13 Settembre Set 2018 0735 13 settembre 2018

Ciao libertà, ciao innovazione: con la link tax hanno vinto solo i vecchi giornali e la censura preventiva

Gli editori esultano, ma link tax e upload filter sono norme vecchie e liberticide, che puniscono l’innovazione, autorizzano la censura e caricheranno gli utenti di costi aggiuntivi. Un ottimo modo per lasciare l’Europa fuori dal XXI secolo

Copyright Ue Linkiesta
Damien MEYER / AFP

Tanto tuonò, che piovve. A poco sono serviti gli appelli di alcuni tra i più importanti esperti della rete, tra i quali personaggi come Tim Berners Lee, l’inventore del web. Ed a poco è servito listare a lutto Wikipedia oscurandone le immagini. Ieri, con larga maggioranza, è stata approvata dal Parlamento Europeo la proposta di direttiva di riforma del diritto d’autore. Un’approvazione che è un passo avanti nell’iter normativo finalizzato a mutare la disciplina europea sul copyright, ma un passo indietro nel percorso verso una rete più libera nella veicolazione dei contenuti e nell’apertura verso nuovi modelli di business.

Passano nella formulazione più conservativa sia l’art. 11 con il concetto di “link tax(seppure vagamente sfumato) che l’art. 13 con quello di “upload filter”, oltre che elementi meno mediaticamente “dirompenti” ma non per questo meno sostanzialmente rilevanti, come l’art. 3 con le sue limitazioni al text mining (ossia l’analisi automatica dei testi effettuata per “addestrare” i sistemi di intelligenza artificiale). E continua a non esservi traccia di quel diritto di panorama che consentirebbe a chiunque si faccia un selfie reggendo con un dito la Torre di Pisa di non compiere, nei fatti, un reato. Ma questo elemento non è di interesse di alcuna lobby, quindi – malgrado gli appelli di Wikimedia – non è stato nemmeno preso in considerazione dal legislatore.

La link tax prevede che le grandi piattaforme di distribuzione dei contenuti paghino un “equo compenso” agli editori nel momento in cui ricorrano a snipet: ossia le sintesi dei contenuti con i link agli articoli. Un po’ come pensare che l’edicolante debba pagare l’editore quando un utente sbircia l’edicola per guardare i titoli del giornale da comprare. Per quanto riguarda gli upload filter la situazione è ancora più complessa: dare la responsabilità del controllo dei contenuti alle piattaforme di distribuzione (equiparandole in qualche modo a veri e propri editori) può produrre un solo risultato: censura preventiva. Quella censura preventiva che gli OTT (cioé Google e Facebook) adotteranno quando, in virtù del fatto che ad oggi non esistono algoritmi esenti da errori di interpretazione (basti pensare al Content ID di Yahoo), in caso di dubbio sceglieranno di tutelarsi nel modo per loro più sicuro, ossia impedendo agli utenti di condividere un contenuto. Link tax ed upload filter sono stati, per i loro evidenti impatti, il centro della discussione, ma anche altri elementi sono di grande importanza: nell’era dell’intelligenza artificiale ed in un momento di grande competizione internazionale, limitare il potenziale dei sistemi di apprendimento automatico non consentendo il libero accesso ai testi on-line da parte dei sistemi di text mining non sembra esattamente l’approccio più intelligente per guidare l’Europa verso l’innovazione e favorire le aziende del vecchio continente nella competizione internazionale. Ma tant’è.

Un testo, quello approvato ieri, che evidenzia la sua scarsa consistenza anche attraverso la ridda di eccezioni delle quali è costellato e che, invece di soffermarsi su elementi di principio per poi lasciare spazio alle normative emanate dagli Stati Membri, è costretto – nel gioco di equilibrismi dettato dalle diverse lobby – ad avvitarsi su questioni così specifiche da far si che, in un contesto come quello dell’innovazione, fluido e rapido per definizione, molte delle eccezioni probabilmente non avranno più senso nel momento in cui il regolamento diverrà attuativo. Alla faccia dell’ubi societas ibi ius.

Se il rischio è che a perdere tra vecchi e nuovi attori siano entrambi, che perda anche il cittadino è una certezza. Perde tanto in libertà di diffusione dell’informazione quanto nella possibilità di accesso alla stessa, ma perde anche perché nel momento in cui le grandi piattaforme saranno costrette a pagare “nuovi” diritti d’accesso all’informazione agli editori è evidente come tali maggiori costi saranno girati – alla fine – sui cittadini e sulle piccole e medie imprese

Ma c’è di peggio. Al di là dei singoli articoli sono almeno due le considerazioni da fare quando si guarda a questa proposta di direttiva di riforma del diritto d’autore.

La prima consiste nel fatto che in quello che è stato evidentemente uno scontro tra editori ed OTT (Facebook e Google in primis) il grande assente è stato l’utente: il cittadino. Ci si chiede se questa riforma gioverà i “vecchi” editori o i “nuovi” attori della rete. Ed in questa guerra la battaglia è stata vinta dagli editori (almeno sul fronte del risultato normativo: quanto ai suoi impatti effettivi il rischio concreto è che perdano tutti). Ma cosa ne è dell’interesse dei cittadini europei? Perché se il rischio è che a perdere tra vecchi e nuovi attori siano entrambi, che perda anche il cittadino è una certezza. Perde tanto in libertà di diffusione dell’informazione quanto nella possibilità di accesso alla stessa, ma perde anche perché nel momento in cui le grandi piattaforme saranno costrette a pagare “nuovi” diritti d’accesso all’informazione agli editori è evidente come tali maggiori costi saranno girati – alla fine – sui cittadini e sulle piccole e medie imprese. Piccole e medie imprese che pagheranno di più la pubblicità offerta dalle piattaforme, e cittadini che vedranno tale maggiore costo ripercuotersi sul prezzo dei prodotti.

La seconda considerazione consiste nel fatto che questa proposta di direttiva è l’ennesima figlia dell’ipocrita sovrapposizione tra diritto d’autore (che tutela i produttori dei contenuti) e diritto di copia (che tutela chi distribuisce contenuti realizzati da altri). Non basta la foglia di fico secondo la quale gli editori dovranno ricompensare gli autori proporzionalmente all’aumento degli introiti per nascondere il fatto che il vero fulcro della discussione è lo scontro tra vecchi distributori di contenuti e nuovi attori della rete. Chi è nel mezzo – utenti e produttori primari di contenuti – è secondario.

Nel momento in cui la trasformazione digitale determina profondi cambiamenti nelle filiere di distribuzione dei contenuti e nei modelli di accesso all’informazione non si può pensare che la tutela degli interessi consolidati di parti conservative della società prevalga sull’interesse generale del cittadino. Il copyright nasce secoli fa per tutelare l’interesse dei vecchi “stampatori” (beninteso: non degli autori) e per limitare, in ultima analisi, la libera distribuzione dei contenuti. Il risultato di questa normativa discende dallo scontro tra due lobby, ognuna delle qual con interessi di parte ben precisi. In questo caso non vi sono molti dubbi sul fatto che gli interessi dei cittadini europei coincidessero con quelli delle grandi piattaforme: ma quale è stata l’attenzione del legislatore nella tutela degli interessi della lobby più importante, quella dei cittadini europei?

*Direttore del Digital Transformation Institute
@stefanoepifani

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