Diciamo la verità, la trasmissione di Renzi su Firenze è un colpo di genio

I politici che vogliono fare cultura finiscono (quasi) sempre per fare magra figura: da Veltroni a Franceschini. Ma il caso di Matteo è diverso. Molto diverso. Inconsapevolmente diverso

Renzi_Linkiesta
5 Settembre Set 2018 0945 05 settembre 2018 5 Settembre 2018 - 09:45

Ce la si prende coi politici che non fanno i politici, con il veltronismo e l’Africa sognata, annunciata e mai praticata, coi romanzi farlocchi di Franceschini e con i ribollenti diari di viaggio di Dibba. L’abbiamo fatto anche noi a Linkiesta. Le ambizioni culturali dei politici, del resto, erano state involontariamente denunciate e fattualmente liquidate anni fa dalle le poesie di Sandro Bondi allora ministro del Governo Berlusconi -sappiamolo: non c’è niente che l’epoca berlusconiana non abbia già squadernato- e autore di versi in cui non c’era mai il verbo, ma si vedevano moltissime cose. Per esempio di Rosa Bossi, mamma di Silvio, Bondi scriveva: “Mani dello spirito/Anima trasfusa/Abbraccio d’amore/Madre di Dio”.

Chiaro che di fronte alla demistificazione bondiana di ogni possibile fraintendimento tra cultura e potere c’è ancora poco da dire: Dibba, Veltroni, Franceschini sono solo epigoni di Bondi, il loro gioco è già svelato, non possiamo fare finta di non sapere.

Matteo Renzi, con il suo secondo mestiere di divulgatore culturale in tv, arriva buon ultimo, già smascherato dagli antecedenti, dicevamo, e poi dagli inciampi politici. È il Renzi di sempre. Quello che ci spiegava la buona scuola (che non era buona). Il “jobs act” (che non ha funzionato), il referendum (una Waterloo). È il Renzi che parla di guardare il Governo mangiando il popcorn (mal gliene incolse). È un Renzi ai minimi. L’occhio di chi guarda lo relativizza ad ogni sillaba del trailer.

Maurizio Crosetti ha twittato perfido: ”era meglio Alberto Angela segretario del Pd”. Qui, però, si nota l’ammicco autoreferenziale di Renzi quando dice, parlando del Tondo Doni, che Michelangelo aveva un “caratterino mica tanto facile, come quello di molti fiorentini”. Occhiatina/smorfiettina in camera. Segue spiegazione di come, alla richiesta di uno sconto da parte del committente, Michelangelo avesse alzato il pezzo e preteso i soldi sull’unghia.
Ed è qui che viene fuori il colpo di genio. Renzi racconterà Firenze seguendo il filo della dinastia dei Medici: i commercianti di maglieria che in qualche secolo passano dalla condizione di villani del Mugello a quella di famiglia tra le più importanti d’Europa.

La loro fazione era quella dei “palleschi” (dallo stemma mediceo: sei palle). Secoli, oltre che di splendori artistici e culturali, di lotte, imbrogli, brogli, congiure (come quella de Pazzi del 26 aprile 1478, in cui rischiò di restare secco Lorenzo il Magnifico), personaggi inconcepibili come Lorenzino/Lorenzaccio, che nel 1537 uccise non si sa perché suo cugino, il duca Alessandro.

In breve, tutto il contesto rimanda a una Firenze traffichina, un po’ sporca, strapiena di furbi e mestatori. Splendida? Sì, ma pure piena di imbroglioni. Oltre che di Michelangeli. Ecco. Renzi sembra perfetto nel contesto, fossimo stati i produttori l’avremmo vestito con costumi adeguati alle epoche storiche raccontate, perché più che come conduttore, il suo vero ruolo sarebbe quello di caratterista. Un pallesco perfetto, Matteo.

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