Yanis Varoufakis: «I tecnocrati? Dei cialtroni. Se fossero stati miei studenti li avrei bocciati»

A tre anni dalle sue dimissioni e a pochi giorni dall'uscita del suo memoir “Adulti nella stanza” (La nave di Teseo), l'ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis è al Festivaletteratura a parlare del suo libro e del suo progetto politico, con una promessa: «Abbiamo trovato un'alternativa»

Varoufakis
7 Settembre Set 2018 0750 07 settembre 2018 7 Settembre 2018 - 07:50

Il passo tranquillo, il sorriso cordiale e una abbronzatura invidiabile . A vederlo camminare per i vicoli del centro di Mantova già affollati per il Festivaletteratura 2018, l'ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis sembra una persona come tante, appena tornato dalle vacanze, rilassato e sorridente. Sbarcato a Verona a mezzogiorno e in ripartenza da Malpensa nel tardo pomeriggio, è qui al festival per poche ore, giusto il tempo di presentare al pubblico il suo ultimo libro, intitolato Adulti nella stanza ed edito da La nave di Teseo, ma anche di fare un incontro con alcuni giornalisti, me compreso, in un ristorante nascosto nelle stradine della cittadina lombarda.

Prima che inizi a rispondere alle nostre domande, quello che colpisce è la gentilezza e la curiosità. Si presenta, stringe le mani con energia, guarda negli occhi i suoi interlocutori e chiede a tutti dove potrà leggere il risultato di quell'incontro. Poi, quando inizia a rispondere, pur senza perdere il sorriso, dipinge un quadro tetro, quello dell'Unione Europea a poco più di tre anni dalle sue dimissioni, un quadro di cui non c'è molto da ridere.

Non sono mai semplici le interviste collettive, soprattutto quando si svolgono attorno a un tavolo all'ora di pranzo. Ma Yanis Varoufakis, più che a mangiare, pensa a rispondere a alle domande di tutti. Come diavolo siamo arrivati fin qui? Che cosa possiamo fare per evitare il peggio? Che futuro ci aspetta? Uscire dall'Euro o rimanerci? Che faccia ha, veramente, l'Establishment? E questi maledetti populismi? Questo orribile rigurgito fascista che sta ritornando su dalla pancia di una parte, quella più povera e disperata dell'Europa? A cosa dobbiamo prepararci?

Prende tempo prima di rispondere, come chi non si limita a pesare le parole, ma ha bisogno di capire subito fin dove può arrivare. «Nel 2015 i vertici dell'Unione Europa hanno compiuto un errore madornale», attacca, «e a colpi di decisioni senza senso e contro ogni logica hanno preparato il campo ai Matteo Salvini e alle Marine Le Pen». Il populismo e il nazionalismo? «Sono i risultati ovvi e naturali della grottesca insistenza dei burocrati su politiche che non funzionavano».

Da abile oratore sa che per far attecchire i suoi discorsi davanti ad ogni pubblico bisogna saper riadattare il proprio pensiero, riuscire a parlare direttamente a chi ti ascolta. E lo fa. «Nel vostro paese la classe dirigente europea, aiutata dai suoi rappresentanti — Mario Monti e più tardi Matteo Renzi — ha provocato danni incalcolabili all'idea stessa di Europa. Hanno applicato la loro politica di austerità, dal fiscal compact alle politiche bancarie, e così facendo hanno condannato l'Italia a uno stato di crisi permanente, una crisi che ha pagato per intero la cittadinanza».

«Non so come sarà l'Europa tra vent'anni, ma so cosa possiamo fare adesso per evitare il peggio. E abbiamo il dovere morale di agire»

I momenti della trattativa di quella calda estate del 2015 li racconta come si racconta di una partita a poker a un tavolo di idioti: «quando mi sono dimesso l'ho fatto perché quello che mi hanno proposto era un accordo senza il minimo senso. E la cosa più assurda era che erano gli stessi funzionari che me lo proponevano ad ammetterlo. Sapete cosa mi sentivo dire? Che lo dovevo accettare perché lo dovevo accettare. Probabilmente nel medioevo erano più razionalisti». Riesce a sorridere mentre parla e di fronte alle sue parole emerge spesso la sensazione che, più che a un dramma, ci troviamo di fronte a una farsa. Una farsa grottesca.

Ma perché, gli chiedo, proprio alla fine di un ventennio in cui i popoli e movimenti chiedevano federalismo e autonomia ci siamo ritrovati un movimento opposto, di centralismo da una parte e di nazionalismo dall'altra? «Perché erano gli europei a volere la federazione, non certo l'establishment. Il loro scopo, al contrario, era difendere i propri interessi, quelli del cartello che rappresentavano, e fino al 2008 ha anche funzionato». E poi, che è successo? «Che il cartello è collassato e la Struttura, però, ha continuato con le stesse politiche, come se niente fosse cambiato».

Se si è sorpreso della ascesa dei nazionalismi e dei populismi? «Ma va, è ovvio, cosa pensavano che sarebbe successo dopo un decennio in cui i pochissimi hanno campato sulle spalle dei moltissimi in un modo così osceno?». La realtà che descrive somiglia all'Europa degli anni Trenta del Novecento, ben più che all'ideale comunitario con cui noi trentenni figli dell'Erasmus siamo cresciuti. E il futuro che ha in mente, se non cambiamo il modo di fare di questa Europa, non è affatto roseo: «vivremo un secolo molto buio e doloroso».

Ma non tutto è perduto. Sorride e cita Gramsci, il suo pessimismo dell'intelligenza, il suo ottimismo della volontà. Dice che se tutto crolla non vuol dire che dobbiamo rassegnarci, al contrario, è il momento per reagire e quel che resta da fare è rimboccarsi le maniche e far fronte a tutto questo: alla crisi, ai fascismi, alla tecnocrazia, alle ingiustizie e alle disparità di un'Europa che così chiaramente non funzionerà a lungo.

Ma allora, che diavolo ci resta da fare? «Non so come sarà l'Europa tra vent'anni, ma so cosa possiamo fare adesso per evitare il peggio. E abbiamo il dovere morale di agire. È per questo che abbiamo creato DiEm25 e che ci presenteremo alle elezioni europee del 2019. Non proponiamo cose da fare domani, ma oggi, subito, adesso. Ci abbiamo lavorato 2 anni e mezzo e ora abbiamo un programma condiviso che proporremo in tutta Europa. Parteciperemo alle elezioni europee della prossima primavera e non tanto per essere eletti e prenderci due poltrone a tutti i costi, ma per provare a cambiare le cose finché possiamo».

L'ultima domanda, dopo aver ascoltato per quasi un'ora il politico descrivere la scenografia di una tragedia, è per l'uomo: che cosa ha provato quando si è ritrovato nelle stanze del Potere, a fronteggiare la Struttura?«Non ho mai provato niente di eroico», mi risponde, «è stato solo molto, molto spiacevole».Poi fa una pausa, una di quelle per pesare le parole, e continua: «Erano esattamente quelli che mi aspettavo, agivano esattamente come mi aspettavo, ma sai quale è stata la cosa che mi ha sorpreso di più di quella gente? La loro scarsissima qualità. Si professavano scienziati, matematici, economisti, ma erano dei cialtroni, degli incompetenti che non sapevano quello che facevano. Sul serio, niente a che vedere con quelli di Goldman Sachs per esempio». «Fidati», riprende dopo aver finito il suo mezzo bicchiere di rosso, «sono un professore, so di cosa parlo, se me li fossi ritrovati davanti a un esame li avrei senza dubbio rimandati a casa».

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