Ecco come i sovietici condannavano a morte i loro poeti

Il poeta Vladislav Chodasevic ha raccontato la lenta morte per asfissia della letteratura russa strangolata dalla censura durante il regime comunista. Morto nel 1939, per l'allievo Nabokov fu "il più grande"

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6 Settembre Set 2018 1000 06 settembre 2018 6 Settembre 2018 - 10:00

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Fu sconvolto da un sogno amaro. Con gli occhi impastati da Orfeo, Vladimir Nabokov piglia la biro, è il 4 giugno del 1939, scrive alla moglie. “Stamattina svegliato da un sogno meravigliosamente vivido: un amico entra nella stanza e mi dice che è stato informato per telefono che Chodasevic ‘ha smesso la sua vita terrena’”. Vladislav Chodasevic, il poeta, morirà dieci giorni dopo, “dopo lunghi tormenti” (Caterina Graziadei), il 14 giugno del 1939. Chodasevic è stato il cantore oscuro dei grandi poeti russi schiacciati – ma non sconfitti – dalla Rivoluzione rossa.

Si incontrarono a Berlino, dove Chodasevic si era rifugiato dal 1922 “per sfuggire a quello che sarebbe stato, in seguito, il calvario di Mandel’stam, costretto ad umilianti ricorsi da un ufficio all’altro, a vivacchiare di traduzioni e ad essere, infine, ridotto completamente al silenzio” (Nilo Pucci). Chodasevic, più anziano di tredici anni, è stato il primo maestro di Nabokov, il primo che ne abbia elogiato le prime prove narrative. Secondo Nabokov, le poesie di Chodasevic sono “una meraviglia complicata”, e in assoluto Chodasevic è “il più grande poeta russo che il Novecento abbia prodotto”.

Quando muore, nel 1939, Chodasevic è allo stremo. Dal 1927 “una delle voci più alte dell’emigrazione” (Pucci) smette di pubblicare, “Vivo e scrivo per me, senza spendere altre energie vitali. Com’è vero Dio, una buona poesia è più necessaria e anche gradita al Signore che 365 sedute tra i poeti”, scrive a un amico, nel 1930, quando gli intellettuali russi – tra cui il Premio Nobel per la letteratura Ivan Bunin – s’erano riuniti a festeggiare i primi 25 anni della sua attività letteraria. Lui, un po’ dandy un po’ nichilista dostoevskijano, schifò gli applausi. Dal 1921 Chodasevic si accompagna a Nina Berberova, musa bellissima, più giovane di lui di un tot (quindici anni), che farà carriera a Yale e a Princeton, sponda Usa. Nina scarica Chodasevic una decina di anni dopo e il poeta si unirà a Ol’ga Borisovna Margolina, che sarà deportata ad Auschwitz, morendovi. La Berberova, tuttavia, continuò, per una vita, a divulgare l’opera del poeta. “Nel 1925 si manifestarono i primi segni di asfissia per strangolamento della letteratura russa: non esistevano più case editrici private, imperversava la censura, il governo imponeva alle arti la sua ideologia. Le misure inibitorie conto la libera creazione artistica divennero fenomeni quotidiani, e con gli anni Trenta Zamjatin, la Achmatova, Pil’njak e molti altri cominciarono a provare sulla propria pelle il peso sempre più oppressivo della ‘lingua generale’ governativa, del realismo socialista: dovettero tacere, e subito dopo di loro Mandel’stam, Babel’ e molti altri. Si spezzarono i legami di Chodasevic con gli amici rimasti nella Russia sovietica. Fu per lui un’esperienza oltremodo dolorosa”. Paradossi: i romanzi light della Berberova hanno un certo successo in Italia (sono editi da Guanda, Adelphi, Feltrinelli); le poesie di Chodasevic, raccolte nell’antologia La notte europea (Guanda 1992, a cura di Caterina Graziadei) sono introvabili, sia lode all’editore Ladolfi che nel 2014 ha raccolto Quarantun poesie per la traduzione di Nilo Pucci.

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