Intervista
8 Settembre Set 2018 0745 08 settembre 2018

La scuola del futuro? Senza esami di Stato (e con più autonomia)

Parla Nadia Cattaneo, preside dell’Itc Tosi di Busto Arsizio, la migliore scuola italiana: “Non serve un’altra riforma. Bisognerebbe attuare quanto era previsto nel decreto sull’autonomia. L’esame di Stato? Ormai è un solo un rito costoso di cui le università non tengono conto”

Scuola Linkiesta
(Pixabay)

«La scuola avrebbe bisogno di più autonomia, non di un’altra riforma». A parlare è Nadia Cattaneo, preside del pluripremiato Istituto tecnico economico “Enrico Tosi” di Busto Arsizio, Varese, quella che è considerata la scuola migliore d’Italia (lo abbiamo raccontato qui). Qui si studiano sei lingue, le gite sono state sostituite dagli scambi con l’estero. E quest’anno si sono si sono diplomati i primi ragazzi che hanno frequentato quattro anni e non cinque di superiori. Anche se, dice la preside, «l’esame di Stato lo toglierei: ormai è solo un rito molto costoso e non serve alle università per valutare i ragazzi».

Preside, se dovesse sceglierne uno, qual è oggi il problema principale della scuola italiana?
La mancata piena realizzazione dell’autonomia scolastica, com’era prevista dal decreto 275 del 1999. Lì era stata tracciata una possibilità di interventi da parte delle scuole per realizzare l’autonomia funzionale, che invece è rimasta ancora molto vaga. Si parlava della possibilità di sperimentare e innovare, ma tutto questo è rimasto ancora in embrione.

Cosa comporta la mancata piena autonomia?
C’è ancora una forte ingessatura nel prendere autonomamente iniziative progettuali. Non tanto dal punto di vista didattico, ma dal punto di vista della struttura organizzativa è rimasto l’involucro vecchio. Non c’è flessibilità né sull’organizzazione dell’orario, né nell’organizzazione delle classi. È rimasta una struttura obsoleta, l’idea di una scuola legata a una certa scansione oraria, alla organizzazione tradizionale delle classi. Se si vuole rinnovare anche l’impianto didattico, bisogna avere le strutture organizzative adeguate. Ogni cosa si fa con estrema fatica e poca agilità, perché l’impalcatura della scuola è rimasta quella antica.

Non si tratta quindi di problemi economici anche?
Non è il primo problema. È chiaro che se poi ci sono risorse economiche è più facile realizzare quello che si vuole fare, però prima di tutto bisogna avere le idee, una forza progettuale alta, un bel collegamento con il territorio. Rimane per esempio un’impresa staccare un docente per realizzare un progetto e trovare qualcuno che lo sostituisca. Non è passata neanche l’idea di un organico funzionale alle attività delle scuole.

Pensa anche a una collaborazione tra la scuola e le imprese private?
Certo, se funzionale alle finalità didattiche. La collaborazione con il mondo esterno è centrale. Se vediamo la scuola come una monade chiusa, non la rinnoviamo più.

L’alternanza scuola-lavoro è un’occasione?
Se inserita in un progetto alto, è un’opportunità che viene data agli studenti per verificare se le conoscenze che hanno acquisito sono davvero sulla strada per essere delle competenze. Il rapporto che la scuola sviluppa con il mondo del lavoro può diventare uno stimolo anche per la scuola per ragionare più per competenze, senza ovviamente eliminare le conoscenze. L’una si travasa nell’altra.

La collaborazione con il mondo esterno è centrale. Se vediamo la scuola come una monade chiusa, non la rinnoviamo più

Lei è preside di un istituto tecnico. Quanto è ancora diffusa in Italia la distinzione con i licei, tra scuole di serie A e scuole di serie B?
Nel linguaggio comune, ancora quando si parla di scuola si dice “liceo”. Ma tutte le scuole hanno dignità, sono formative, soprattutto perché il ruolo della scuola è quello di dare gli strumenti per la formazione personale e di cittadini, dare la possibilità di successo formativo alle fasce più deboli, e poi anche una preparazione di tipo professionale. È evidente che i ragazzi che studiano oggi nelle scuole superiori si stanno preparando per mestieri e professioni che attualmente non ci sono. Ma se la scuola ha dato ai ragazzi gli strumenti per imparare a imparare e capire il mondo complesso nel quale viviamo, allora la scuola ha fatto il suo lavoro. Che sia liceo o istituto tecnico.

