14 Settembre Set 2018 0720 14 settembre 2018

La forza di Salvini? È la paura che gli Eurocrati hanno di lui

Nel giorno in cui il leader della Lega finisce sulla copertina di Time, Moscovici lo paragona a un piccolo Mussolini e Draghi ammette di temere le sue parole: tutta benzina, per “l’uomo più temuto d’Europa”

Salvini Linkiesta

Se vi state dispiacendo per le sventure italiane, se siete tutti concentrati a fare gli internazionali o peggio gli europeisti per darvi un tono nella desolante scena politica internazionale allora vi conviene ripiegare le bandiere, smettere l’accento anglosassone e rendervi conto il prima possibile che non esiste il bene tutto bianco e forse anche il male non è così nero. Il Time, ad esempio, ha incoronato Salvini premier alla faccia dell’inesistente Conte e dello scassatissimo Di Maio perché anche da quelle parti, anche con quei grandi numeri, viene comodissimo prendere uno spigolo per raccontare un lato senza perdere troppo tempo e troppe energie in un approfondimento che costerebbe analisi e fatica: così lo stomaco dell’autorevolezza di Salvini, tutto pieno di popolarità come unico estremo metro di giudizio, anche oggi può dirsi soddisfatto di avere ingoiato qualche pezzo grosso.

Ciò che conta e che stupisce però, più di tutto, è la faciloneria con cui si pensa possibile atterrire la faciloneria italiana: se volessimo dividere la narrazione politica contemporanea esisterebbero (attenzione, solo nella narrazione, eh) due macro categorie che vedono da una parte i banconi capaci di ingozzarsi di like (sono Salvini, Trump, lo stesso Orban quando discetta impunito di democrazia) e dall’altra il territorio dei seri e compiti che dovrebbero trovare forza dalla coerenza delle proprie idee riflesse nelle proprie azioni.

L’Europa, in questi ultimi anni più di tutti, continua a giocare nella parte della chioccia responsabile come argine al populismo (modalità subito scippata dal renzismo d’ultima maniera) che vorrebbe spiccare per qualità moralizzatrice e per sensibilità responsabilizzante. Peccato che siano fallaci, se non goffi, quasi come gli altri. Ieri, ad esempio, è arrivata la bordata del presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi che ha accusato (con buone ragioni, per carità) il governo italiano di avere bruciato credibilità (che nella finanza si misura in soldi) per una certa avventatezza nelle dichiarazioni e nelle irrealizzabili promesse: «Negli ultimi mesi abbiamo visto che le parole hanno fatto danni: i tassi sono saliti per le famiglie e le imprese. Ora stiamo aspettando i fatti. I fatti sono la legge di bilancio e la successiva discussione in Parlamento», ha detto Draghi durante un suo intervento a Francoforte, rimarcando come «le parole negli ultimi mesi sono cambiate molte volte, ora stiamo aspettando i fatti».

E vista così, da fuori, la ramanzina di Draghi sembrerebbe addirittura credibile se non fosse che nelle stesse ore il commissario dell’Unione Europea Pierre Moscovici si è affrettato a dire che per la prima volta nella sua vita di europeo ha “paura“, evocando lo spettro di un “minaccia essenziale, esistenziale” per l’Europa che starebbe tutta ne “l’attacco dei populisti alla democrazia liberale, e quando dico liberale parlo della combinazione tra democrazia e libertà”. Dice Moscovici che le forze populiste “sono democratiche quando vincono le elezioni, ma poi erodono progressivamente le libertà”. Oggi “c’è un clima che assomiglia molto agli anni ’30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c’è Hitler, forse dei piccoli Mussolini… La storia, come diceva Raymond Aron, è tragica, bisogna evitare che sprofondi nelle sue ore più buie”.

E poi, com’è naturale che sia, è iniziata tutta la riffa di recriminazioni, di risse e di risposte più o meno piccate. Per dirla semplice semplice: l’Europa che vorrebbe insegnare all’Italia la buona educazione (che troppo spesso da quelle parti scambiano semplicemente come capo chino) poi ci diletta con analisi che mettono insieme piccoli Mussolini, tutto nello stesso giorno, tutto nelle stesse ore. Ed è la stessa Europa che vota una mozione contro Orban (che avrebbe qualcosa di sacrosanto, a ben vedere) ma poi ha trasformato Salvini in uno statista. Perché, diciamocelo, se l’Europa fosse un decimo di quello che si racconta, della credibilità che si è autoassegnata, nessuno in giro avrebbe la benché minima preoccupazione di un Salvini o del suo partito. Forse sarebbe il caso di meditare sulla creazione del mito e sulle responsabilità della cosiddetta alternativa. Se questa è l’Europa viene il sospetto che Salvini possa stare tranquillo a lungo. E perfino finire sulla copertina del Time.

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