19 Agosto Ago 2018 0800 19 agosto 2018

Radio addio, com’era bello il calcio minuto per minuto

Nell'epoca di Sky e DAZN, il libro “Radiogol” (Il Saggiatore), scritto da Riccardo Cucchi, storica voce delle radiocronache di Tutto il calcio minuto per minuto, ci riporta indietro nel tempo, quello in cui le partite le sentivamo alla radio

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Un fotogramma del film I mostri

La voce di Riccardo Cucchi è stata il cuore di ogni domenica per circa trent’anni. Dalla sua postazione appartata, isolata in mezzo alla folla formicolante sulle tribune, ha riempito i nostri pomeriggi di emozioni narrando da testimone diretto decine di campionati, centinaia di partite, migliaia di minuti di calcio. In una notte d’estate ha gridato per quattro volte «Campioni del mondo», ed è iniziata la festa di tutti, da Berlino alle piazze di paesi e città dell’Italia intera. Attraverso il suo microfono ha accompagnato vittorie impossibili da dimenticare: la Champions League dell’Inter, lo scudetto travolgente della Roma, quello del riscatto bianconero nel 2012.

Il segreto della sua voce è un paradosso: l’equilibrio perfetto tra passione ed eleganza, entusiasmo e riservatezza. Ecco perché Riccardo Cucchi ha confessato di essere un tifoso biancoceleste soltanto al termine dell’ultima radiocronaca, quando è stato abbracciato dal pubblico di San Siro come si fa con i grandi campioni e i grandi amici. Ed ecco perché diciassette anni prima, mentre annunciava lo scudetto della sua squadra, lo ha tradito una vibrazione sottile, una palpitazione che in pochi hanno saputo percepire fra le pieghe del suo annuncio: «Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio 2000, la Lazio è campione d’Italia!».

Oggi la voce che ha trasformato quegli attimi in racconto radiofonico, dando vita a una piccola epica dell’istante, abbandona il microfono e si riversa in un libro, ancora entusiasmante, ancora più intimo. Un libro che ci mostra come, a televisione spenta, la radio sappia trasformare lo sport in parola, ritmo, narrazione: perché la radio è il mondo, come lo immaginiamo noi. Radiogol è un memoir in cui scorrono trentacinque anni di calcio perduto e ritrovato e un autentico atto d’amore per la radio e i suoi protagonisti, da Enrico Ameri a Sandro Ciotti. Attraverso le sfide a cui ha assistito in prima persona, i ricordi di un’infanzia trasognata e gli incontri con fuoriclasse come Carlo Ancelotti, i fratelli Abbagnale e Diego Armando Maradona, Riccardo Cucchi ci sintonizza su un’epoca e un calcio che sono parte di noi. Minuto per minuto.

Un estratto da Radiogol di Riccardo Cucchi

E poi arriva il momento in cui il microfono deve essere riposto tra i ricordi. È un momento che si prepara da sempre, anche quando quel giorno sembra lontanissimo e le cose ancora da fare e i progetti sono tanti ed eccitanti; quando le parole sgorgano facili e l’entusiasmo cancella la fatica delle lunghe trasferte, dei disagi, delle ansie che precedono ogni diretta. È un momento che si prepara quando vivi, uno dopo l’altro, gli addii di chi è stato «maestro» e voce amica della tua adolescenza, e comprendi che questo affascinante e complicato viaggio terminerà come è terminato per loro.

Roberto Bortoluzzi aveva gli occhi velati di tristezza a Los Angeles nell’84, alla sua ultima Olimpiade da inviato, da conduttore, da «voce» della radio. Lascerà Tutto il calcio nel 1987, dopo ventisette anni di domeniche trascorse a far battere il cuore dei tifosi: «Gentili radioascoltatori buongiorno. Stiamo per collegarci con…». La sua riservatezza gli impedì di sentirsi protagonista. In realtà lo fu. Fu un grande protagonista di quegli anni epici della radio. Intervistato, rispose così al cronista che gli chiedeva quale fosse la difficoltà maggiore del suo lavoro di conduttore della trasmissione più ascoltata dagli appassionati di calcio: «Evitare di scivolare lungo il corridoio di corso Sempione mentre corro in studio con gli aggiornamenti dei risultati». Non c’era il web ai tempi di Bortoluzzi, e l’unico modo per sapere cosa avveniva sui campi non collegati era andare alle telescriventi e leggere le agenzie. Anche durante la trasmissione, mentre i radiocronisti raccontavano le loro partite. Tutto il calcio per Bortoluzzi era anche le corse lungo il corridoio.

