31 Agosto Ago 2018 0730 31 agosto 2018

Lega e Cinque Stelle: se continua così, il governo non arriva alle Europee

Salvini e Di Maio hanno un elettorato contrapposto e la mappa del 4 marzo che mostrava un'Italia spaccata in due già lo dimostrava. Ora, dopo un primo periodo di pace, stanno emergendo tutti gli attriti. E in autunno, con la manovra in arrivo, le cose peggioreranno

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Andrea LEONI / AFP

Nel passaggio dal virtuale (il contratto di governo) al reale (la gestione delle cose) i rapporti interni alla maggioranza cominciano a sciuparsi, ed è naturale. A differenza di ogni coalizione di governo vista prima in Italia, nell'esecutivo di Giuseppe Conte convivono forze che non solo sono politicamente molto distanti, ma che fino a tre mesi fa avevano un rapporto conflittuale al limite del reciproco disprezzo. Magari non è «Tempo Scaduto» come ha scritto Marco Travaglio invitando il M5S a liberarsi della Lega prima che succeda il contrario, e tuttavia le crepe che si sono aperte nella partita sui tagli alle pensioni d'oro, sulla nazionalizzazione di Autostrade, sui rapporti con Visegrad, sulla Tav e le grandi opere in generale – cioè su tutte le questioni di rilievo che si sono presentate in agosto – parlano di una luna di miele finita.

È impossibile, e lo si capirà meglio affrontando il capitolo manovra, tenere insieme le promesse grilline – redistribuzione dei redditi, contrasto alle diseguaglianze, riequilibrio tra rendite di posizione e ceti svantaggiati – con gli interessi degli elettori del Nord, che sarebbero i primi a dover affrontare sacrifici se qualsiasi di questi impegni venisse portato a termine. Emblematico il caso del ricalcolo pensionistico, che infatti ha acceso lo scontro più visibile: il 65 per cento degli interessati risiede nei feudi elettorali del Carroccio ed è facile immaginare le loro reazioni davanti a una sforbiciata fatta per dare una mano ai pensionati “poveri” del Centro e del Sud, che fino a ieri erano giudicati poco meno che fannulloni. Analogo il capitolo strade e ponti, dove l'ostilità grillina ai progetti in corso colpisce aziende, contratti, appalti, subforniture legate senza eccezioni a filiere settentrionali, in nome di una visione minimalista che il Nord detesta e ha sempre contestato.

Il problema sono gli elettori. Chi ricorda le mappe elettorali del 4 marzo, con l'Italia segata in due, metà verde e metà gialla, si renderà conto della difficoltà di fare compromessi quando si deve giocoforza toccare l'interesse economico dell'uno o dell'altro

Il problema non sono le dichiarazioni del presidente della Camera Roberto Fico, gli studi degli esperti della Lega, l'ordinario conflitto verbale tra classi dirigenti in competizione, che di solito dopo le schermaglie sanno come sedersi a tavola e mettersi d'accordo (e in questa situazione ne hanno tutto l'interesse). Il problema sono gli elettori.

Chi ricorda le mappe elettorali del 4 marzo, con l'Italia segata in due, metà verde e metà gialla, si renderà conto della difficoltà di fare compromessi quando si deve giocoforza toccare l'interesse economico dell'uno o dell'altro.
La metà verde – piccola e media impresa, borghesia spaventata, partite Iva faticosamente sopravvissute alla crisi, popolo dei capannoni del Nord-Est e del Nord-Ovest – lavora per conservare o incrementare quello che ritiene uno status meritato e sudatissimo. La metà gialla – lavoratori in nero, giovani senza contratto, donne e anziani privi di qualsiasi assistenza, imprenditori bullizzati dalle burocrazie meridionali – ha votato contro ogni continuità, sperando nella rivoluzione e nella rivincita.

Nessuno dei modelli sovranisti “di successo” che ispirano il governo e ai quali si fa riferimento ogni volta che si parla di sviluppo, Pil, ripresa, deve fare i conti con una lacerazione di questa portata. Di sicuro non Viktor Orban, premier di un paese con nove milioni di abitanti – il Lazio e la Toscana messi insieme – che può permettersi una gestione paternalista del disagio visto che si confronta con redditi medi di cinquemila euro l'anno, dove bastano spiccioli ai più disperati per generare consenso.

L'Italia è un'altra cosa e ha fra l'altro un elettorato assai più smaliziato – votiamo da settant'anni, non da una trentina appena come gli ungheresi – che i trucchi della politica li conosce tutti: sia la metà verde sia la metà gialla ha votato appunto per chiudere con la stagione dell'ambiguità. Sarà molto difficile convincere questi elettorati alla mediazione e alla pazienza dopo aver promesso l'esatto contrario.

Forse si riuscirà a fare ancora un po' di melina, in nome di battaglie altisonanti – lo scontro con l'Europa, coi famosi poteri forti, coi cattivissimi mercati – ma la prospettiva che fino a ieri sembrava certa di arrivare senza danni, col vento in poppa, fino alle Europee della prossima primavera a incassare i dividendi di un anno vissuto pericolosamente non è più tanto sicura, anzi...

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