Difendiamo Kamphuis e gli altri: senza gli anarchici della rete siamo spacciati

Manning, Snowden, Assange, Swartz, Kamphuis: la storia recente ha reso evidente che il prezzo da pagare per riuscire a cambiare il Sistema è altissimo, e anche se c'è qualcuno che ancora ci prova a sprezzo del pericolo, il problema è che senza la loro eversione ci sveglieremo ben presto in 1984

Eversione Linkiesta

L’opera raffigurata è dello scultore Davide Dormino, fotografia di TOBIAS SCHWARZ / AFP

4 Settembre Set 2018 1130 04 settembre 2018 4 Settembre 2018 - 11:30

Arjen Kamphuis è sparito nel nulla. Il cofondatore di Wikileaks, il genio informatico che aiutò Julian Assange a costruire l'infrastruttura del più grande progetto di whisteblowing della storia dell'informazione umana è semplicemente sparito, come un fantasma. Doveva prendere un volo da Bodo, in Norvegia, a fine agosto scorso, ma su quel volo non ci è mai salito.

Kamphuis non è il certo il primo personaggio che appartiene a quella lista che per qualcuno è una lista di terroristi e per altri una lista di eroi. Il primo, Julian Assange, che per quella creatura messa in piedi proprio con Kamphuis sta scontando da anni una condanna mai scritta e mai pronunciata all'interno dei locali dell'ambasciata ecuadoriana di Londra; ma anche Chelsea Manning, che dopo aver scontato anni di carcere negli Stati Uniti ne è uscita forte e a testa alta, certo, ma anche debole nell'anima, inquieta e autodistruttiva a volte.

E poi, Edward Snowden, che dal 2013 vive lontano da casa per aver descritto e provato pubblicamente l'esatta dimensione e pervasività della sorveglianza operata dalla NSA sui dati di milioni di cittadini. O ancora, Aaron Swartz, genio dell'informatica e attivista anticopyright che, proprio in seguito alle sue battaglie, nel gennaio del 2013, rischiando fino a 35 anni di carcere — all'epoca ne aveva 27 — si uccise.

Storie tragiche e insieme eroiche. Storie dure, di sacrifici immensi affrontati pur di portare alla luce segreti inquietanti, piani di sorveglianza mondiale, o addirittura, come per Swartz, il sacrificio della propria stessa vita di fronte alla cattiveria di una Struttura, di un Sistema che non poteva perdonargli l'avergli messo il bastone nella sua ruota più importante, quella del controllo della conoscenza attraverso quella follia che ora chiamiamo copyright.

Ce ne sono sicuramente altre di storie così, chissà quante sono rimaste sepolte, mai arrivate in superficie. Sono le storie degli eversori, personaggi che nascono all'incrocio tra gli ideali anarchici di emancipazione totale dell'individuo dal potere e quelli umanisti di condivisione libera dei saperi. Eversori, elementi che nascono dentro il Sistema che dal sistema non sono infetti. Personaggi le cui armi sono sì il coraggio, la determinazione e il sacrificio, ma anche il pensiero laterale, l'intuizione che sfiora la divinazione, quella capacitò di inventare o di fare qualcosa che nessuno prima aveva pensato di fare.

Ancorché pensiamo il contrario, convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili, nel più libero, nel più aperto e nel più perfetto, in realtà viviamo in una delle epoche più strutturate e più formattate della storia umana, forse quella meno libera di tutte. E la prova sono i volti e le storie spesso tragiche di tutti questi personaggi, rei di aver intuito che il mondo stava prendendo una brutta piega e colpevoli, davanti alle Strutture che voleva abbattere, del più grave dei reati, l'alto tradimento e la lesa maestà.

E il paradosso è che, pur vivendo in un mondo in cui i nemici numeri uno, invece di essere quelli che impoveriscono stati e continenti, quelli che scappano col malloppo nei paradisi fiscali di tutto il mondo uccidendo indirettamente le proprie comunità, i colpevoli sono loro, sono questi nuovi Robin Hood, la cui fiammella umanista e radicale non si spegne, pur vivendo in un mondo che teme come la morte gli anelli che non tengono, i fili da disbrogliare che finalmente ci mettano nel mezzo di una verità, noi di questi magnifici Don Chisciotte abbiamo in realtà bisogno come il pane.

Per il tedesco Kurt Godel, un altro geniaccio della matematica, un sistema o un linguaggio non si può spiegare da dentro se stesso, bensì bisogna essere in grado di uscire da esso per poterlo descrivere e capire. Ecco, questi fantastici banditi neo umanisti sono quel passo oltre, quello scatto in avanti che ci permette di superarci e di spingere, di andare avanti, di evolvere verso una versione migliore di noi stessi e del mondo, una versione che, senza gente di questo tipo, resterà se va bene in qualche magnifica visione da romanzo fantascientifico mentre il mondo vero, nel frattempo, diventa ogni giorno di più tetro, povero, popolato di baccelloni, un mondo sempre più ingiusto.

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