Il culto tutto italiano di David Foster Wallace è la negazione di David Foster Wallace

Sono passati 10 anni da quando lo scrittore americano si è tolto la vita e mentre in tutto il mondo è diventato un classico del pensiero, da analizzare, studiare e criticare, qui in Italia ci abbiamo costruito intorno una religione e, da buoni cattolici, ce ne ricordiamo solo alle feste comandate

pesci rossi david foster wallace linkiesta

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12 Settembre Set 2018 1133 12 settembre 2018 12 Settembre 2018 - 11:33

Sono passati dieci anni dal giorno in cui David Foster Wallace si è impiccato nel suo garage. Una distanza nient'affatto siderale, una di quelle che agevolmente tutti ci ricordiamo ancora, ma nel contempo anche una distanza abbastanza significativa per tirare qualche piccola conclusione. Non su di lui, però, su di noi, noi lettori italiani, noi che pretendiamo di essere il ceto intellettuale riflessivo, ma che siamo una classe disagiata, noi che abbiamo trenta-quarant'anni e che negli ultimi dieci anni abbiamo fatto a David Foster Wallace quello che ci aveva chiesto espressamente di non fare mai nella vita, a niente e a nessuno.

Lo abbiamo santificato. Lo abbiamo idolatrato. Abbiamo costruito, ognuno nella propria testa, la più grande statua al nostro ombelico della storia del mondo e ci abbiamo messo la sua faccia. E il colpo di genio, paradossale e grottesco come se lo sarebbe inventato lui probabilmente, è che siamo riusciti a santificare e cheguevarizzare un intellettuale che in almeno metà delle cose che ha scritto stigmatizzava proprio la santificazione e cheguevarizzazione della realtà.

C'è qualcosa di estremamente italiano in questo nostro atteggiamento santificatorio che si riverbera nella natura dell'attenzione e del rapporto, in fondo sbagliato e disequilibrato, che abbiamo con Wallace. È qualcosa di tipico, al contempo dell'essere italiano e dell'essere cattolico. È qualcosa di ipocrita e somiglia all'atteggiamento del fervente cattolico che va in chiesa solo a Natale e alle feste comandate, ma poi nella vita quotidiana viene fuori che non ha mai letto un testo sacro in vita sua, che sbadiglia in chiesa e che magari picchia la moglie, insulta i figli e ruba al prossimo senza ritegno.

La verità è che in Italia David Foster Wallace non l'ha letto nessuno. O quasi. O quantomeno non fino in fondo. E che la maggior parte di quelli che lo leggono sono come il fervente cattolico che ho appena citato: di suo conoscono giusto due frasette imparate a catechismo, e se ne ricordano quasi solo agli anniversari della sua morte, un po' come fa il cattolico di Cristo.

Di prove ce ne sono un numero abbastanza illimitato, ma ce n'è una — che ho scoperto grazie all'amicizia con Alberto Puliafito, fervente wallaciano protestante — che più di tutte esemplifica la realtà, desolante o divertente scegliete voi, del fatto che la maggior parte di quelli che si riempiono la bocca e gli articoli con citazioni di David Foster Wallace lo fanno a sproposito, senza averlo letto fino in fondo o, quanto meno, senza aver capito cosa stavano leggendo.

La prova è quella storiella dei due pesci, con cui David Foster Wallace iniziò il suo celebre discorso rivolto agli studenti del Kenyon college che stavano per laurearsi, a fine maggio del 2005. È una delle storielle più famose di Wallace; è diventata il titolo di una raccolta di racconti pubblicata da Einaudi, Questa è l'acqua; la si sente e la si legge citata ovunque, da chiunque abbia bisogno di un aneddoto brillante; ma è anche la prova che quel discorso, fino in fondo, non l'ha letto quasi nessuno.

Quella storiella, infatti, è solo l'inizio del discorso e se David Foster Wallace lo cita, lo fa, certo, anche per ricordare che spesso “le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare”, ma lo fa soprattutto per innescare un discorso decisamente più ampio che, letto a distanza di 13 anni, contiene tutti gli anticorpi di cui avremmo bisogno in questi nostri tempi dominati dall'egocentrismo, dal nozionismo, dalla banalizzazione e dall'arroganza.

Tutte cose che dopo dieci anni dalla sua morte stanno contribuendo a bloccare il pensiero del ceto intellettuale, riflessivo e disagiato di questo paese, che cita Foster Wallace a caso come si citano a caso i due o tre versetti della Bibbia imparati a catechismo, mentre fuori, “nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti” continuiamo ad essere meschini, egoriferiti, banalizzanti e arroganti come se di David Foster Wallace avessimo letto solo le prime cinque righe e mentre tutti i fantasmi del mondo occidentale, consumistico e capitalista su cui ci metteva in guardia stanno arrivando a chiedere di noi, uno dopo l'altro.

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