Dopo di lui Massimo De Luca, che gli succedette alla guida della trasmissione, aprì l’era dei monitor in studio. Le immagini irrompevano nel mondo romantico e un po’ rétro della radio. Bortoluzzi lasciò il microfono con sobrietà, la stessa sobrietà che aveva ispirato il suo stile di vita, per rifugiarsi nella sua Liguria, lui nato a Portici con l’ambizione di diventare ufficiale di Marina. Sentire il mio nome dalla sua voce chiara e stentorea per la prima volta, durante Tutto il calcio, mi provocò una tale emozione da rischiare di rimanere muto. E altrettanto forte fu l’emozione provocata dal suo addio al microfono. Ci aveva insegnato il rispetto per chi ascolta e l’uso misurato delle parole. Fu scioccante per gli ascoltatori, e per la squadra di Tutto il calcio, anche l’addio di Enrico Ameri, al termine di un Genoa-Juventus, nel ’91. Si chiudeva davvero un’epoca. La sua voce dal timbro caldo, che evocava gli stadi anche quando ordinava un caffè al bar di via del Babuino, era stata la colonna sonora di una generazione. Impetuoso e misurato, severo e onesto. Al punto da ammettere, nel famoso 4-3 tra Italia e Germania, di non aver riconosciuto l’azzurro che aveva segnato la quarta rete.

Ci volle qualche secondo prima che pronunciasse il magico nome: «Rivera, gentili radioascoltatori… Rivera!». Celebri i suoi tentativi di nascondersi ai tifosi all’ingresso dello Stadio Olimpico quando giocava la Roma. Costretto a raccontare frequentemente le gesta della Juventus, era spesso scambiato per tifoso bianconero, a Roma in modo particolare. Ameri non nascose mai la sua amicizia personale con Boniperti, ma la sua squadra del cuore, confessò a fine carriera, era il Genoa. Lui, lucchese di nascita ma vissuto fin dall’infanzia nel capoluogo ligure. Arrivò a comprare una parrucca e una barba finta, che indossava sul van nel tragitto verso lo stadio insieme ai tecnici e a Gioia Paolini, assistente di Guglielmo Moretti e straordinaria organizzatrice del nostro lavoro. Camuffato in quel modo sperava di passare inosservato, evitando così rischiosi incontri con esagitati tifosi giallorossi. Spesso ci fece visita allo stadio, nei mesi successivi alla pensione, in tribuna stampa. Senza microfono, con un filo di voce, continuava a raccontare la partita. Un racconto che solo lui poteva ormai ascoltare.Sandro Ciotti lasciò come solo lui poteva.

Con la voce sempre più roca, concluse così il racconto di Cagliari-Parma nel ’96: «Quella che ho appena tentato di concludere è stata la mia ultima radiocronaca. Un grazie affettuoso a tutti gli ascoltatori. Mi mancherete». La voce affaticata ma il pensiero sempre lucido, acuto, ironico. In qualche caso dissacrante. Ciotti lasciò le radiocronache, non il microfono, continuando a fare l’opinionista con noi di Radio1. Ha sempre voluto allontanare il momento dello «switchoff». La sua vita si identificava con il mestiere, un mestiere esercitato a tutto tondo, spaziando tra lo sport, la musica, il cinema, l’attualità. Una vita dedicata al giornalismo alla quale non avrebbe mai voluto rinunciare. E non vi rinunciò, perché un addio vero e proprio non ci fu mai.

