11 Settembre Set 2018 0742 11 settembre 2018

Ormai siamo all’assurdo: il governo gialloverde si fa male da solo, l’opposizione lo tira fuori dai guai

Consenso in calo, conflitti interni, situazioni spinose: la maggioranza non se la passa bene, per nulla. Buon per lei che arriva regolarmente qualcuno a ricompattarla, sia esso l'Onu o il Pd. E se fosse più efficace il silenzio?

Salvini Dimaio Linkiesta

Di Battista contro Di Maio, il Movimento Cinque Stelle contro la Lega, il Paese che comincia a dare (piccoli) segni di insofferenza contro il governo Lega-Cinque Stelle. E d’accordo, è presto per parlare di crisi, anche solo di fine della luna di miele, ma sono le cronache a raccontare che più si avvicina il momento della presentazione della legge di bilancio e più l’atmosfera attorno all’esecutivo si fa pesante.

A pagare il clima, partiamo dalla fine, sembra essere principalmente il Movimento Cinque Stelle che i sondaggi danno ormai sotto la Lega di cinque punti abbondanti (32 a 27: si partiva da 17 a 32) nonostante quello indagato per sequestro di persona e condannato a rimborsare 49 milioni per truffa allo Stato sia proprio il leader leghista Matteo Salvini. Aspetteremmo, prima di parlare di crollo, ma è un segnale importante, questo sì. Perché dimostra una cosa molto semplice: che i guai del governo (meno cinque punti di consenso complessivo, comunque altissimo, nel giro di un paio di mesi) li paga tutti il Movimento, e non la Lega. Nonostante la percezione diffusa sia che la Lega comandi, o che comunque abbia le idee molto più chiare su quel che si debba fare.

In quest’ottica, il secondo conflitto, quello tra Lega e Cinque Stelle, appare fisiologico. Con i pentastellati che provano a differenziarsi dall’alleato leghista, cercando di recuperare elettori a sinistra, ieri col decreto dignità, oggi con i negozi chiusi la domenica, e punzecchiandolo sui 49 milioni che deve allo Stato. Scaramucce a bassa intensità, finora, che tuttavia marcano una differenza rispetto al patto granitico che aveva connotato i primi sessanta giorni dell’esecutivo. Difficile che questo conflitto sfoci in una crisi di governo. Molto più probabile sia invece strumentale a marcare le differenze tra i due azionisti del governo in vista delle prossime europee, per evitare sovrapposizioni e massimizzare ciascuna il proprio consenso.

La cosa buffa, in tutto questo, è che in soccorso di una maggioranza sottoposta a questa triplice tensione arrivino regolarmente gli avversari, vera e propria assicurazione sulla vita dell’esecutivo. Se questa è opposizione, molto meglio il silenzio

Anche così fosse, la stella di Luigi Di Maio sembra essere sempre più opaca e la sua leadership sempre più in discussione. Banalmente, se c’è da picchiare contro Salvini non può essere lui a farlo, né lui pare a suo agio nell’interpretare questo ruolo. Ecco perché le parole di Alessandro Di Battista contro il leader leghista vanno più interpretate come una minaccia a Di Maio che come un attacco all’arma bianca contro la Lega, il segnale che l’anima ortodossa e radicale dei Cinque Stelle è sempre più insofferente all’alleanza giallo-verde, nel contesto della quale il Movimento non riesce a realizzare il suo programma, si compromette alle logiche della politica da sempre avversate e perde consenso in favore dell’alleato più esperto e furbo.

La cosa buffa, in tutto questo, è che in soccorso di una maggioranza sottoposta a questa triplice tensione arrivino regolarmente gli avversari, vera e propria assicurazione sulla vita dell’esecutivo. Il Partito Democratico (quando non litiga al suo interno), che invece di incunearsi tra le contraddizioni dell’esecutivo, cerca in tutti i modi di ricompattarlo, sparandogli contro come se fosse tutt’uno. E le istituzioni internazionali, ieri la Commissione Europea oggi l’Onu, che dal basso della loro delegittimazione, riescono a ricompattarlo e a fargli riguadagnare consenso coi loro attacchi estemporanei e fuori scala. Se questa è opposizione, molto meglio il silenzio.

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