Ridateci duelli e faccia a faccia: altrimenti la nostra politica farà sempre più schifo

Nella Terza Repubblica sembra non esserci spazio per il confronto pubblico, per la dialettica, per gli stessi duelli televisivi. Ognuno parla ai propri tifosi. Può darsi sia più efficace, ma il risultato è sconfortante. E forse molti dei nostri guai vengono anche da lì

Salvini Renzi Dimaio Linkiesta
18 Agosto Ago 2018 0730 18 agosto 2018 18 Agosto 2018 - 07:30

Ai più sembrerà una questione di poco conto, poco più di un gingillo per addetti ai lavori, ma provate a pensarci: da quand’è che non vedete due politici di primo piano discutere nella stessa stanza, sullo stesso palco, di fronte al medesimo pubblico? Ci limitiamo agli ultimi nove mesi: non è mai avvenuto in campagna elettorale, non nei talk show, non nella forma innovativa (almeno per noi) del dibattito all’americana. E non avviene ora, che la legislatura è iniziata.

Diciamo la verità: non che tutti quei dibattiti, tutti quei confronti tra due o opinioni distinte, siano mai serviti a qualcosa. Però perlomeno, per mezz’ora a giro elettorale, abbiamo avuto l’occasione di capire se messi uno di fronte all’altro, avessimo più fiducia in uno o nell’altro. Berlusconi o Occhetto o Prodi. Renzi o Bersani. Il candidato sindaco Tizio o Caio. Ogni occasione della nostra vita politica da elettori è stata scandita dal dibattito, fino a che, improvvisamente, è stato deciso che bastava così.

Il risultato è che chi ha votato per la prima volta nel 2013 non ha mai visto discutere Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio e Matteo Renzi. Li abbiamo visti rispondersi a distanza, nei loro videomessaggi, attraverso la comunicazione diffusa dai loro canali. Ma non abbiamo mai visto uno esitare sotto i colpi dell’altro, mai mettere in gioco il rischio di rimanere senza argomenti. Mai davvero preparati a mettere davvero in gioco le loro idee, mai nelle condizioni di correre il peggiori rischio che un politico può correre, quello di essere sbugiardato in diretta televisiva dal proprio avversario.

No, ci spiace: il politico non è una rockstar. Il politico porta con se anche la responsabilità di alimentare il dibattito pubblico. Non ci sarebbe fake news che tenga, di fronte alla forza della dialettica sui temi. Non ci sarebbero più tifoserie contrapposte, alienate, che comunicano solo a chi la pensa come loro. Ma discussioni aperte e franche, fondate su argomentazioni che uscirebbero dalla televisione per entrare nei bar, negli uffici, nei pranzi di famiglia

Per quanto possa sembrare una questione marginale, la scarsissima qualità del nostro dibattito pubblico dipende anche, soprattutto, da questa assenza di confronto. Sarebbe servito come l’aria un dibattito tra Di Maio e Calenda sull’Ilva, ad esempio, e condividiamo il pensiero di chi nel Pd aveva provato a realizzare un confronto di quel tipo, contro una larga parte degli stessi democratici. E sappiamo quanto servirebbe, in questi giorni, un confronto tra Delrio e Toninelli sulla questione del ponte Morandi. O quanto una sfida all’arma bianca tra Salvini e Bonino su Europa e migranti.

Lo diciamo soprattuto al Movimento Cinque Stelle, la prima forza politica che ha fatto del rifiuto al dibattito la propria strategia di comunicazione, al punto che quando interviene un esponente dei Cinque Stelle in una trasmissione televisiva, gli altri ospiti, politici e giornalisti, devono lasciare lo studio. Ma lo diciamo anche a Matteo Renzi, che oggi chiede a gran voce un dibattito su Genova e sui presunti contributi di Atlantia al Partito Democratico, ma che fino a che era al governo ha sparato a palle incatenate a giorni alterni contro i talk show. E lo diciamo pure a Matteo Salvini, forse quello che meno di tutti si sottrae al dibattito - lui contro la Bordini è stato l’unico sussulto della scorsa campagna elettorale, per dire - ma che sempre più sta prendendo la china del politico che vive solo degli ambienti in cui è osannato, tra la gente che lo ama, come una rockstar.

No, ci spiace: il politico non è una rockstar. Il politico porta con se anche la responsabilità di alimentare il dibattito pubblico. Non ci sarebbe fake news che tenga, di fronte alla forza della dialettica sui temi. Non ci sarebbero più tifoserie contrapposte, alienate, che comunicano solo a chi la pensa come loro. Ma discussioni aperte e franche, fondate su argomentazioni che uscirebbero dalla televisione per entrare nei bar, negli uffici, nei pranzi di famiglia. Siamo un Paese che non discute più, che non dibatte più. Come facciamo a definirci ancora una democrazia, lo sapete solo voi.

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