8 Settembre Set 2018 0745 08 settembre 2018

Berlusconi è finito, ma ha vinto: alla fine la sinistra l’ha distrutta davvero

L’acquisto del Monza sembra il contrappasso della stagione gloriosa del Milan. Il suo partito non ha un programma da due anni. I sui giornali sono in crisi. Le sue tv cambiano orientamento. Ormai l’unica vera erede del Cav. è la sinistra italiana

Berlusconi_Linkiesta

Quando a seguito di una sciagurata operazione militare a trazione francese venne ucciso in Libia il Colonnello Gaddafi, l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi - chiamato ad un commento sulla tragica sorte dell’amico - si rifugiò nel latinorum, con un laconico “Sic transit gloria mundi”.
Sette anni dopo, quella stessa frase può essere utilizzata per commentare la notizia che Berlusconi, insieme al neo-senatore Adriano Galliani, sarebbe sul punto di acquistare il Monza.
Trent’anni fa gli elicotteri Fininvest planavano sul prato dell’Arena di Milano sulle note della Cavalcata delle Valchirie: non si trattava solo dell’inizio della leggendaria Cavalcata del Milan di Sacchi, che quel giorno veniva presentato ai tifosi, ma pure del prologo della Cavalcata del Cavaliere, che cominciò in quel modo la guerra lampo che lo portò, in pochi anni, a controllare l’intero Paese.

Oggi, di quella scena alla Apocalypse Now è rimasta soltanto l’Apocalypse, perfettamente rappresentata dal desiderio di ricoprire il ruolo di patron di una squadra che attualmente milita nel campionato di serie C. Nel percorso che porta dalle passate trasferte al Santiago Bernabeu di Madrid a quelle future presso il Comunale di Darfo Boario, c’è tutta la misura del crollo del fu Impero Berlusconiano: pensavamo che dopo di lui sarebbe seguito il diluvio, e invece tutto si è dissolto in modo biodegradabile, come se nulla fosse esistito davvero e il Ventennio berlusconiano non fosse stato altro che un’emicrania, il lungo hangover degli anni ‘80 di cui nel mondo di oggi non è rimasta nessuna traccia.

Nel percorso che porta dalle passate trasferte al Santiago Bernabeu di Madrid a quelle future presso il Comunale di Darfo Boario, c’è tutta la misura del crollo del fu Impero Berlusconiano

Anni spesi a discutere di conflitto di interesse, ad invocare una legge per interrompere un dominio sulle TV che si riteneva strumento per garantirsi il consenso degli italiani. Oggi le TV sono ancora li, ma nessuno le guarda, nessuno presta attenzione. Addirittura Rete 4, un tempo vivavio di meteorine dal sicuro avvenire politico sotto la giurisdizione di Emilio Fede, si è trasformata in una riserva di reduci del Renzismo che, proprio come i reduci della guerra in Vietnam, soffrono di un totale distacco dalla realtà e ancora straparlano di “patto del Nazareno da rilanciare”.
E che dire di tutte le polemiche sulla mafia e dell’intero genere letterario nato grazie ai processi? Il mafioso Graviano - dal 41bis in cui è sepolto – ha affermato che il mandante delle stragi del 1993 è Berlusconi; la sentenza sulla Trattativa Stato-mafia ha stabilito che Berlusconi pagò per anni Cosa Nostra attraverso Dell’Utri: eppure nessuno ne parla, nessuno si indigna. Tira di più Salvini con mezza frase sui migranti che il video in cui Berlusconi dice “una che va con un negro mi fa schifo”, e questo dà la misura di quanto la resa sia definitiva e incondizionata, come del resto certificano con glaciale freddezza i sondaggi, che danno Forza Italia al 6%, una specie di pasticcino azzurro in attesa di finire in pancia alla Lega.

