La Chiesa raccontata da Fabio Delizzos, tra eresie e corruzione nel suo nuovo romanzo thriller

Dialogo con l'autore di “La cattedrale dei libri proibiti”, thriller storico ambientato nella Roma di papa Paolo IV e papa Pio IV, che ci racconta l'eterno fascino della storia della Chiesa e delle sue trame nascoste

Church Linkiesta

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7 Settembre Set 2018 1010 07 settembre 2018 7 Settembre 2018 - 10:10

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Lev Tolstoj temeva soltanto un avversario. Dio. Scriveva battagliando con Dio. Sognava un romanzo più vero della verità, un romanzo in cui brulicasse la vita, più viva della vita vera. Per questo, è giusto un tenace timore degli scrittori: se sono davvero tali – e non degli intellettuali prestati alla tivù o alle colonne cariate delle ‘terze’ – creano la vita in competizione con Dio, lo scrittore della Bibbia. Ogni libro, in fondo, è una eresia, una parola intrepida che amplia il creato volitivo voluto da Dio – ogni scrittore, in fondo, ha come fine quello di smutandare Dio. Al di là di rarissimi esempi – Mario Pomilio, Giorgio Saviane, Giuseppe Berto, Guido Piovene, Guido Morselli, Luca Doninelli – Dio non è problematizzato dalla letteratura italiana, tanto meno la storia della Chiesa, così aspra di contrasti (il male che cova sotto la sottana del bene, la corruzione che alligna dove è il sacro, il sacrilegio sulla lingua dell’orante). Così c’è voluto questo romanzo di Fabio Delizzos, specialista nel ‘thriller storico’ di discendenza teologica (Il libro segreto del Graal, La stanza segreta del papa, il ciclo I peccati del papa), per deliziarmi. La cattedrale dei libri proibiti (Newton Compton 2018, pp.336, euro 9,90) è il terzo libro della serie, dai titoli roboanti (Il collezionista di quadri perduti, Il cacciatore di libri proibiti: se c’è il ‘perduto’ e il ‘proibito’ sei certo o quasi che il lettore è sedotto), che hanno per protagonista Raphael Dardo, “agente segreto e mercante d’arte di Cosimo de’ Medici”, nella Roma di papa Paolo IV e papa Pio IV. Della trama m’importa il giusto – Delizzos, che è cresciuto leggendo Stevenson e London e ha una passione per Cormac McCarthy ma pure per Manzoni, specula intorno all’attentato a Pio IV tentato, è realtà storica, nel 1564 – mentre m’intriga la fioriera di testi apocrifi e di sette eretiche – mai sopite – analizzate da Delizzos (il quale, di suo, ha una formazione da filosofo). La più terribile delle sette – realmente esistita – è quella dei Cainiti, che riteneva Giuda Iscariota un giusto: gli accoliti compivano il male come atto di supremo disprezzo verso la volgarità terrena, come gesto di rivolta al demiurgo arcigno del Vecchio Testamento. In modo più raffinato, Delizzos mette il dito nella divisione del cristianesimo originario, tra gli Ebioniti, gli “ebrei che avevano visto in Gesù il Messia, e che volevano restare ebrei. Sostenevano di seguire l’autentico insegnamento di Gesù di Nazareth e di essere appoggiati dalla prima Chiesa di Gerusalemme, vale a dire da Giacomo e da Pietro”, e i seguaci di San Paolo. Il tutto, nel contesto di un romanzo di cappa&spada, di avventura. Nel mio piccolo, sulla vicenda atavica della distanza, insanata, tra Pietro (ebreocentrismo, legalismo) e Paolo (cattolicesimo, noachismo tiepido, antiebraismo) ho scritto un libro, un apocrifo, senza avventatezza narrativa – altrimenti, la lettura fondamentale, in questa scia, alta e aspra, è Il quinto evangelio di Mario Pomilio. Ad ogni modo, ode a Delizzos: non lascia il tema – di vigoria misterica – in mano a un aitante Dan Brown. (d.b.)

Raphael Dardo. Nome ‘parlante’. Come ti è venuto in mente questo personaggio?

Non saprei dirlo con esattezza. Anche lui, come gli altri miei personaggi, è nato in modo confuso, lento, in una stratificazione di idee. Questo per me è un bene. Ho bisogno di illudermi che ogni personaggio sia magicamente spuntato dal nulla. Devo avere l’impressione che provenga da una dimensione ignota e imponderabile, che sia dotato di una sua identità misteriosa e non abbia assolutamente nulla a che vedere con la mia persona. Più mi è estraneo, più lo sento vivo; se non proprio “vivo”, almeno “presente” come un fantasma. Così riesco ad affezionarmi, e allora lui mi interessa così tanto da togliermi il sonno. Scrivere diventa urgente e bello. A un certo punto del lavoro posso limitarmi a seguire le sue impronte, perché lui ha una volontà indipendente dalla mia. Durante il lavoro di scrittura lo scopro e lo definisco. Naturalmente, Raphael Dardo è anche il risultato di un calcolo tutt’altro che romantico, e ha ricevuto le caratteristiche necessarie allo sviluppo della storia, perché, per me, un buon personaggio deve essere pensato in funzione di quel che gli dovrà accadere (e viceversa).

Come ti è venuta, soprattutto, la voglia di diventare scrittore ‘di genere’? Cosa hai letto da ragazzo, cosa leggi oggi? Non ti piacerebbe, piuttosto, diventare il nuovo Gadda?

C’è Gadda, ma ci sono anche Manzoni e Eco: il romanzo storico ha una nobile tradizione in Italia. Comunque, non penso mai alla scrittura e alla lettura in termini di genere. Forse perché quando ero bambino non esistevano i generi letterari o cinematografici. Io, per lo meno, sono cresciuto senza sapere che ci fosse questa categoria di pensiero. I bambini e gli adulti leggevano le stesse cose, guardavano con gusto gli stessi film, e lo facevano insieme. Ricordo che andavamo tutti matti per Alfred Hitchcock o per “Ai confini della Realtà”. E, per quanto riguarda i libri, ho sempre ricevuto in regalo titoli di autori che erano apprezzabili anche da anziani eruditi: Collodi, Dumas, Salgari, Defoe, London, Stevenson… Quei libri mi facevano sognare, tanto quanto l’Uomo Ragno, Goldrake e Superman. Da adolescente, poi, impazzivo per i racconti di Lovecraft, Poe, Shelley, King, James, ancora Stevenson… e non mi è mai passata per la testa l’idea che questi fossero autori ‘di genere’, benché raccontassero con disinvoltura anche di cadaveri risorti, di vampiri, di uomini mutanti e fantasmi. Leggevo e apprezzavo anche le loro opere più “serie”, ma non ho mai pensato che lo fossero. Oggi leggo tanto e di tutto, dai classici latini agli horror, secondo lo stato d’animo. Ho un debole per Charles Dickens e per Cormac McCarthy. Un buon settanta per cento delle mie letture è dedicato ai saggi, specialmente di storia, religione, filosofia, e di divulgazione scientifica.

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