Accorciato, spezzettato, dequalificato: a dieci anni dalla crisi è il lavoro la vera vittima

Il numero degli occupati oggi è addirittura poco più alto dal giorno in cui Lehman Brothers fallì, ma i lavoratori non sono più gli stessi. Cresce l’occupazione tra donne e anziani, resta alta la disoccupazione giovanile. Il lavoro si è frammentato, e aumenta la domanda di posti poco qualificati

Rider Linkiesta

(GERARD JULIEN / AFP)

15 Settembre Set 2018 0559 15 settembre 2018 15 Settembre 2018 - 05:59

Erano 23 milioni nel 2008, sono 23,3 milioni nel 2018. A dieci anni dal fallimento di Lehman Brothers, da quel 15 settembre 2008 che innescò lo tsunami della grande crisi, dopo discese a picco da montagne russe, il lavoro in Italia è tornato a crescere. Così come negli altri Paesi. Ma l’onda ha travolto tutto e tutti, e niente è uguale a prima. Il numero degli occupati oggi è addirittura poco più alto dei livelli pre-crisi, ma i lavoratori non sono più gli stessi.


Chi ha pagato il conto

Dopo le immagini di quegli scatoloni portati ai mano dai dipendenti di Lehman Brothers sui marciapiedi di New York, a pagare il conto più salato della grande crisi finanziaria sono state le giovani generazioni. I 20-30enni che entravano nel mondo del lavoro mentre le imprese chiudevano, ma anche quelli che un lavoro lo stanno cercando ora. «Questa potrebbe diventare la prima generazione in cui i figli stanno peggio dei padri», avvertiva Barack Obama nel 2006. E per capirlo basta guardare pochi dati.

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) in alcuni Paesi avanzati è addirittura diminuito. Ma ci sono sostanziali differenze di Paese in Paese, e tra il lavoro pre e post crisi. In Germania, Stati Uniti, Giappone e Regno Unito oggi lavorano più giovani di dieci anni fa. Non è così nelle periferie dell’economia mondiale, dove i giovani che non hanno un lavoro e lo cercano sono ancora di più del 2008. In Italia dal 21,2% del 2008, dieci anni dopo siamo ancora sopra il 30% (nel 2015 eravamo sopra il 40%), con punte di oltre il 50% nel Mezzogiorno. Con l’occupazione giovanile che è scesa dal 24,2% al 17,7 per cento. E non perché i ragazzi italiani nel 2018 dedichino più tempo allo studio rispetto a dieci anni fa.

I numeri assoluti fanno ancora più effetto: nel 2008 i ragazzi fra i 15 e i 24 anni senza un lavoro erano 388mila, oggi sono 461mila, ma nel 2014 avevano superato la soglia dei 740mila. Anche se, a guardare ancora nelle cifre, verrebbe da pensare che sono solo diventati adulti: se si sale di fascia, tra i 25 e 34 anni, i disoccupati sono 752mila, sfiorando il milione (948mila!) tra i 35 e 49 anni. Intere generazioni ferme in una palude.

Parallelamente, complice il mix tra l’invecchiamento della popolazione, la tendenza ad assumere chi è già dotato di competenze e l’aumento dell’età pensionabile, a crescere sono soprattutto i lavoratori over 50, tra i quali in Italia il tasso di occupazione in dieci anni è passato dal 48 al 60,6 per cento. Con una concentrazione inevitabile di ricchezza tra i più anziani, mentre tra i più giovani crescono i tassi di povertà.

Il lavoro a tempo, frammentato in pezzetti, task, buoni lavoro, orari e contratti ridotti, così come lo conosciamo oggi, non esisteva nel 2008

Il lavoro si è “accorciato”

Ma non è solo una questione di numeri e anzianità. Il lavoro ha cambiato faccia, anche perché dieci anni dopo il mondo non è più lo stesso. Nel 2008 i rider non ci portavano ancora pizze e sushi a casa, la maggior parte dei negozi era chiusa di domenica e nei festivi, su Amazon si poteva trovare tutt’al più qualche libro, Uber era solo una parola tedesca e la platform economy cominciava a essere sulla bocca di pochi.

Il lavoro a tempo, frammentato in pezzetti, task, buoni lavoro, orari e contratti ridotti, così come lo conosciamo oggi, non esisteva nel 2008. La carriera è fatta di più carriere. Il lavoro unico è un lusso per pochi. Gli occupati a termine in Italia oggi sono più di 3 milioni, nel 2008 erano circa 2,2 milioni. E sebbene siano praticamente invariati in numero, se non cresciuti di poco, quelli a tempo indeterminato pesano due punti percentuali in meno rispetto al 2008, mentre i lavoratori a termine sono ormai il 15% dei dipendenti.