Collaborò con la Rai sino all’ultimo istante della sua intensa esistenza. Così come avvenne ad Alfredo Provenzali, strappato al nostro affetto e a quello dei suoi cari in un’estate che preludeva a un nuovo impegno alla conduzione di Tutto il calcio. La nostra generazione di radiocronisti ha vissuto ed è cresciuta accanto a questi straordinari modelli di vita e di mestiere, accumunati tutti dall’identica passione per il racconto in diretta. Una passione così profonda da rendere persino temibile il momento dell’addio. Ezio Luzzi, terminato il suo percorso nel servizio pubblico, ha fondato una radio, una sua radio. E ha continuato a parlare al microfono. Negli anni ottanta Mario Giobbe si era assegnato un compito: costruire un’altra generazione di specialisti del racconto sportivo. Voce del tennis, conduttore raffinato, elegante e rigoroso, dopo aver accompagnato le gesta di Panatta e degli azzurri vincitori della Davis, e dopo essere stato un inventore di trasmissioni, si trasformò in autentico talent scout. Con lungimiranza comprese che i mostri sacri di Tutto il calcio avrebbero avuto ancora poco più di un decennio a disposizione. Era necessario costruire un percorso di formazione per non far trovare impreparata la radio nel momento del cambio generazionale. Si mise alla ricerca di nuovi radiocronisti da formare: lentamente sulla scena comparimmo noi, i non ancora trentenni cresciuti a pallone e Tutto il calcio. Furono anni di paziente crescita, di ascolto e formazione ispirati alle poche, essenziali parole d’ordine di Giobbe:
–più breve sei, più bravo sei;
–non sprecare parole;
–«ascolta» chi è in trasmissione con te;
–rispetta il microfono;
–sii imparziale;
–non essere protagonista;
–l’evento è più importante di chi lo racconta.

Giobbe ricorreva anche ai «cartellini gialli» e a vere e proprie «sospensioni» dalla trasmissione della domenica successiva in caso di reiterati errori. Una scuola severa e formativa basata sul rispetto dei ruoli, in primo luogo sul rispetto delle voci guida, quelle di Bortoluzzi, Ameri, Ciotti e Provenzali. E di Claudio Ferretti, uno straordinario talento naturale, figlio d’arte (il padre Mario fu il «poeta» del ciclismo, ideatore della celebre frase: «Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi»). Ferretti sarebbe stato il naturale successore di Ameri e Ciotti se non avesse scelto, spinto dalla sua sete di sperimentazione e di ricerca, di lasciare la radio per la televisione. Mario Giobbe allevò un gruppo di giovani che riteneva potessero a entrare nelle case degli italiani la domenica pomeriggio. In quella squadra c’erano Emanuele Dotto, Livio Forma, Bruno Gentili, Tonino Raffa e tanti altri.

Tutti uniti dalla consapevolezza che, se fossero stati all’altezza, avrebbero dovuto prendere tra le loro mani l’eredità di chi aveva scritto la storia della trasmissione. Il percorso per formare un radiocronista è lungo e ricco di insidie, di asticelle da superare, di scommesse da vincere, di cadute dalle quali sapersi rialzare. E di sacrifici. Senza passione, è difficile trovare le risorse per farcela. La vita di un radiocronista sportivo non contempla domeniche da trascorrere in casa, amici da coltivare, ferie da godere. Specie negli anni in cui si svolgono i grandi eventi. E davvero alto è il rischio di far coincidere la propria esistenza con il lavoro. Per questo è importante preparare il distacco da una vita spericolata, solitaria e nomade che nasconde in questi suoi limiti anche il suo immenso fascino.

