24 Agosto Ago 2018 0804 24 agosto 2018

Promemoria per Di Maio: la realtà è un delitto perfetto (non solo la gara per Ilva)

«La gara è illegittima, ma non si può annullare», entra di diritto nella top ten delle scuse più fantasiose mai prodotte da un politico. Un prototipo che dà la vera misura del cambiamento secondo il governo gialloverde: un vorrei ma non posso lungo cinque anni

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«La gara è illegittima, ma non si può annullare». Nella patria delle giustificazioni fantasiose, il giudizio del ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio sul parere da lui richiesto all’Avvocatura di Stato in merito all’acquisizione di Ilva da parte di Arcelor Mittal raggiunge vette altissime, quasi inesplorate. Un delitto perfetto, dice il vicepremier, capo politico del Movimento Cinque Stelle, che subito si affretta a seppellire la questione con una dichiarazione contro l’Europa sulla Diciotti, sai mai che i giornaloni cattivi la sbattano in prima pagina.

Perché no, come ampiamente previsto, l’Ilva rimarrà nelle mani di Arcelor Mittal. E quella di Di Maio era tutta ammuina per attaccare Renzi e Calenda, un giochino di comunicazione tipo quello sull’Air Force Renzi per provare a rubare la scena a Matteo Salvini e alla sua buiimia comunicativa, contrapponendosi alle odiate vestali dell’ancien regime, spazzate via dal cambiamento gialloverde. Tutto come previsto, insomma: non c’erano motivi che facessero pensare all’annullamento della gara, mentre ce ne sarebbero stati a sufficienza per far recapitare nell’ufficio del ministro in Via Veneto una richiesta di risarcimento danni miliardaria.

Il cambiamento secondo Di Maio sta tutto qua: un gigantesco vorrei, ma non posso, che vellica la frustrazione di un Paese bloccato, solleticandone la fantasia con soluzioni ardite, radicali, intervallate da un sospiro e da un colpo di straccio al bancone, come nei migliori bar di paese

Concentriamoci sulla scusa, allora. Perché il modo in cui Di Maio è uscito dal vicolo cieco in cui si era infilato, se funziona, potrebbe essere usato in qualunque circostanza ché la realtà - maledetta! - è tutta un delitto perfetto. I parametri di Maastricht sono una porcheria, ma non si possono sforare. La concessione ad Atlantia è un regalo ai Benetton, ma non si può revocare. Le autostrade andrebbero nazionalizzate, ma è troppo difficile farlo. L’Euro andrebbe abbandonato, se non fosse irreversibile. E il reddito di cittadinanza sarebbe la panacea di ogni male, così come tutte le altre promesse del contratto di governo, se solo ci fossero i soldi per realizzarle.

In fondo, il cambiamento secondo Di Maio sta tutto qua: un gigantesco vorrei, ma non posso, che vellica la frustrazione di un Paese bloccato, solleticandone la fantasia con soluzioni ardite, radicali, intervallate da un sospiro e da un colpo di straccio al bancone, come nei migliori bar di paese. Che durino uno, due o cinque anni sarà comunque tempo sprecato, una finestra di velleitarismo inconcludente, che lascerà un pezzo di Paese con l’amaro in bocca, un altro pezzo a difendere un cambiamento inesistente, per puro istinto di tifoseria. E tutti quanti ad arrancare, vittime di un declino contro il quale avremo ululato per anni, contro un delitto perfetto di nome realtà.

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