Di nuovo: anni trascorsi a discutere sull’eredità del berlusconismo, su quali scenari si sarebbero aperti nel momento in cui Berlusconi sarebbe uscito di scena, su chi ne avrebbe raccolto la tanto pesante “eredità”. E poi ci si è resi conto che Berlusconi è sparito da un pezzo ma non è successo nulla perchè, a livello politico, di lui non è rimasto assolutamente nulla: il suo partito non ha un programma da anni, non lancia un’idea, una proposta da anni, non ha una linea politica chiara da anni.

I quotidiani annunci sulla volontà di azzerare i quadri dirigenti di Forza Italia e ripartire “dal Paese Reale” sono accolti come un tormentone estivo: rumore di sottofondo mentre si è intenti a vivere. Del resto, quegli stessi quadri dirigenti – a parte i già citati ultimi giapponesi che appaiono a notte inoltrata su Rete 4 – hanno provveduto ad azzerarsi da soli, offrendosi in dote a Salvini già all’alba del 5 marzo.
Perfino una lettura critica che vorrebbe il berlusconismo essere la causa dell’attuale successo del populismo – il famoso dibattito su chi sia il vero “nuovo Berlusconi”, identificato prima in Grillo, poi in Renzi, ora in Salvini – non ha ragione di esistere. Il populismo è un fenomeno globale, una reazione mondiale agli effetti della crisi economica del 2008 e non certo un’anomalia tutta italiana. Non è che gli italiani si sono rincoglioniti a causa di Berlusconi e ora ne cercano uno più giovane e simile a lui: è l’intero pianeta ad essere ancora sotto shock per il crollo di un sistema che ha lasciato un vuoto enorme, e in quel vuoto si è inserito ovunque quel fenomeno che per semplicità chiamiamo populismo.

La sinistra, incapace di darsi una forma in grado di interpretare la modernità, ha finito addirittura per diventare uguale, nella forma e nei contenuti, a una convention di Pubblitalia ’80, candidando pezzi importanti di quello che era stato il blocco di potere berlusconiano, come il braccio destro di Letizia Moratti Beppe Sala o l’ex direttore di Italia Uno Giorgio Gori

Seduto in tribuna con il doppiopetto d’ordinanza, accolto non più dal boato degli ottantacinquemila di San Siro ma da quello - assai più modesto - dei diciottomila dello stadio Brianteo di Monza, forse Berlusconi potrebbe essere sfiorato dal sospetto che di tutta la sua incredibile parabola calcistica, imprenditoriale e politica – con la sola eccezione della Mondadori, il cui merito però più che a lui va a sua figlia Marina - non sia rimasto niente o quasi, di certo molto meno di quello che avrebbe immaginato anni fa, nelle previsioni più cupe.

Ma se pensasse questo, Berlusconi commetterebbe un errore. Per rallegrarsi, e prendere atto del suo reale peso nella Storia, non dovrebbe far altro che guardare a sinistra, a quella sinistra italiana che mentre il mondo andava avanti, e il capitalismo mostrava il suo volto più duro, e sulla scena comparivano fenomeni che andavano capiti e affrontati per tempo, come l’immigrazione di massa o la gig-economy, era troppo impegnata a fare i girotondi, a pitturarsi la faccia di viola, ad essere ossessionata dal mito del Caimano invincibile – che come ha mostrato la Storia era tutto tranne che tale. E che alla fine, incapace di darsi una forma in grado di interpretare la modernità, ha finito addirittura per diventare uguale, nella forma e nei contenuti, a una convention di Pubblitalia ’80, candidando pezzi importanti di quello che era stato il blocco di potere berlusconiano, come il braccio destro di Letizia Moratti Beppe Sala o l’ex direttore di Italia Uno Giorgio Gori.

Si rilassi, Cavaliere, si goda tranquillo la prossima sfida Monza-Pergolettese. Grazie a lei, la sinistra italiana si è suicidata, tanto che oggi perfino un Fico qualsiasi viene acclamato come salvatore della Patria alle Feste delle Unità.
Quello che non riuscì alle Brigate Rosse nè alla caduta del Muro di Berlino è riuscito a lei: davanti alla Storia, non è certo cosa da poco.

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