente più propensi a tenere in vita un esecutivo che con ogni probabilità non distribuirà denaro dalla cornucopia, come promesso, ma dovrà mettere mano alle forbici. Lo è la stessa Commissione Europea, che di fronte a un possibile braccio di ferro con Roma dovrà decidere se adottare la linea dura, provocando l’ennesimo avvicendamento a Palazzo Chigi, con l’ennesimo tecnico al potere, o se concederci quel che vogliamo, per paura di uno tsunami populista alle prossime elezioni continentali del 28 maggio 2019. Lo è la sopravvivenza dell’Euro e della stessa Unione, che deve decidere che fare dell’Italia e di se stessa, di fronte alla crisi quasi irreversibile di uno dei suoi fondatori.

Non sappiamo come finirà, insomma. Ma sappiamo come ci siamo finiti. Con la certezza, ancora oggi avallata da sei italiani su dieci, che una fine spaventosa sia meglio di uno spavento senza fine. Che sia meglio ripartire dalle macerie che sopportare gli inutili sacrifici degli ultimi decenni, e quelli - ancor più gravosi - che ci avrebbero atteso nei prossimi, nell'erronea illusione che non ci toccherà sopportarne di ancora peggiori. Che l’unica arma che rimanga all’Italia sia un grande bluff, un grande ricatto all’Europa e ai mercati. Comunque vada a finire, questo è lo spirito del tempo: quello di un Paese che ha perso ogni speranza e ha perso ogni paura. Ed è una consapevolezza, questa, che intimorisce più di qualunque mercato, più di qualunque tempesta finanziaria.

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