Dallo spazio profondo all’intimità della memoria: così “Roma” di Cuaron ha conquistato Venezia

Dalle profondità dello spazio di “Gravity” alle memorie della sua infanzia, liberamente interpretata, in una dolce pellicola in bianco e nero. Così Cuaron ha vinto il Leone d'Oro: con gli occhi di una domestica di nome Cleo

Alfonso Cuaron Linkiesta

Filippo MONTEFORTE / AFP

10 Settembre Set 2018 0745 10 settembre 2018 10 Settembre 2018 - 07:45

Con Gravity (2013), Alfonso Cuarón si era spinto sin fuori dall’atmosfera terrestre pur di giungere a quell’oscura e umana verità che quest’anno, qui al Lido di Venezia, appartiene tutta al First Man di Damien Chazelle. Non c’è dunque più posto per lui nelle profondità dello spazio, deve tornare qui tra noi, anzi, lì in lui; in quel Messico caldo che già raccontò con lo splendido y tu mama tambien (2001) e che in Roma si tinge di un luminoso bianco e nero.

Ambientato negli anni Settanta di un piccolo quartiere di Città del Messico, Roma è un racconto costruito sulle memorie dell’infanzia di Cuaron, giustamente reinventate affinché la verità storica di quegli anni non intacchi mai totalmente la personale possibilità di ricordare, e narrare, il passato in modo intimo e libero

Film d’apertura della seconda giornata della mostra del cinema di Venezia, Roma, in concorso per il Leone d’oro al miglior film, è la più nostalgica delle pellicole del noto autore Messicano. Ambientato infatti negli anni Settanta di un piccolo quartiere di Città del Messico, è un racconto costruito sulle memorie della sua infanzia, giustamente reinventate affinché la verità storica di quegli anni non intacchi mai totalmente la personale possibilità di ricordare, e narrare, il passato in modo intimo e libero. La prende alla larga dunque, senza mai citarsi, bensì richiamandosi in atmosfere che circondano quell’ambiente matriarcale che più d’ogni altra cosa – spiega durante la conferenza stampa – lo definì come individuo.

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