Usa-Erdogan, la tensione cresce ancora. E sarà l’Europa a pagarla tutta

Cresce la tensione in Turchia con i colpi sparati contro l’ambasciata Usa. In un paese instabile, con le banche turche indebitate con quelle europee, toccherà a noialtri salvare Erdogan

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LUDOVIC MARIN / POOL / AFP

21 Agosto Ago 2018 0730 21 agosto 2018 21 Agosto 2018 - 07:30

Sarà l’Europa a pagare il prezzo della crisi turca: non solo perché Erdogan ricatta con tre milioni di profughi l’Unione, nonostante un accordo miliardario, ma per l’indebitamento della società turche, al 70% con le banche europee. Anche se lo detestano, gli europei dovranno tenere in piedi il presidente Erdogan. E tutto questo mentre lo scontro tra gli Usa e la Turchia diventa sempre più incandescente, al punto che un’auto in corsa ha sparato sei colpi contro l’ambasciata americana di Ankara.

L'episodio, definito dai turchi una “provocazione”, fa registrare un ulteriore aumento della tensione proprio nel momento in cui Ankara è al centro dell'attenzione dei mercati, dopo che la scure delle agenzie di rating internazionali, da Moody’s a Standard & Poor’s, si è abbattuta sulla Turchia declassando il debito sovrano. Ed Erdogan non smette di tuonare contro la “lobby dei tassi di interesse”, un tentativo, per altro non nuovo, di coprire una politica economica assai poco ortodossa e forse spericolata. La crisi che ha travolto la Turchia e il rischio che pone ai mercati emergenti sarà sicuramente discusso a Jackson Hole dove tra le montagne del Wyoming di riunisce il gotha della finanza mondiale tra banchieri centrali, economisti e accademici.

Ma gli Usa non mollano la presa. Washington ha bocciato una proposta di Ankara per la liberazione del pastore evangelico Usa Andrew Brunson, imprigionato dalle autorità di Ankara per sospetto spionaggio e terrorismo, in cambio dell'interruzione dell'inchiesta aperta dagli americani contro la banca turca Halkbank che rischia un'ammenda miliardaria. La banca pubblica turca, sospettata di aver aiutato l'Iran ad aggirate le sanzioni Usa, è sotto il controllo più o meno diretto di Erdogan che con l’Iran e la Russia ha stretto un patto strategico sulla Siria per tenere a bada i curdi sostenuti dagli americani. Ma i motivi del contendere sono tanti: mentre la lira turca perdeva il 40% del suo valore sui mercati gli Stati Uniti continuano a rifiutare l’estradizione dell’Imam Fethullah Gulen, ritenuto da Ankara l’ispiratore del fallito golpe del 2016. Non solo: la Turchia, membro da oltre 50 anni della Nato, intende acquistare da Putin i missili S-400, una mossa che rappresenta una sfida all’ordine atlantico.

Ma come funziona la “Erdogan Economy” e perché questa crisi oltre che finanziaria sarà anche politica? Fino all’ascesa dell’Akp nel 2002 la Turchia è stata dominata dai laici e dai golpe dei militari poi è toccato ai tradizionalisti e ai religiosi. L’intuizione di Erdogan è stata quella di dare rappresentanza politica alla Turchia conservatrice e tradizionalista rimasta per decenni ai margini e diventata protagonista dell’economia con le famose Tigri anatoliche, le piccole e medie imprese esportatrici, il motore del boom economico ma che quelle più indebitate.

Le autorità turche, pur avendo allargato la liquidità agli istituti di credito in difficoltà, non sembrano per ora intenzionate ad adottare misure più drastiche, quello che in realtà si aspettano i mercati, ovvero una stretta monetaria per riportare sotto controllo l’inflazione, l’introduzione di controlli ai movimenti di capitale e l’intervento del Fondo monetario internazionale, come avvenne con la crisi del Duemila

C’è poco da scherzare oggi con il debito delle aziende turche: è quasi tutto a breve e coinvolge le banche europee fino al collo, spagnole tedesche, inglesi e italiane. Debiti in dollari ed euro che con la drastica caduta della lira turca costano sempre di più. Erdogan sin dal 2013, l’anno delle grandi manifestazioni di Gezi Park, ha cominciato a bersagliare di strali le agenzie di rating e la “lobby dei tassi interesse”. Già allora la lira era sotto pressione sul dollaro e l’euro. Ma il Reìs non ha mai voluto aumentare i tassi mettendo sotto stretto controllo la Banca centrale. Servivano soldi per la liquidità delle imprese, per finanziare i grandi lavori e i crediti facili destinati ad aumentare i consumi della popolazione: questa è la ricetta - almeno così è stato finora - del decantato boom economico.

