23 Agosto Ago 2018 0700 23 agosto 2018

Ha ragione Gard Lerner: il Pd ha fallito perché è diventato un partito anti-popolo

I dirigenti imborghesiti, la confidenza con il capitalismo senza il coraggio di combatterne i vizi: l'intervista al noto opinionista ha portato alla luce molto del non-detto della sinistra negli ultimi anni. Ma l'autocritica arriva tardi, e pare difficile possa mutare in qualche modo gli eventi

Gad Linkiesta

“Dietro alla tragica condizione di isolamento del Pd c’è il tradimento dei vertici, la corruzione di un gruppo dirigente imborghesito, i rapporti di confidenza tenuti col capitalismo senza mai avere il coraggio di combatterne i vizi”. C’è qualcosa di definitivo nell’intervista con cui Gad Lerner, nome di punta dell’opinionismo e dell’impegno giornalistico progressista, getta la spugna ammettendo che la sinistra non potrà ripartire da lui o da gente come lui, “un borghese benestante, un radical-chic, l’amico di Carlo De Benedetti”. In due frasi Lerner porta allo scoperto il non-detto di un dibattito interno che si trascina da anni negli eufemismi e nei giri di parole, ma che è chiaro forse solo alla sua generazione: quella successiva, la leva dei rottamatori, ha trovato perfettamente naturale quel “rapporto di confidenza”, anzi se ne è vantata, ne ha fatto il perno della sua azione politica.

L’aneddotica è infinita. La prima visita ufficiale di Matteo Renzi premier, a Treviso: incontra tutti, e ovviamente i Benetton, i Polegato, i Delonghi, ma non gli operai della Electrolux che pure erano stati convocati. Poco dopo, la visita all’associazione industriali di Brescia riunita nella fabbrica della Palazzoli: non solo i dipendenti non hanno accesso, ma vengono messi in ferie forzate “per esigenze di sicurezza”.

E ancora, nei giorni successivi all’addio a Palazzo Chigi, il viaggio nella Silicon Valley per vedere Elon Musk di Tesla e Tim Cook della Apple e cercare lì “risposte contro i populisti”. Insomma, vista dalla prospettiva delle nuove leve, l’autocritica di Lerner è un sasso in uno stagno vuoto, giacché nessuno ha mai immaginato che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’accomodarsi nei salotti del capitalismo, anzi: tutta la narrazione democrat da molto tempo è fondata sull’ansia di legittimarsi come “forza della modernità” attraverso questo tipo di relazioni.

Ma se una confidenza tra destra e capitale è in qualche modo nell’ordine naturale delle cose (pur considerando l’anomalia della destra italiana), nel mondo progressista sono state sovvertite regole e rapporti di forza storici, fondanti, con l’aggravante che nessuno se ne è accorto mentre succedeva. Anzi: chi obiettava, dubitava, opinava, veniva strapazzato come eretico

Non è un processo che ha riguardato solo la sinistra. Anche la destra ha sofferto degli stessi complessi di inferiorità, della stessa ossessione di dimostrare al potere economico di “saper stare a tavola”, quando all’inizio degli anni ’90 uscì dal ghetto dell’opposizione. Ma se una confidenza tra destra e capitale è in qualche modo nell’ordine naturale delle cose (pur considerando l’anomalia della destra italiana), nel mondo progressista sono state sovvertite regole e rapporti di forza storici, fondanti, con l’aggravante che nessuno se ne è accorto mentre succedeva. Anzi: chi obiettava, dubitava, opinava, veniva strapazzato come eretico.

Ora il tema è squadernato, e non è solo Lerner a evocarlo, anche se è lui che ha detto le parole più chiare. Dopo il disastro di Genova, sull’onda del dibattito sulle privatizzazioni patrocinate dal primo governo Prodi, si moltiplicano le riflessioni sui limiti da porre agli appetiti dei grandi gruppi privati e sulle distorsioni portate dal capitalismo di relazione nello sviluppo italiano. Tuttavia si ha la sensazione che questa discussione somigli un po’ all’autocritica del vecchio Pci tredici anni dopo i fatti di Praga, di cui proprio in questi giorni ricorre il cinquantenario: arriva troppo tardi per mutare il corso degli eventi, forse persino per essere compresa dai soggetti che dovrebbero farne elemento di azione politica.

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