20 Agosto Ago 2018 0700 20 agosto 2018

Oggi le ovazioni, domani i guai: ecco perché il disastro di Genova sarà un boomerang per Lega e Cinque Stelle

Dal Vajont in poi i disastri hanno portato consensi ai Governi in carica. Solo che, a distanza, sono nati i problemi: inchieste, ricostruzioni inesistenti, eccetera. E Genova non fa eccezione. Fermo restando che la reale efficacia di un’azione politica si misura nel tempo

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Dal dopoguerra a oggi non c'è classe dirigente che non abbia avuto la sua “photo opportunity” davanti a un qualche luogo di disastro e che non l'abbia sprecata, forse con la sola eccezione del terremoto in Friuli del 1976: perchè è facile dimostrarsi determinati, solidali, persino efficienti – abbiamo una delle Protezioni Civili più brave del mondo – nel momento dell'emozione e del lutto, ma è molto più difficile mantenere quella linea di condotta dopo, quando gli impegni vanno mantenuti.

La metafora perfetta è l'eccidio del Vajont, 9 ottobre 1963, il più grave della nostra storia, quasi duemila morti: il presidente del Consiglio era Giovanni Leone, democristiano di razza, sfidando l'immaginabile rabbia dei superstiti tre giorni dopo atterrò in elicottero a Longarone. Il paese era annientato. Il vice-sindaco, che lo accolse impietrito, aveva perso un figlio e i genitori. La gente gridava «assassini», ce l'aveva con quelli della diga, col governo, con tutti. Le cronache raccontano che Leone tirò fuori un grande fazzoletto bianco. Piangeva. Si asciugò le lacrime. Azzittì ogni contestazione: «Giuro che sarà fatta giustizia». Pochi anni dopo, smessi i panni di premier e tornato avvocato, entrò nel collegio di difesa della Sade (la società privata che possedeva la diga) e si sbracciò per negare risarcimenti alle vittime sostenendo l'imprevedibilità della catastrofe.

Nella società dello spettacolo le promesse dei politici davanti a rovine, paesi crollati, bare, rottami di disastri ferroviari, hanno costituito sempre un volano di consenso, e stupiscono i commenti senza memoria sugli applausi, i selfie, le attestazioni di fiducia al governo giallo-verde dopo il disastro di Genova: nel momento del buio il Paese si affida al sovrano, come è sempre stato, e si aggrappa all'idea che il sovrano possa punire, risarcire, rimediare, in senso morale oltre che pratico.

Dopo il terremoto in Abruzzo toccò a Silvio Berlusconi essere il catalizzatore di questi sentimenti: la sua promessa delle case chiavi-in-mano subito, lo spostamento del G8 all'Aquila, il discorso del 25 aprile a Onna, quando col tricolore della Brigata Maiella al collo esortò il Paese a coltivare valori comuni, segnarono il punto più alto della sua popolarità: oltre il 70 per cento di giudizi positivi.

Ma ci furono strette di mano e consenso anche per il ministro dei Trasporti Altero Matteoli il giorno dopo la strage di Viareggio, per Matteo Renzi sulle macerie di Norcia («Ricostruiremo tutto, nessun riguardo per regole tecnocratiche»), e persino Mario Monti – non certo un leader populista – salì nei sondaggi dopo la sua visita agli sfollati due giorni dopo il sisma in Emilia del 2012: qualcuno, è vero, lo contestò ma la promessa di rapidi aiuti e sospensione degli adempimenti fiscali fu accolta con riconoscenza.

Sul lungo periodo le photo-opportunity del dopo emergenza si sono trasformate in un concreto motivo di contestazione e polemica verso le classi dirigenti. Perché mai le promesse sono state rispettate

Sul lungo periodo, poi, ciascuna di quelle antiche photo-opportunity si è trasformata in un concreto motivo di contestazione e polemica verso le classi dirigenti perché mai le promesse sono state rispettate, mai le responsabilità accertate, mai i responsabili individuati con la severità evocata davanti alle macerie o alle lamiere, e spesso le misure d'emergenza intraprese si sono rivelate occasioni per l'affarismo, talvolta per la corruzione, piuttosto che opportunità per le persone e i luoghi danneggiati.

Nel Vajont, per tornare all'inizio di questa storia, le licenze di piccoli imprenditori e artigiani furono rastrellate per due lire da abili intermediari che poi ne moltiplicarono per mille il valore grazie a un furbo utilizzo delle leggi eccezionali prorogate per anni dai governi. Sugli scandali post-ricostruzione di qualsiasi ricostruzione è inutile soffermarsi.

Insomma, il Governo del cambiamento che oggi vanta una serie di strappi alla consuetudine italiana - mai prima misure così drastiche contro una potentissima concessionaria, mai prima tanta rapidità, mai prima tanta determinazione – dovrà dimostrare di aver davvero voltato pagina sulla media distanza, perché a ridosso dei disastri tutti questi “mai prima” sono stati in realtà già pronunciati, e tutti si sono trasformati in delusione. La vera rupture non è prendere applausi cinque giorni dopo, ma riuscire a conservarli dopo un anno, dimostrando di aver mantenuto le promesse.

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