Ecco perché l’ultima ideologia rimasta è il popolo (ed è una rovina per tutti)

Il Novecento ce l'ha insegnato: morto un Dio se ne fa un altro. E i commenti agli applausi (e ai fischi) ai funerali di Genova lo confermano. Il popolo è diventato sacro, infallibile, onnipotente. La politica? Può solo cercare di interpretarne la volontà e assecondarlo

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Salvini e Di Maio accolti dagli applausi ai funerali delle vittime del crollo del Ponte Morandi a Genova

25 Agosto Ago 2018 0700 25 agosto 2018 25 Agosto 2018 - 07:00

“Il popolo che fischia dovrebbe essere letto come un libro di testo”, ha scritto Nadia Urbinati su Repubblica dopo la pessima accoglienza del segretario del partito democratico, Maurizio Martina, ai funerali delle vittime del crollo del ponte di Genova. Ma avrebbe potuto anche scrivere: “Il popolo che fischia deve essere letto come un testo sacro”. Per giorni, è stato interrogato il senso profondo degli applausi ai vice presidenti del consiglio, Salvini e Di Maio, e dei buu al partito democratico, come se si trattasse di decifrare l’espressione più pura della volontà popolare: un comandamento che si osserva, non si discute.

Venivano da qualche centinaio di persone (in un paese di sessanta milioni di abitanti), eppure quei fischi e quell’acclamazione, ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera, dimostrano che “in grande maggioranza gli italiani considerano il recente risultato elettorale un cambio di regime”. L’irruzione della parola del popolo – ha spiegato Polito – sancisce la divisione del tempo repubblicano in due: quello della “nuova politica”, che comincia adesso, e quello della “vecchia politica”, sospinta negli anni bui del passato.

È successo anche con Gesù Cristo: prima del suo avvento c’era una storia, poi ne è cominciata un'altra. È una cosa che accade, con le divinità. Il popolo, infatti, è diventato sacro. Ha sempre ragione, infallibile com'è (conoscete qualcuno che osi contraddirlo?). È assoluto, cioè sciolto – come dice la radice latina della parola, ab-solutum – da qualsiasi obbligo (anche quello di osservare il silenzio durante un funerale; nonché quello di spiegare, e di spiegarsi, come mai è stato, in Italia, con il fascismo, la democrazia cristiana, il pentapartito, Berlusconi, Renzi, prima di acclamare Salvini e Di Maio). Ed è onnipotente: perché, si sa, il popolo, unido, jamáis será vencido.

Come ogni credo, anche quello del Dio-Popolo ha i suoi apostoli e i suoi profeti, da Steve Bannon a Marine Le Pen, da Donald Trump a Nigel Farage, interpreti autentici della missione di cui è investito, quella di combattere la forza demoniaca dell’élite, in uno scontro del bene contro il male.

È successo anche con Gesù Cristo: prima del suo avvento c’era una storia, poi ne è cominciata un'altra. È una cosa che accade, con le divinità. Il popolo, infatti, è diventato sacro. Ha sempre ragione, infallibile com'è (conoscete qualcuno che osi contraddirlo?). È assoluto, cioè sciolto – come dice la radice latina della parola, ab-solutum – da qualsiasi obbligo

Certo, non sempre la volontà del popolo si manifesta chiaramente, come quella di ogni Dio. In questi casi, per sapere ciò che si muove dentro le sue interiora, i giornali, le televisioni, i partiti, i movimenti, i centri studi, le università, consultano uno speciale arùspice contemporaneo, chiamato sondaggista, che esamina la “pancia del paese” e decodifica, nella moltitudine di opinioni, idee, sensazioni, rabbie, speranze che gli individui hanno, quella della maggioranza. Che diventa così la voce del popolo tout court. Poiché, come in ogni monoteismo, Dio parla con una voce sola, quella che comanda: “Non avrai altro popolo all’infuori di me”.