E se oggi, rispetto al 2008, lavora più o meno lo stesso numero di persone, tanti lo fanno un numero di ore più basso. Il lavoro si è “accorciato”. Mini-job, microworker, prestazioni occasionali, lavoro a intermittenza e part time sono esplosi da una parte all’altra dell’Oceano. L’ora-lavoro per determinare la retribuzione di un lavoratore è già la preistoria per molti. I contratti a zero ore, senza un numero di ore garantite, hanno toccato quota 1,8 milioni nel Regno Unito. I mini-jobs in Germania sono più di 7 milioni. Da noi, i voucher, prima che venissero eliminati, erano aumentati del 27.000% rispetto al 2008. Solo nel 2016 i contratti di lavoro inferiori a tre mesi, i cosiddetti fast jobs, anche di uno o tre giorni, riguardavano ben quattro milioni di italiani.

È in questi anni che abbiamo imparato tutti l’espressione “part-time involontario”, soprattutto tra le donne. Se i mariti che con la crisi hanno perso il lavoro, in tante hanno rispolverato i curriculum per rimettersi in gioco, ma molto spesso con contratti a tempo parziale. Se nel 2007 il tasso di occupazione femminile era del 47%, oggi siamo passati al 49,6 per cento. La crisi, per paradosso, ha portato a una riduzione degli inattivi, aumentando la partecipazione al mercato del lavoro.

Ma se il numero di ore lavorate, ad oggi, è ancora lontano dai livelli pre-crisi, dal 2013 è tornato a cresce il numero di quelli che lavorano anche più di 40 ore alla settimana. C’è chi lavora tanto e chi lavora pochissimo, ma vorrebbe lavorare di più.

Nel 2008 i rider non ci portavano ancora pizze e sushi a casa, la maggior parte dei negozi era chiusa di domenica e nei festivi, su Amazon si poteva trovare tutt’al più qualche libro, Uber era solo una parola tedesca

Più camerieri ed esperti di app, meno operai

E non sono servite le riforme del lavoro, come il nostrano Jobs Act, a rompere il muro tra insider e outsider, tra i tutelati e i non tutelati, tra i padri e i nonni con contratti solidi e i figli con contratti ultraflessibili. E qui la crisi economica non è l’unica responsabile. I sistemi produttivi si sono evoluti verso una maggiore flessibilità, e così anche le legislazioni sul lavoro, dall’Italia alla Francia. Molte imprese, anche quelle italiane, per sopravvivere si sono aperte di più ai mercati internazionali, alle tecnologie e quindi a una maggiore volatilità, che si è riverberata anche sull’applicazione di contratti non standard. Ma se i salari in questi anni sono rimasti immobili, si è assistito in Italia a un grande fermento nella contrattazione di secondo livello, che ha tenuto in piedi le aziende legando i salari alla produttività, cresciuta nel settore della manifattura.

Senza dimenticare che a mutare è stata soprattutto la composizione stessa dell’economia e le tipologie professionali che richiede. Dal 2008 a oggi in Italia si contano 1 milione di operai in meno (-16,5%), mentre si sono guadagnate 700mila posizioni esecutive nel settore dei servizi e 400mila professioni non qualificate, colf e badanti soprattutto. Le attività commerciali al contempo hanno perso circa 200mila posti, mentre – complice le vendita online – continua a crescere il settore dei trasporti e del magazzinaggio. Professioni come l’agente del turismo, con i siti web per prenotare online, stanno via via sparendo, ma nel comparto ristorazione e alloggi si contano oggi oltre 200mila addetti in più, tra cuochi, camerieri e addetti negli alberghi.

La ripresa economica degli ultimi anni ha portato oggi a una crescita soprattutto degli impieghi a bassa qualificazione. Con l’effetto collaterale che il sistema economico non riesce ad assorbire parte dei lavoratori più istruiti. All’interno del progetto europeo Garanzia Giovani, i ragazzi plurilaureati erano quelli più difficilmente collocabili. Nel 2017, in Italia, la laurea era richiesta dalle aziende per circa un posto di lavoro su dieci, quando i laureati nostrani sono oltre il 20% dei giovani tra i 25 e i 30 anni. E nonostante l’Italia sia fanalino di coda per numero di laureati in Europa, dal 2008 a oggi i disoccupati con laurea sono cresciuti da 135mila a circa 210mila unità. Generando l’effetto sottoccupazione, ovvero lavorare con mansioni per le quali sarebbe richiesto un titolo di studio inferiore.

Al contempo, però, un mercato in costante evoluzione tecnologica richiede specializzazioni per le quali c’è poca offerta. Si esce da scuole e università con competenze che sono già obsolete per le necessità del mercato. Oggi, tra le prime cinque professioni “introvabili”, due non esistevano dieci anni fa: parliamo dei progettisti di software e dei tecnici esperti in applicazioni. I primi, prima del 15 settembre 2008, erano per lo più semplici informatici, che oggi hanno bisogno di maggiore specializzazione. Dei secondi non avevamo mai sentito parlare.

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