25 Agosto Ago 2018 0700 25 agosto 2018

Lugano: quei manifesti sono razzisti, vanno eliminati

Da due anni per le curatissime strade della città compaiono manifesti anti-accattonaggio in cui appare un bambino di evidente etnia rom con un'inquientante ombra che lo sovrasta. Una vergognosa immagine che mette in relazione la sua provenienza con la tendenza alla criminalità da eliminare subito

Manifesto_Linkiesta

C’è una certa tensione nell’aria a Lugano, uno stato di opprimente imbarazzo che coinvolge turisti e residenti in una sorta di comune sdegno. Non ci vuole molto, infatti, mentre si passeggia per le curatissime strade della città, a imbattersi in uno dei manifesti anti-accattonaggio che, ormai da due anni, compaiono e scompaiono nei luoghi più trafficati e affollati. Spesso staccati o imbrattati, continuano ad essere affissi, a spiccare con i loro colori cupi sulle pareti di stazioni o lungo i muri delle abitazioni del centro.

Pur non facendo alcun esplicito riferimento all’etnia rom, il manifesto mostra un bambino che appartiene evidentemente a quell’etnia e invita a non donargli nulla per evitare il rafforzamento della criminalità. Il bambino, dalla carnagione olivastra, tende la mano all’osservatore: un’immagine innocente se, su di lui, non incombesse l’inquietante ombra della scritta che lo sovrasta e gli occhi rabbiosi di un criminale col passamontagna che mettono in correlazione il suo status sociale e la sua origine etnica alla criminalità organizzata.

In realtà, politiche anti-accattonaggio sono state adottate non solo a Lugano e nel resto della Svizzera, ma anche in altre città europee. Il fine ufficiale è quello di combattere la criminalità, ma l’intento non detto è anche il più effimero scopo estetico: l’eliminare, per turisti e residenti, la visione di chi chiede l’elemosina nonché il fastidio della richiesta, a volte discreta, a volte meno, di un’offerta di denaro. Un fenomeno che, agli occhi di molte istituzioni, sottrae alla città l’adorato primato del decoro.

Pur non facendo alcun esplicito riferimento all’etnia rom, il manifesto mostra un bambino che appartiene evidentemente a quell’etnia e invita a non donargli nulla per evitare il rafforzamento della criminalità. Il bambino, dalla carnagione olivastra, tende la mano all’osservatore: un’immagine innocente se, su di lui, non incombesse l’inquietante ombra della scritta che lo sovrasta e gli occhi rabbiosi di un criminale col passamontagna che mettono in correlazione il suo status sociale e la sua origine etnica alla criminalità organizzata

Non sempre questi provvedimenti sono illegittimi: a volte la loro portata è utile a una sicurezza comune che va comunque tutelata. Come sempre, però, il pericolo di uscire dagli argini del senso di umanità è dietro l’angolo. In nome di una presunta giustizia, cui si fa appello come un dogma sacro, si perde la misura, si sfocia nella perdita di umanità e nel razzismo.

Un’immagine non racconta solo un messaggio statico, ma riporta una storia, un grande e profondo “non detto” che sovrasta ogni limite figurativo. E, in questo caso, i manifesti di Lugano riportano una storia di uguaglianza e umanità negate: condannare, seppur in via indiretta, un bambino rom al ruolo di veicolo di criminalità, altro non è se non razzismo. È razzismo questa presunzione di malevolenza intrinseca, questa voglia di benessere che calpesta il buon gusto e schiaccia anche la bellezza dell’infanzia. Ci hanno provato in molti a contestare l’affissione di questi manifesti, ma altrettanti hanno dato il benestare alla loro permanenza.

È un colpo al cuore ammirare Lugano, la sua bellezza sottile che sfila lungo l’eleganza dell’architettura fino ad aprirsi nello splendore naturale del lago, e cedere improvvisamente alle bruttezze dell’umanità. È una contraddizione troppo forte da sopportare con indifferenza. Si sopporterebbe più felicemente l’insistente richiesta di una moneta da parte di un bambino.

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