23 Agosto Ago 2018 0715 23 agosto 2018

Ministro Bongiorno, l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono altri dipendenti pubblici

Le annunciate 450mila assunzioni costerebbero circa 31 miliardi. Una follia che riempirebbe inefficienti e disorganizzati uffici pubblici già stracolmi. Dovremmo metterci in testa che lo Stato non può essere né un dispensatore di lavoro né un ammortizzatore sociale

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ANDREAS SOLARO / AFP

“450 mila assunzioni nel pubblico entro il 2019” Queste le dichiarazioni del Ministro Giulia Bongiorno, un passato da esponente del PDL, poi di FLI, infine eletta alle elezioni politiche 2018 con un passaggio “lampo” in quota Lega.

Nella sua lunga intervista al Corriere, Giulia Bongiorno racconta il suo progetto strategico: raccogliere le esigenze dei vari settori e uffici di governo, e pianificare in questo modo le nuove assunzioni entro il 31 agosto. Adesso, pianificare 450 mila assunzioni, ipotizzando una spesa pro-capite media di circa ottanta mila euro, fa circa trentuno miliardi di euro. Ogni anno, per i prossimi trenta, quarant’anni. Non esattamente una lista della spesa di quelle che si appiccicano sul frigorifero sotto la calamita del latte. Eppure il Ministro ribadisce, nelle sue dichiarazioni, un mantra che affolla i pensieri di tanti sedicenti pensatori ed analisti politici: più dipendenti vuol dire più efficienza.
Niente di più sbagliato. L’affollamento degli uffici comunali e ministeriali è il vero male del nostro paese. Ogni singolo dipendente è deresponsabilizzato a tal punto che chiunque si sia trovato a lavorare con una PA, ha scoperto, sulla propria pelle, quello che potremmo chiamare l’Equilibrio Paretiano della pubblica amministrazione italiana: il 10% dei dipendenti pubblici fa il lavoro dell’altro 90%. Questo non solo perché le assunzioni nel pubblico sono sempre state poco efficaci nell’attrarre i talenti, ma anche perchè non esistono criteri di merito che possano valorizzare e premiare chi lavora bene, e disincentivare chi non si dimostra capace di portare a termine obiettivi e processi.

Già, le partecipate: perchè al falso mito del “più sono meglio lavorano”, si aggiunge anche quello del “in Italia non ci sono così tanti dipendenti pubblici”. Vero, se consideriamo “solo” i dipendenti di Comuni, Regioni, Ministeri arriviamo a circa 3.1 milioni di dipendenti. Ma spesso gli analisti si “dimenticano” di aggiungere i dipendenti delle circa ottomila società partecipate italiane, che vivono pur sempre di contributi pubblici

Un sistema viziato dall’inefficienza, dal clientelismo e dalla disorganizzazione più assoluta nel gestire processi e rendicontazione dei risultati. Alimentato, ancora di più, dal numero spropositato di persone “responsabili di qualcosa”.

Se analizziamo per un momento il numero di dipendenti delle società più grandi al mondo scopriremo che nessuna riesce a battere una pubblica amministrazione o, peggio ancora, un’azienda partecipata. Già, le partecipate: perchè al falso mito del “più sono meglio lavorano”, si aggiunge anche quello del “in Italia non ci sono così tanti dipendenti pubblici”. Vero, se consideriamo “solo” i dipendenti di Comuni, Regioni, Ministeri arriviamo a circa 3.1 milioni di dipendenti. Ma spesso gli analisti si “dimenticano” di aggiungere i dipendenti delle circa ottomila società partecipate italiane, che vivono pur sempre di contributi pubblici. A questi, nessuno osa sommare i dipendenti delle migliaia di enti privati sussidiati da Comuni e Regioni (fondazioni culturali, consorzi, comunità). Si tratta, per lo più, di esternalizzazioni di dipendenti pubblici, ad altri soggetti. Un escamotage utilizzato da Comuni e Regioni, ma soprattutto dalla politica, per aggirare i vincoli di assunzioni imposti dall’ultimo decreto legislativo in materia di riorganizzazione delle società partecipate.
Insomma, di spesa ne abbiamo, di inefficienza pure. Nessun cittadino sente il bisogno di veder aumentare il proprio debito pubblico pro-capite grazie alla trasformazione dello Stato Italiano in un grande ammortizzatore sociale, dispensatore di lavoro. Caro Ministro, capiamo che la democrazia abbia il costo del consenso, ma la prego, non lo faccia pagare alle nuove generazioni.

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