Ma quanto i programmi scolastici e i libri di testo oggi sono all’altezza del mondo complesso di cui parla?
I programmi non ci sono in realtà, ci sono le indicazioni nazionali e le linee guida che poi vengono calate nelle realtà progettuali delle singole scuole. Spesso, sia genitori sia docenti, confondono il programma con il libro di testo: in realtà i testi scolastici dovrebbero essere strumenti messi a disposizione per raggiungere quegli obiettivi che sono nel curriculum della scuola. Dopodiché i libri dovrebbero essere alleggeriti, anche nei costi. Soprattutto nell’epoca del digitale, il libro di testo non è qualcosa di sacro, ma uno dei tanti strumenti per poi costruire percorsi che siano corrispondenti alle esigenze delle classi.

Cambierebbe qualcosa anche nella valutazione dei ragazzi?
Il valore che diamo al percorso formativo di uno studente non è solo ed esclusivamente legato al prodotto che realizza nel compito in classe o nella interrogazione, ma comprende anche attività progettuali fatte a scuola o fuori scuola. Questa è una delle rigidità del nostro sistema scolastico. Si ragiona ancora molto solo sulla misurazione di quello che il ragazzo fa in aula.

La scuola dovrebbe creare situazioni per l’apprendimento e l’insegnamento delle lingue che siano meno metalinguistiche e più legate all’uso della lingua. Che non vuol dire non studiare la grammatica, ma questo dovrebbe essere il punto di arrivo e non sempre e solo il punto di partenza

L’istituto che lei dirige ha puntato molto sulle lingue. Cosa suggerirebbe per migliorare l’offerta della scuola italiana?
La scuola dovrebbe creare situazioni per l’apprendimento e l’insegnamento delle lingue che siano meno metalinguistiche e più legate all’uso della lingua. Che non vuol dire non studiare la grammatica, ma questo dovrebbe essere il punto di arrivo e non sempre e solo il punto di partenza. Scambi culturali e tirocini di lavoro all’estero sono un esempio. Usare una lingua che non sia l’italiano in alcuni momenti di insegnamento anche di altre discipline, soprattutto corsi specifici, può essere un esercizio utile.

Passiamo alla digitalizzazione. A che punto siamo?
L’innovazione non si esaurisce solo nell’introduzione di strumenti tecnologici, come spesso accade. Serve la formazione dei docenti, la ridefinizione del ruolo del docente in classe come figura di guida e non semplice trasmettitore, ma occorre lavorare anche sulla gestione degli strumenti digitali facendo ragionare i ragazzi su che cosa significa usare questi strumenti, anche per gestire l’invasività della tecnologia della vita quotidiana.

Smartphone in classe sì o no?
Smartphone in classe sì, ma regolati. Dobbiamo insegnare ai ragazzi che smartphone e tablet non sono solo strumenti per chattare o divertirsi, ma anche strumenti per lavorare o studiare.

Smartphone in classe sì, ma regolati. Dobbiamo insegnare ai ragazzi che smartphone e tablet non sono solo strumenti per chattare o divertirsi, ma anche strumenti per lavorare o studiare

All’Itc Tosi state sperimentando la frequenza per quattro anni e non cinque. Una soluzione da estendere?
Quest’anno abbiamo portato i nostri ragazzi della sperimentazione quadriennale all’esame di Stato, sostenuto con successo. Abbiamo costruito un percorso che non è la condensazione di cinque anni in quattro, ma un curriculum specifico. L’esperienza è stata assolutamente positiva. Tanti hanno già superato i test universitari, alcuni si sono iscritti all’estero, altri stanno entrando nel mondo del lavoro, e ci arrivano un anno prima. Hanno un anno a disposizione in più, in cui potrebbero prendersi anche un anno sabbatico con la possibilità di fare altre esperienze e scegliere magari con più consapevolezza il loro progetto di vita.

Il nuovo governo parla di una modifica della Buona scuola. Serve davvero un’altra riforma?
Non credo che la scuola abbia bisogno di un’altra riforma. Si tratta solo di mettere le scuole nelle condizioni di fare quello che era già scritto nel decreto sull’autonomia.

Il ministro dell’Istruzione marco Bussetti ha annunciato anche modifiche per l’esame di maturità. Lei cosa cambierebbe?
Io lo toglierei del tutto. È diventato più un rito molto costoso che altro. Il valore del titolo di studio oggi non necessariamente è garantito dall’esame di Stato. Alle università interessa relativamente perché poi ci sono i test di ammissioni. Alcuni ragazzi sostengono i test di selezione addirittura in quarta e sanno già che saranno all’università a prescidnere dall’esito dell’esame di Stato. E anche il voto tutto sommato ha un peso relativo. E poi si risparmierebbe tanto, e ci sarebbero risorse da mettere in circolazione.

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