3 Settembre Set 2018 0800 03 settembre 2018

In Libia abbiamo sbagliato tutto, e ora rischiamo di pagarla carissima

I ribelli assediano Tripoli e la situazione rischia di precipitare. Per noi, che avevamo puntato su Serraj per presidiare i confini e tutelare i nostri interessi, non potrebbe esserci notizia peggiore

Libia Caos Linkiesta
Mahmud TURKIA / AFP

Buongiorno e benvenuti in Libia, quello che fino a ieri era considerato un porto sicuro dove far tornare le barche cariche di richiedenti asilo, con un governo stabile, una guardia costiera addestrata e addirittura una zona di ricerca e salvataggio. E che oggi è ufficialmente ripiombata nel caos della guerra civile, complice l’iniziativa militare che Abdel Rahim Al Kani, uno dei tanti capitribù dell’area, ha mosso verso Tripoli e il governo guidato dal presidente Fayez Al Serraj, il nostro alleato di ferro, il campione scelto dall’Italia e dall’Occidente - a esclusione della Francia, che sostiene il generale ribelle Khalifa Belqasim Haftar - per stabilizzare il caos che l’Occidente ha creato, destituendo Gheddafi.

Benvenuti, insomma, nel prossimo disastro della politica italiana. Perché una recrudescenza della guerra civile in Libia vuol dire anarchia totale e non è un caso che giusto ieri siano evasi circa 400 detenuti dal carcere di Ain Zara in un sobborgo meridionale di Tripoli. E anarchia totale vuol dire barconi e gommoni che partono verso l’Italia, senza senza più freni e senza più scuse per poterli fermare o rimandare indietro. Perché con il mare che sta tornando grosso e freddo, i rischi che tutto questo si trasformi in una tragedia continua aumentano esponenzialmente.

Benvenuti, insomma, nel prossimo disastro della politica italiana. Perché una recrudescenza della guerra civile in Libia vuol dire anarchia totale. E anarchia totale vuol dire barconi e gommoni che partono verso l’Italia, senza senza più freni e senza più scuse per poterli fermare o rimandare indietro

A posteriori, il governo italiano attualmente in carica e quelli che l’hanno preceduto, rischiano di aver sbagliato tutto, sotto ogni punto di vista. Innanzitutto, nell’aver sostenuto il cavallo sbagliato, Serraj, puntando su di lui per la stabilizzazione dell'area e per la tutela della nostra influenza politica e dei nostri interessi economici sull’area, primi fra tutti i giacimenti e i gasdotti dell’Eni. Non solo: è a Serraj e al suo governo che ci siamo affidati, mani e piedi, per garantirci la diminuzione delle partenze e degli sbarchi di migranti dalle coste libiche, raccontandoci e raccontando in giro la balla del porto sicuro cui i migranti potevano far tranquillamente ritorno, accompagnati dalla stessa guardia costiera che li aveva taglieggiati per farli partire e che li avrebbe riportati in centri di detenzione che sono quanto di più somigliante all’inferno vi sia in terra. E ancora, nell’aver combattuto una guerra senza quartiere con quelle organizzazione non governative che oggi servirebbero come l’aria, a terra e in mare, per evitare catastrofi, o perlomeno per dar loro testimonianza e costringerci a fare qualcosa.

Che fare, adesso? Cambiare in corsa alleato non si può, anche perché a Tobruk, sede del governo ribelle guidato dal generale Haftar siamo mal visti come pochi, e solo pochi giorni fa il nostro ambasciatore in Libia Giuseppe Perrone è stato definito persona non gradita, a causa della nostra ingerenza negli affari interni libici, ed in particolare alla nostra volontà di rinviare le elezioni fissate per il 10 dicembre, elezioni che invece la Francia ha promosso e sostiene. Non si può nemmeno continuare come se niente fosse a chiudere a doppia mandata i confini, a lasciare che la guardia costiera libica riporti impunemente i barconi all’inferno, a imbastire odiosi ed egoisti minuetti come quello toccato in sorte ai migranti tratti in salvo dall’Aquarius o dalla Diciotti.

Al più, bisogna sperare che Donald Trump e gli Stati Uniti d'America intervengano in qualche modo a sostegno di Serraj, come Trump aveva promesso di fare solo qualche settimana fa, a margine dell'incontro con il primo ministro italiano Giuseppe Conte, o far fruttare le sempre più frequenti relazioni diplomatiche col presidente egiziano Al Sisi, altro attore fondamentale nello scacchiere libico. E, in ogni caso, smetterla con le passerelle a uso e consumo dell'opinione pubblica, per ricominciare davvero a contare qualcosa in Libia. Perché la situazione attuale è figlia anche della debolezza, dell'incapacità e dell'inazione italiana nel sostenere i nostri alleati come Serraj da un punto di vista diplomatico.

Nel frattempo, fossimo in tempi normali, un Paese serio, un Continente serio, avrebbe già aperto un corridoio umanitario: visto che siamo nel 2018 ci auguriamo almeno che Matteo Salvini e Luigi Di Maio smettano di considerare ogni richiedente asilo che arriva dalla Libia come un impostore. Che rispettino appieno quel Trattato di Dublino che non ha mai voluto riformare. Che offra asilo e speranza a chi scappa dalla guerra, come l’Italia ha sempre fatto nelle sue stagioni migliori, in collaborazione con chi in Europa l’ha sempre fatto insieme a noi. Che non usino questa tragedia per rinfocolare la sindrome da invasione, negando conforto alla disperazione e aizzando i nostri concittadini contro chi è più debole e indifeso, per farne argomento di propaganda in vista delle prossime elezioni europee. Il tempo di giocare a chi prende più like sui social è finito. Ora tocca governare davvero.

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