Ho pensato che non dovevo lasciarmi travolgere troppo dal mio meraviglioso mestiere il giorno del ’94 in cui mi fu affidata la Nazionale, a Napoli per un’Italia-Francia; o il giorno del ’96 in cui, per la prima volta, raccontai una finale di Champions, Juventus-Ajax allo Stadio Olimpico di Roma. Uno scenario suggestivo, maestoso. E la prima Coppa dei campioni che attendeva di essere alzata dai vincitori, lì, a pochi metri dalla mia postazione. Una notte coronata dal successo dei bianconeri di Lippi che tante volte ancora avrei raccontato in finali di Champions meno fortunate, a Monaco di Baviera, ad Amsterdam. Ho pensato che non avrei dovuto lasciarmi travolgere troppo dal mio meraviglioso mestiere quando nel teatro dei sogni, l’Old Trafford di Manchester, due squadre italiane si contendevano il trofeo europeo più prestigioso, Milan e Juventus. Il calcio italiano assoluto protagonista. Vinse Ancelotti con il suo Milan, dopo un equo 0-0, ai calci di rigore. Rigori che invece furono fatali ai rossoneri a Istanbul nel 2005, con la rimonta del Liverpool dallo 0-3 al 3-3.

Quella serata rischiò di fare una vittima, il nostro tecnico Gabriele, ottimo fonico ma anche sfegatato tifoso milanista, che al 3-2 sbiancò e si sentì mancare al punto da lasciare la postazione per riprendersi dalla troppa ansia. E non riuscì ad assistere alla sequenza dei calci di rigore che premiò gli inglesi. Si fece sostituire da un collega. Il Milan si prese la rivincita due anni dopo, battendo proprio il Liverpool e senza attendere i rigori. Di quella trasferta, condivisa con Livio Forma, ricordo la singolare circostanza per cui trascorremmo le nostre notti ad Atene, a bordo di una nave da crociera ormeggiata al Pireo e trasformata in hotel. Non c’era un solo albergo nella capitale greca che non fosse esaurito. E poi Madrid, 22 maggio 2010, Inter-Bayern.

Ho sempre pensato che non avrei dovuto lasciarmi travolgere troppo dal mio meraviglioso mestiere e dall’amore per il calcio. Un amore condiviso attraverso i microfoni della radio con milioni di innamorati del pallone come me. E anche che non avrei dovuto attendere l’ultimo giorno per lasciare. Anzi, credevo che sarebbe stato meglio abbandonare in piena forma, prima che la voce diventasse opaca, i riflessi meno pronti, la mente meno lucida. E lasciare dopo aver avuto la certezza, ormai da capo della redazione sportiva, che i più giovani fossero pronti a scrivere il resto della storia dello sport alla radio. Non ho mai compreso appieno quei calciatori, quegli atleti che, non intuendo che il momento era giunto, addirittura superato, non hanno trovato la forza di confessare a se stessi la verità.

Un errore imperdonabile essere egoisti e ritenersi indenni dall’inevitabile declino. Meglio fermarsi un attimo prima. San Siro era splendido il 12 febbraio del 2017. Lo stadio per definizione, il palcoscenico più ricco di storia e tradizione. Lo stadio che ogni ragazzino della mia generazione avrebbe voluto vedere con i propri occhi. La prima volta che mio padre mi accompagnò davanti a quell’imponente struttura, pensai che fosse lo stadio più grande e più bello del mondo. Fermo nel parcheggio, quasi al tramonto di un giorno d’inverno, alzavo gli occhi verso le sue luci e lasciavo che i miei pensieri corressero liberi.

E muti. Sarebbe stata l’ultima volta da cronista, quel 12 febbraio. Il momento preparato in tutti gli anni trascorsi al microfono era giunto. Avevo deciso che quella era la domenica giusta, quella dell’ultima radiocronaca: un Inter Empoli di campionato, a San Siro. Avrei dato corso ai miei riti come sempre, e avrei lasciato che l’emozione mi prendesse, mi facesse vivere la gara e mi aiutasse a trasferire la gioia di veder giocare a calcio in tutti coloro che, in quel pomeriggio, avessero scelto la radio. Una grande serenità si stava impadronendo di me. Avevo solo voglia di godermi una partita sfruttando l’enorme privilegio di poterla raccontare. Ancora una volta e come sempre. Senza alcun rimpianto, nostalgia o malinconia, ma vivendo ogni istante con maggiore intensità.