Prima di pensare alla blasfemia, considerate il secolo scorso. C'è una lezione, infatti, che abbiamo appreso dal Novecento: è che morto un Dio, se ne fa subito un altro. L’intuizione è di uno strano pensatore austriaco, Eric Voegelin, capace di produrre fissazioni suicide in decine di studenti ai tempi in cui mi fu insegnato all’università, eppure luccicante di intelligenza nel ritratto che ne fa Mark Lilla, un professore americano di sinistra, in un libro – The shipwrecked mind – dedicato ai brutti, sporchi e cattivi maestri del pensiero reazionario (se non fosse morto, l’avrei chiesto al mio professore: “Come ha fatto a rovinare la materia che insegnava con le sue stesse mani?”).

Dio, si sa, è scomparso da quel dì in Europa. E non lo hanno fatto ancora risorgere né la new age, né i pellegrinaggi spirituali nell’estremo oriente, né il clamore intorno a Papa Francesco. Nella sede vacante della divinità – secondo Voegelin – qualcuno si è seduto al posto di Dio. E per spiegare chi è stato, parte dalla Germania degli anni trenta. Sebbene, non basti Hitler per spiegare Hitler.

Voegelin attaccò violentemente i nazisti, prima che annettessero l’Austria e lo costringessero a lasciare il suo paese. Per lui, si trattava di “figli dell’oscurità”. Tuttavia, egli accusava, allo stesso tempo, il mondo occidentale per aver reso possibile il nazismo: “Quando Dio scompare dietro il mondo – scrisse nel suo libro più importante, Le religioni politiche – sono le cose del mondo che diventano il nuovo Dio”. Ce l’aveva soprattutto con l’illuminismo, colpevole di aver “decapitato Dio”, rendendo possibile all’uomo divinizzare altre entità. Come la materia, Dio non si crea, né si distrugge: semplicemente, si trasforma. Così, il fascismo, il comunismo e il nazismo, hanno sostituito al culto del Dio cristiano il culto della Nazione, il culto della Classe Operaia, il culto della Razza, tutte e tre categorie canonizzate in testi sacri e poi onorate in riti pubblici, secondo una precisa liturgia.

“Quando Dio scompare dietro il mondo – scrisse nel suo libro più importante, Le religioni politiche – sono le cose del mondo che diventano il nuovo Dio”. Ce l’aveva soprattutto con l’illuminismo, colpevole di aver “decapitato Dio”, rendendo possibile all’uomo divinizzare altre entità. Come la materia, Dio non si crea, né si distrugge: semplicemente, si trasforma

C’è stato un momento in cui il nuovo Dio era il mercato: ora è la volta del popolo. È considerata massima colpa politica la lontananza da esso, come dicono succeda alla sinistra (al momento, principale imputata). Non è più capace di stargli vicino, ha detto in un’intervista al Fatto Gad Lerner (in realtà, Lerner ha detto un’altra cosa, però così è stata recepita). Ma, a ben pensarci, come potrebbe? Il popolo è l’altissimo: nessuno può elevarsi al suo piano. Ogni volta che si misura la prossimità, si ravvisa sempre una distanza tra il popolo e le istituzioni, tra il popolo e la politica, tra il popolo e gli intellettuali, tra il popolo e la sua rappresentazione. È il famoso “scollamento”. Quante volte ne abbiamo sentito parlare?

Se così stanno le cose, la colpa politica più grande non è – come si dice – la lontananza dal popolo (sarebbe difficile sostenere che sia vicino al popolo il miliardario Beppe Grillo). La colpa politica più grande è non credere all’esistenza del Dio-Popolo, a questo totem che racchiude nell’uno i molti, e, nell’ordine, il caos.

Asor Rosa bestemmia quando dice che il popolo è morto, riferendosi a quel popolo in cui è cresciuto negli anni cinquanta, il popolo dei film di Rossellini e dei romanzi di Carlo Levi. È una bestemmia, sostenere che quello nelle piazze non sia più il popolo, ma ciò che rimane di esso dopo la dissoluzione, ossia la massa. È una bestemmia, in questo tempo, discutere di sociologia quando il tempo è entrato nel campo della teologia. Non ci sono più la destra e la sinistra. C’è chi crede nel Dio-Popolo, e chi non ci crede. È questione di fedeli e di infedeli, di buoni e di cattivi. L’augurio è che nessuno venga tentato dall’ipotesi della crociata.

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