La Lega comanda, i Cinque Stelle obbediscono: è questo l’unico modo per tenere in vita il governo Conte

Salvini smentisce Toninelli sullo sbarco dei migranti a Catania, Giorgetti smentisce tutti sulla nazionalizzazione delle Autostrade: ormai è chiaro che la Lega ha l’ultima parola su tutto e che i Cinque Stelle sono terrorizzati dalla prospettiva di una crisi. In attesa della legge di bilancio

Dimaio Salvini Linkiesta
21 Agosto Ago 2018 0715 21 agosto 2018 21 Agosto 2018 - 07:15

Chiamatele pure prove tecniche di separazione. In attesa della legge di bilancio, infatti, ci pensano i migranti e le autostrade a scavare un nuovo solco tra Lega e Cinque Stelle, e a dare ulteriori elementi probatori a chi pensa che Salvini stia preparando il terreno per una crisi di governo. In ventiquattr’ore, l’allarme è suonato due volte. Prima con lo stesso ministro dell’Interno che ha smentito il suo collega alle infrastrutture e ai trasporti Dario Toninelli, impedendo lo sbarco a Catania, da quest’ultimo autorizzato, dei 177 migranti a bordo della nave Diciotti della guardia costiera italiana, che li ha tratti in salvo nonostante si trovassero in acque maltesi. Poi, col sottosegretario Giancarlo Giorgetti - il Mazzarino di Matteo Salvini - che intervenendo al Meeting di Rimini ha smentito in un colpo solo Conte, Di Maio e Toninelli (e lo stesso leader leghista) dicendo che non è allo studio una legge per ritirare la concessione ad Atlantia dopo la tragedia di Genova, e che non è d’accordo con una nuova nazionalizzazione delle autostrade italiane.

Non sarà qui che cadranno, ma vi diciamo già come andranno a finire queste due crisi: che a prevalere, con ogni probabilità, sarà la linea leghista e a piegare la testa sarà il Movimento Cinque Stelle. Molto semplicemente, perché i primi a essere convinti (e terrorizzati) dall’idea che i leghisti cerchino solo il pretesto per litigare, e andarsene, sono proprio loro, i loro alleati di governo. E che lo strappo - se mai sarà, quando sarà - sarà figlio di un logoramento dei rapporti creato ad arte che troverà il suo culmine nelle divergenze sulla legge di bilancio e nel tentativo leghista di andare allo scontro all’arma bianca contro la Commissione Europea.

Arriverà il momento in cui al Movimento Cinque Stelle dovrà decidere da che parte stare. Se fare la mosca cocchiera della Lega e delle sue iniziative unilaterali per i prossimi cinque anni, nonostante il 30% e rotti dei consensi, per evitare una crisi di governo. O se alzare la voce a propria volta, col rischio che Salvini e soci colgano la palla al balzo per sbattere la porta e giocarsi tutto nella primavera del prossimo anno

Ad esempio, già che ci siamo, sarebbe interessante sapere che ne pensano Conte e Tria della proposta, sempre di Giorgetti, di sforare il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil, che per quest’anno sarebbe previsto allo 0,9%, per lanciare “una grande operazione di messa in sicurezza infrastrutturale del Paese” - e quindi di investimenti pubblici in conto capitale - proprio nel giorno in cui Moodys ha deciso di rinviare a fine ottobre la decisione - prevista per settembre - sul declassamento del rating sovrano italiano, in attesa della nota di aggiornamento del Def, evidentemente rassicurata dalle parole del presidente del consiglio e del ministro dell’economia, che hanno ripetuto in tutte le salse che l’Italia rispetterà i patti.

Staremo a vedere. Di sicuro, se mai passerà, quel piano è fuori dal contratto di governo ed è anch’esso un’iniziativa unilaterale leghista cui probabilmente ai Cinque Stelle toccherà accodarsi, dicendo addio a data da destinarsi al reddito di cittadinanza e continuando ad andare a rimorchio della Lega nella definizione dell’agenda di governo e nella strategia di scontro frontale con le istituzioni europee.

Finché sono chiacchiere - Giorgetti, al Meeting, ha parlato anche della necessità di una riforma istituzionale - tutto più o meno si tiene. Ma arriverà il momento in cui al Movimento Cinque Stelle dovrà decidere da che parte stare. Se fare la mosca cocchiera della Lega e delle sue iniziative unilaterali per i prossimi cinque anni, nonostante il 30% e rotti dei consensi, per evitare una crisi di governo. O se alzare la voce a propria volta, col rischio che Salvini e soci colgano la palla al balzo per sbattere la porta e giocarsi tutto nella primavera del prossimo anno. Sincronizzate gli orologi: all’impatto manca davvero poco.

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