Ma Madrid era in agguato, con la suggestione che solo il ricordo di una finale di Champions sa creare. Era in agguato sullo schermo dello stadio che riproponeva le immagini del gol di Milito e del racconto che la radio aveva offerto agli appassionati. Buffo e inusuale l’abbinamento della voce del radiocronista alle immagini, pensavo, mentre osservavo la giocata di Milito da bordo campo. Per una volta, la voce che parla a chi non vede era rivolta anche a chi stava vedendo. Emozionante l’applauso del pubblico, emozionante ricevere dalla società neroazzurra una maglia numero 10. Il numero che avrei voluto indossare su un campo, come tanti ragazzini, se fossi stato più bravo a toccare il pallone.

Ma Madrid era in agguato anche nella curva Nord, la curva interista, mentre la squadra era in campo e cercava la via del gol contro un Empoli attento e organizzato, come cercavo di spiegare al microfono. Era in agguato sotto forma di uno striscione che improvvisamente apparve, disteso sopra le teste di centinaia di tifosi: «Ma c’è il contrattacco di Milito… Milito che lascia sul posto con una finta… Reeetee». Le stesse parole pronunciate quella notte. «A te il nostro applauso per averci emozionato per davvero, Cucchi simbolo del nostro calcio» recitava un secondo striscione, qualche fila più in basso. Troppo. Troppo, pensavo mentre trattenendo una formidabile emozione cercavo di rispondere al loro saluto con il mio. Le parole pronunciate sono destinate a una vita breve e in fondo effimera. Vivono il tempo necessario perché vengano usate, ascoltate. Ma quando il loro destino si incrocia con quello del calcio, la loro vita può allungarsi e trasmettere emozioni per un tempo assai più lungo. Il merito è di quel pallone che rotola sull’erba, che incarna il desiderio umanissimo di riuscire nell’impresa, di farcela, di alzare le braccia al cielo e celebrare un traguardo raggiunto. Il calcio genera partecipazione emotiva, senso di appartenenza, amore per un simbolo, per i colori. In una parola, il calcio genera passione.

Chi lo racconta deve percepire questa straordinaria forza, deve sentirla, assecondare la sua magia. Nella notte di Madrid, l’Inter tornava a giocare una finale di Coppa dei campioni dopo trentotto anni, e dopo aver dominato la scena internazionale a metà anni sessanta. Dopo Herrera, Mourinho; dopo Angelo Moratti, Massimo. Più generazioni si erano incrociate, sovrapponendo ricordi veri e leggenda di quell’Inter che solo alcuni avevano avuto la fortuna di ammirare. Al Bernabéu, quella notte, i timori e le speranze dei tifosi neroazzurri si mescolavano, creando una miscela insieme eccitata e intimidita: dallo stadio, dall’avversario, dall’indecifrabile destino. L’Inter stava per chiudere un ciclo. Mourinho, tutti lo sapevano ormai, avrebbe lasciato Milano per fermarsi proprio in quella Madrid palcoscenico del suo ultimo atto da interista. La squadra era provata da una stagione intensa e vittoriosa e da un tecnico che chiedeva sempre il massimo, sul piano fisico e su quello mentale. Mourinho fu, anche in Italia, un vero fuoriclasse della comunicazione. Forse ancor più di quanto non avesse già dimostrato. Era capace di eludere le insidie di un giornalismo sportivo aggressivo e sempre alla ricerca di temi polemici, aprendo egli stesso le conferenze stampa e dettando l’agenda, spiazzando tutti coloro che erano pronti a lanciare le loro taglienti domande. Nacque così il celebre «zeru tituli».