È questa formula che ha consentito a Erdogan di continuare a riscuotere consensi fino a diventare presidente con pieni poteri.

Ma prima o poi i nodi vengono al pettine. Le autorità turche, pur avendo allargato la liquidità agli istituti di credito in difficoltà, non sembrano per ora intenzionate ad adottare misure più drastiche, quello che in realtà si aspettano i mercati, ovvero una stretta monetaria per riportare sotto controllo l’inflazione, l’introduzione di controlli ai movimenti di capitale e l’intervento del Fondo monetario internazionale, come avvenne con la crisi del Duemila.

La realtà è che come ogni raìs mediorientale Erdogan ha messo sotto controllo tutto, l’economia in particolare.

È un aspetto questo un po’ trascurato. Erdogan, dal fallito colpo di stato del 2016, mentre nel paese avvenivano 60mila arresti, ha completato il suo contro-golpe mettendo sotto diretto controllo le maggiori società pubbliche, dalle linee aeree alle telecomunicazioni, alle banche. La scalata di Erdogan agli “asset” della Turchia è avvenuta quasi nel silenzio, coperta dal clamore delle cronache delle battaglie dell’esercito in Siria e dai suoi scontri con la diplomazia occidentale.

Ma come funziona la Erdogan Economy? Il potere politico promuove le grandi opere pubbliche come segnale di straordinaria crescita e sviluppo a costo zero per lo stato. In realtà è lo stato a fare da garante e nel caso i progetti, come i ponti e i tunnel sul Bosforo, non raggiungessero gli introiti prestabiliti sarebbe lo stato a rimborsare le imprese appaltatrici: in poche parole è il cittadino a pagare anche per i pedaggi mai usufruiti

Oggi se qualcuno osa toccare gli interessi “nazionali” della Turchia in realtà colpisce direttamente il presidente. Erdogan ha messo le mani sul “tesoro” della Turchia. Con una mossa a sorpresa ha trasferito le quote di controllo della compagnia aerea Turkish Airlines, della Halkbank, della società petrolifera Tpao e della Turkish Telekom nel Fondo sovrano Swf (Sovereign wealth fund). Il Fondo era stato istituito con una modesta dotazione di 13 milioni di dollari e adesso controlla partecipazioni per miliardi. È diventato una sorta di “banca” di Erdogan.

Dai grandi appalti all’informazione tutto passa dal Reis. La costruzione del terzo aereoporto sul Bosforo è affidata alla Limak e a Kalyon proprietaria della Turkuwaz Medyaa che possiede 4 canali tv, 4 quotidiani (tra cui Sabah), 11 riviste e due portali di notizie. Il fondatore di Kalyon, Hasan Kalyoncu, strettamente legato a Erdogan, era uno dei personaggi di primo piano dei partiti islamisti e conservatori della Turchia. I legami con la famiglia sono ormai di parentela: la Turkuwaz Madya è diretta da Serat Albayrak, il cui fratello Berat è il genero di Erdogan e ora anche il superministro dell’Economia.

Ma come funziona la Erdogan Economy? Il potere politico promuove le grandi opere pubbliche come segnale di straordinaria crescita e sviluppo a costo zero per lo stato. In realtà è lo stato a fare da garante e nel caso i progetti, come i ponti e i tunnel sul Bosforo, non raggiungessero gli introiti prestabiliti sarebbe lo stato a rimborsare le imprese appaltatrici: in poche parole è il cittadino a pagare anche per i pedaggi mai usufruiti. È la regola dello schema “costruisci-gestisci-cedi”. Non solo, i finanziamenti alle aziende costruttrici arrivano in buona parte da banche pubbliche: si tratta di decine di miliardi di dollari. In Turchia sono aperti cantieri per un valore di 40 miliardi di dollari ma molti rischiano di chiudere se non saranno rifinanziati.

Ecco perché il crollo della lira turca va oltre le questioni finanziarie: è un attacco diretto al cuore del sistema Erdogan, a un ex bastione della Nato e a un attore protagonista degli equilibri e degli squilibri regionali. La tigre dell’Anatolia comincia a mostrare gli artigli spuntati.

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