3 Settembre Set 2018 0730 03 settembre 2018

Ma quale crisi della Lega: quella di Salvini è una guerra lampo (e i suoi oppositori non sanno che pesci prendere)

Sequestro dei fondi del Carroccio o meno, Salvini andrà avanti nel suo progetto di riorganizzazione della Lega. Rubando voti e consensi a Forza Italia e a Fratelli d’Italia. E con l’appoggio (involontario e nemmeno troppo consapevole) del Movimento Cinque Stelle

Salvini_Linkiesta

In termini bellici si chiamerebbe Blitzkrieg, la guerra-lampo combattuta con movimenti di truppe così veloci da non lasciare tempo all'avversario di organizzare difese stabili. Ed è senz'altro un caso di Blitzkrieg l'operazione con cui Matteo Salvini potrebbe portare a termine in pochi giorni il progetto di partito unico che ha in testa da molto tempo, scavalcando in nome dello stato di necessità le resistenze dell'ala nordista del partito e quelle di Silvio Berlusconi.

Mercoledì prossimo, 5 settembre, la sentenza del Tribunale del Riesame sul sequestro dei fondi della Lega (la vecchia Lega Nord di Umberto Bossi e Francesco Belsito) determinerà il corso degli eventi. Autorevoli dirigenti come Giancarlo Giorgetti hanno già fatto presente che, in caso di conferma del sequestro, la liquidazione del Carroccio sarà immediata. Ma anche se il verdetto venisse annullato o riformato è probabile che si vada avanti, in nome dell'esigenza di sottrarre il partito alla spada di Damocle dei ricorsi e di eventuali altre indagini sui pasticci contabili della precedente gestione.

Giancarlo Giorgetti ha già fatto presente che, in caso di conferma del sequestro, la liquidazione del Carroccio sarà immediata. Ma anche se il verdetto venisse annullato o riformato è probabile che si vada avanti, in nome dell'esigenza di sottrarre il partito alla spada di Damocle dei ricorsi e di eventuali altre indagini sui pasticci contabili della precedente gestione

Alessandro Sallusti, sul Giornale, ha descritto la vicenda come un colpo di fortuna di Salvini, che si sarebbe visto offrire dai magistrati la giustificazione perfetta per una mossa altrimenti rischiosa per gli equilibri interni e inaccettabile per gli altri alleati del centrodestra. Né il Cavaliere né Giorgia Meloni potranno avanzare riserve sul diritto del giovane leader di mettere in salvo il suo mondo da un verdetto da mesi raccontato come persecutorio, anzi: la retorica anti-giudiziaria che è parte fondante della loro cultura li obbligherà a solidarizzare, abbracciare, spendersi in dichiarazioni di fraternità, anche se la nascita di una nuova Lega – qualunque sarà il suo nome – è palesemente finalizzata a cannibalizzare Forza Italia e Fratelli d'Italia.


E tuttavia presentare Salvini come il Gastone Paperone della politica non sembra adeguato. Qui non è questione di buona stella, ma di capacità di iniziativa politica favorita dall'assoluto immobilismo delle altre forze che si muovono sul campo. Da mesi i due soci del Capitano sono impantanati in trincea, nell'attesa di eventi che li rimettano in partita: il primo scontro serio fra Lega e Cinque Stelle, la rivolta degli imprenditori del Nord, il rating, lo spread, un'invasione di cavallette, qualsiasi fatto esterno capace di riportare a casa Matteo Salvini e rimettere in carreggiata il progetto di un centrodestra di governo. Nessuno di loro ha accettato la realtà di un leader e di un partito ormai sganciati dalle vecchie alleanze, e consapevoli che l'elettorato gli volterebbe le spalle se uscissero dallo schema del Governo del Cambiamento per riproporre un Governo della Restaurazione insieme ai volti, tutti alquanto usurati, del berlusconismo.

È l'alleanza coi Cinque Stelle ad aver garantito alla Lega – il più vecchio partito italiano, non dimentichiamolo – il luccichio di nuovismo indispensabile a giocarsi la partita della Terza Repubblica sfuggendo al destino declinante che è toccato agli altri

È l'alleanza coi Cinque Stelle ad aver garantito alla Lega – il più vecchio partito italiano, non dimentichiamolo – il luccichio di nuovismo indispensabile a giocarsi la partita della Terza Repubblica sfuggendo al destino declinante che è toccato agli altri. E anche se quell'intesa si spezzasse, come senz'altro si spezzerà prima o poi, sarebbe davvero suicida ritornare agli schemi, agli uomini, ai tavoli, ai caminetti del passato. Sono ragionamenti elementari, ma la destra italiana sembra incapace di tradurli in consapevolezza e di costruirci una nuova strategia. Persino sulla tattica – che fu la grande specialità di Berlusconi – è in affanno, soffre, si limita a riproporre la critica alle “misure comuniste” che il Cinque Stelle imporrebbe a Salvini, evitando ogni forma di conflitto con il competitor che si prepara a mangiarseli (che non è certo Luigi Di Maio).

La prossima settimana i primi sondaggi del dopo-estate ci diranno se e quanto il Blitzkrieg di Salvini si sia già concretizzato, a prescindere dal cambio di nome, e fino a che punto gli elettorati di Forza Italia e di Fratelli d'Italia si siano già trasferiti nell'area leghista. Ma tutto ciò che vediamo in questi giorni fa pensare che “i numeri” ci siano già, e siano a conoscenza dei diretti interessati. Magari c'entra anche la fortuna, il favore del caso, gli accidenti della storia, ma senz'altro pesa lo stordimento delle forze in campo e la loro rassegnazione al corso degli eventi nell'attesa che la sorte cambi segno (una cosa che non succede quasi mai).

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