Ecco la frase che al Sud non bisogna pronunciare mai: «Buon lavoro»

«Buon lavoro», una frase che al Nord esprime solidarietà e partecipazione, e che al Sud si ritorce, inevitabilmente, in uno sfottò fastidioso e in un’invasione della privacy

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29 Agosto Ago 2018 1400 29 agosto 2018 29 Agosto 2018 - 14:00

Il cucchiaino che tintinna sul piattino, i cinque gradi in giù degli angoli della bocca, il sopracciglio alzato, gli occhi che ti fissano per un momento, a cerchio. La frase di saluto da non usare sotto Eboli – o forse sotto al Rubicone – è “buon lavoro”.

A Milano "buon lavoro" è perfetto: passi al bar come chi deve, perdi gli ultimi tre minuti per un caffè, te ne vai. “Buon lavoro” “Buon lavoro a lei”. Solidarietà immediata, morbida non invasiva, interruzione della machine produttiva tollerata -anzi non avvertita- perché si evoca la parola magica a discarico di ogni senso di colpa calvinista: lavoro. Il barista riabbassa la testa e via sotto un cielo boh.

Al Sud è la frase infallibile per stare sui coglioni all’interlocutore. Qui tutta la retorica è indiretta, e “Buon lavoro” può avere due significati. Entrambi, esclusivamente, di sfottò. 1) Sembri al lavoro ma in realtà si vede benissimo che non stai facendo niente. Prova a dirlo a un impiegato postale o a un professore di educazione fisica e il risultato sarà quello: bocca in giù e sguardo a palla. 2) Se l’interlocutore è impegnato in un lavoro duro “Buon lavoro” vuol dire: “poveraccio, tu fatichi e io no”. Mio zio passa davanti a due operai comunali che stanno riparando una perdita d’acqua, in trincea, sotto al sole, pala piccone e fazzoletto. “Buon lavoro” “Eh non tutti hanno la testa fresca e la tasca piena come voi”. La cameriera di Cattolica Eraclea (Ag) che ti porta pane di sesamo e granita di limone reagisce dura: “Pigghjiassi bbonu pe’ vossia”, vale a dire: “Andrà bene per voi”.

Qui tutta la retorica è indiretta, e “Buon lavoro” può avere due significati. Entrambi, esclusivamente, di sfottò. 1) Sembri al lavoro ma in realtà si vede benissimo che non stai facendo niente. Prova a dirlo a un impiegato postale o a un professore di educazione fisica e il risultato sarà quello: bocca in giù e sguardo a palla. 2) Se l’interlocutore è impegnato in un lavoro duro “Buon lavoro” vuol dire: “poveraccio, tu fatichi e io no”

Ovviamente non c’entra lo stereotipo dei meridionali che non vogliono lavorare. Al Sud il tessuto micro-imprenditoriale che comprende tutto, dalla vendita auto usate ai lidi estivi al micro-welfare dato dai migranti, (vedi caso Riace) è in sofferenza ma vivo. Con alterni risultati, ma si lavora. Con un giro di debiti/crediti molto più largo che al Nord, fatto di pagamenti a due-tre anni, ma si lavora.

È una questione tutta retorica: se si lavora non bisogna dirlo. I fatti sono agganciati a una retorica magica che non consente l’espressione diretta (“a magghjiu parola è chida di non nesci”, “la parola migliore è quella che non esce”) ma solo quella formulare, e non permette di parlare delle cose che si stanno facendo (meno che mai con trasporto, che qui è puro cattivo gusto). “Buon lavoro” è un’invasione della privacy, come mettere la testa sotto al velo di quella che Baldassarre Castiglione nel Galateo chiamava “Sprezzatura”. Tanto dello sforzo di chi fa tanto è tutto nel nascondere il tanto che fa. Fingersi sfaccendati, e presupporre che gli altri lo siano. Come il ministro (del Sud) che diceva ai visitatori: "Venga quando vuole, tanto non ho niente da fare", o il caporedattore (siciliano) che accoglieva con: "Hai portato qualcosa da leggere? Qui la noia ci mangia vivi".

Il cucchiaino che tintinna sul piattino, i cinque gradi in giù degli angoli della bocca, il sopracciglio alzato, gli occhi che ti fissano per un momento, a cerchio. C’è poco da fare: la frase “buon lavoro”, qui, stecca.

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