14 Settembre Set 2018 0800 14 settembre 2018

Le dimissioni di Mario Nava dalla Consob, un insulto alla competenza e al cambiamento

Il dietrofront di una delle persone più qualificate per vigilare gli strumenti finanziari di questo paese sembra essere il solito copione del Governo del Cambiamento. Dietro i grandi annunci, solo la volontà di piazzare funzionari “amici”: vecchia, vecchissima politica

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Non conosciamo Mario Nava, nominato presidente della Consob dal governo di Paolo Gentiloni, dimissionario dopo il fuoco incrociato di Lega e Cinque Stelle, se non per quel che abbiamo letto sui giornali. Sappiamo che dal 2004 al 2009 ha guidato l'unità Infrastruttura dei Mercati Finanziari presso la Commissione europea. Che tra il 2009 e il 2013 è stato responsabile dell'unità Banche e Conglomerati Finanziari. Che da maggio del 2016 è stato direttore per il monitoraggio del sistema finanziario e gestione delle crisi presso la Direzione generale dedicata ai servizi finanziari. Sappiamo che a Bruxelles è considerato uno dei funzionari comunitari più preparati nel mondo complesso dei servizi finanziari.

In un Paese normale, in cui sono vigenti i criteri della competenza e del merito nel scegliere le figure tecniche, Mario Nava sarebbe stato il presidente perfetto per vigilare sulle società e sulla borsa. Soprattutto, dopo la stagione di Giuseppe Vegas, nomina tutta politica del governo Berlusconi (Vegas era stato suo senatore, deputato e viceministro), sulla cui gestione della Consob e sulla sua attività di vigilanza pende il giudizio della storia, e degli azionisti di banche come la Popolare di Vicenza, sul cui crac pesa l’incapacità di Consob di non aver saputo leggerne (a voler essere benevoli) le debolezze patrimoniali.

In un Paese normale. In Italia Mario Nava non va bene perché ha deciso di accettare questo incarico per soli tre anni. E perché l’ha fatto chiedendo il distacco, e non l’aspettativa, dalla Commissione Europea. Una questione di lana caprina, avallata dalla Commissione europea, dalla Presidenza del Consiglio, dalla Presidenza della Repubblica e dalla Corte dei Conti, che Lega e Cinque Stelle hanno usato come pretesto per defenestrarlo, chiedendogli di dimettersi come gesto di sensibilità istituzionale.

Siccome alla stupidità crediamo poco, temiamo lla guerra contro Mario Nava perché «servo dei poteri finanziari» sia solo un pretesto che viene dato in pasto all’opinione pubblica. Che dietro, insomma, vi sia altro. Il tentativo di occupare il potere con funzionari amici e rispondenti a interessi eminentemente politici, ad esempio, che con la vigilanza della Borsa c’entrano ben poco

Saremo ignoranti noi, ma non comprendiamo il senso di questa decisione. Se davvero è stata fatta, come ha detto Luigi Di Maio, perché Nava era in distacco dalla Commissione e quindi «servitore della finanza internazionale», alziamo le mani e aspettiamo che il vicepresidente del consiglio ci spieghi che conflitto d’interesse vi sia ne prendere un vigilante europeo a fare lo stesso mestiere in Italia, o che conflitto d’interesse vi sia tra Nava e le società su cui avrebbe dovuto vigilare.

Follia pura, insomma. Ma siccome alla stupidità crediamo poco, temiamo che questo sia solo un pretesto che viene dato in pasto all’opinione pubblica. Che dietro, insomma, vi sia altro. Il tentativo di occupare il potere con funzionari amici e rispondenti a interessi eminentemente politici, ad esempio, che con la vigilanza della Borsa c’entrano ben poco. Tentativo, questo, avallato da retroscena che raccontano come questo sia solo l’antipasto di analoghe iniziative al ministero del Tesoro del mal sopportato ministro della reatà Giovanni Tria. O ancora, la necessità di costruire una rete di tecnici sovranisti, alieni dalle logiche comunitarie, che non si mettano d’intralcio nel caso di una resa dei conti finale con la Commissione stessa.

In entrambi i casi, vecchia, vecchissima politica. Che se ne frega degli interessi di investitori e risparmiatori - così come se n’è fregata nel caso degli attacchi all’arma bianca contro Autostrade e Atlantia dopo la tragedia del Ponte Morandi - e che punta a usare organismi tecnici come armi di potere politico. Se questo è il cambiamento, siamo messi bene.

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