«Altro che vecchio, Vincino era solo un ventenne che li portava malissimo»

Morto il 21 agosto all'età di 72 anni, Vincino è stato uno dei più grandi satiri italiani, uno di quelli speciali, che non puoi rinchiudere in etichette, un libertario vero che se ne fregava di tutto e, proprio per questo, poteva permettersi tutto

Copia Di Vincino Satira Boldrini
22 Agosto Ago 2018 1220 22 agosto 2018 22 Agosto 2018 - 12:20

A leggere i messaggi di cordoglio che in queste ore stanno affollando i social network è ben difficile capire che diavolo di personaggio fosse Vincenzo Gallo, in arte Vincino, morto il 21 agosto all'età di 72 anni. È ben difficile perché quella sfilza di messaggi di lutto provengono da persone talmente lontane e diverse le une dalle altre — da Maria Stella Gelmini a Vauro, per dire — che, se fossero puntini del gioco della settimana enigmistica sarebbero puntini incompatibili, totalmente contraddittori, di quelli che come risultato danno un ritratto cubista.

Ma forse è proprio cercando di unire quei puntini che si ottiene il vero ritratto di uno come Vincino, disegnatore e agitatore culturale da 50 anni, libertario come in pochi sanno esserlo, battitore libero per eccellenza, a cui non fregava nulla di chi tu fossi, di cosa votassi,da dove provenissi o quanti soldi avessi in banca.

Vincino era un anarchico vero, di quelli che non hanno bisogno di dirlo, di quelli che lo sono interamente, senza alcuna paura delle contraddizioni del mondo, talmente sicuri della propria libertà e indipendenza da poter passare con una facilità disarmante dalle pagine di un giornale come Il Foglio a un festival di fumetti come AFA, organizzato da ragazzi al Leoncavallo. Vincino era così, era uno capace di disegnare caricaturare personalizzate in una cella del Forte Prenestino durante il Crack o al tavolino di un bar romano sciccosissimo di fronte al Colosseo.

«Era un punk vero, anche se chissà se gli sarebbe piaciuta questa definizione, uno a cui non gliene fregava veramente niente, uno che poteva lavorare veramente con tutti, forse l'unico che poteva farlo». A parlare con uno che lo ha conosciuto e ci ha lavorato insieme come Hurricane Ivan, disegnatore milanese che con Vincino ha avuto la fortuna di stringere amicizia negli ultimi anni, emerge il ritratto di un personaggio pazzesco, dalle mille sfaccettature, impossibile da racchiudere in una definizione o in una casella.

Vincino era uno speciale, unico nel suo genere. A differenza di altri grandi vecchi del mondo della satira e non solo, di quelli che hanno fatto il Sessantotto, per dire, lui non era uno che guardava indietro, ma che guardava avanti. «Altro che vecchio di merda, Vincino era un ventenne che li portava malissimo», mi racconta Ivan ridendo, e continua, ridendo ancora di più: «Sono andato a trovarlo in ospedale due settimane fa, mi aspettavo di vederlo provato e invece per niente, ha continuato a disegnare fino all'ultimo giorno, e non solo vignette per il Foglio, pensa che ha disegnato un cazzo a matita con lo stile meraviglioso di un imbrattatore adolescente. E per scandalizzare le vecchiette che ci salivano a cui diceva "signora mia ma è una vergogna" fingendosi scandalizzato lui stesso».

Ci mancherà? Chiedo sempre a Ivan. «Sì», mi risponde, «ci mancherà parecchio. Ma non fidarti di chi dice che con lui se ne è andato un pezzo di Novecento. Non è vero, con lui se n'è andato un pezzo del nostro futuro». Sì, perché Vincino era anche uno che non si fermava mai, che aveva sempre un progetto nuovo e pazzo che avrebbe voluto lanciare. Uno di quelli innamorati delle riviste, informato su tutti i nuovi disegnatori, uno che era capace di trattare esattamente allo stesso modo un disegnatore famoso come un pischello.

Hurricane Ivan, Dario Campagna, Mp5, Roberto La Forgia. E ancora Maurizio Boscarol, Akab, Alessio Spataro, Carlo Gubitosa, Stefano Zattera, Pasquale La Forgia. Questi sono alcuni dei nomi dei disegnatori che aveva coinvolto nel progetto del nuovo Male, quello lanciato insieme a Vauro nel 2012. Da un certo punto di vista le persone così non muoiono mai, perché la traccia che ha lasciato nei giovani — e basta sentire l'entusiasmo, l'affetto e la stima nella voce di Ivan al telefono — è una semina che dare i suoi frutti. Se c'è un vuoto però che sembra veramente impossibile da riempire viene da quella sua capacità di creare, lanciare progetti pazzi, proprio come fanno i pischelli. Quelli che muoiono sono i vecchi, e lui, il ventenne che li portava malissimo, era un pischello. E i pischelli non muoiono mai.

P.S.: «Ah», mi scrive Ivan proprio mentre sto scrivendo le ultime parole di questo articolo, «Mi sono dimenticato dell'ultimo scherzo di Vincino. Guarda come si intitola la sua autobiografia e poi scopri quando è morto Togliatti... Pazzesco eh?».

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