Ma Mourinho non era solo un personaggio spigoloso. Sapeva essere ironico e soprattutto amava parlare di calcio. Ma doveva arrivare al microfono sereno. In caso contrario le risposte si facevano acide, brevi, insufficienti. Lo ricordo agitato a quello della radio in un dopo partita nel quale aveva polemizzato vivacemente in tv poco prima. Gli chiesi se volesse attendere prima di iniziare l’intervista. Accettò, si accese una «vietatissima» sigaretta («Qui le telecamere non ci sono…» si giustificò), e dopo qualche minuto era a suo agio. Ne uscì un’intervista brillante e divertente. E ricca di contenuti tecnici. Madrid era la prima finale, dopo un decennio, nella quale non giocassero la Juventus o il Milan. Le due squadre avevano dominato la scena, nazionale e internazionale, lasciando poco o nulla agli avversari. LInter rappresentava una novità. Anche per me, per il radiocronista che aveva celebrato le altre due squadre in tanti stadi europei e in tante avvincenti finali. Le responsabilità che gravano sulle spalle di chi deve raccontare una partita sono enormi.

Specie se si tratta di una finale. Ma una in particolare pesa più delle altre, è più importante delle altre: assecondare e sentire la passione di chi attende il racconto. Una passione che non va tradita, sia che si celebri una vittoria, sia che si narri una sconfitta. E la via migliore per non tradire chi ascolta è raccontare il gioco, vivere le azioni evitando esagerati dettagli tecnici o azzardate previsioni tattiche. Raccontare le giocate, rappresentare i momenti più esaltanti e i timori, quando le difese sono in affanno; penetrare gli stati d’animo di chi è in campo non abbandonando mai quella palla che rotola. E quando Milito mise a sedere l’avversario con la sua maestosa giocata, l’esplosione di gioia dell’argentino, dei tifosi presenti al Bernabéu, di chi era all’ascolto non poteva non essere la nostra, quella di chi era in postazione. Non poteva che essere anche la mia e di Francesco, che era al mio fianco. Credo che in quella domenica di febbraio i tifosi interisti intendessero questo con il loro caldo e commovente saluto.

Non hanno voluto celebrare la cronaca di un radiocronista di parte. Credo abbiano voluto sottolineare l’importanza decisiva di vivere e condividere l’emozione. Condividerla con onestà e partecipazione, perché il calcio per un tifoso non sarà mai concepito come business; perché un tifoso faticherà ad accettare i cambiamenti imposti dalla modernità; non perdonerà un «suo» giocatore che cambi casacca per guadagnare di più. Un tifoso vuole essere rispettato nella sua passione, non desidera essere considerato un cliente, ma il cuore palpitante della sua squadra. Il calcio genera inguaribili romantici. Il momento per me arrivò carico di tutto questo. E fu un momento dolcissimo e indimenticabile. Come tutti i gol raccontati, gli scudetti celebrati, le coppe levate al cielo dalle braccia di capitani coraggiosi e indomabili. Tutti, nessuno escluso. Perché prima di amare una squadra, ho amato il calcio. Qualche giorno dopo l’addio alle radiocronache, ho risposto per la prima volta alla domanda che mi sono sentito rivolgere per trentotto anni: «Ma lei per quale squadra tifa?». E ho dichiarato la mia passione per la Lazio. Invitato a trascorrere una giornata a Formello con la squadra romana, ho ribadito la partecipazione con cui ho vissuto, non solo professionalmente, lo scudetto della Roma di Capello.

Era il 2001, e quella fantastica galoppata si concluse in un Olimpico ebbro di gioia per il successo contro il Parma, nello stesso stadio che l’anno prima aveva festeggiato lo scudetto della Lazio. «Mai scudetto fu più meritato» gridai al microfono, assolutamente persuaso del capolavoro compiuto da Totti, Batistuta e Montella, guidati da un Capello impeccabile tattico ed eccellente motivatore. Il calcio è chiaro nei suoi verdetti, molto più di quanto a volte critici e appassionati non sappiano cogliere. E la Roma, nel 2001, lo dimostrò sul campo. Radio e pallone. Le immagini invadono le nostre case. Ed è giusto così. Ma una voce che cerchi di emergere sul boato del pubblico per gridare «Rete!» continuerà a essere, per ogni appassionato, l’essenza vera del gioco del calcio.

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