15 Settembre Set 2018 0604 15 settembre 2018

Fuori dai partiti, senza i partiti: ecco come sta rinascendo la sinistra in Italia

Dopo il 4 marzo 2018 i partiti progressisti, in crisi di consenso e partecipazione, sembrano aver esaurito la loro funzione storica. Il percorso di ricostruzione è lungo e difficile, e passa anche da un lavoro che deve essere fatto “fuori” dai partiti per come li conosciamo

Occupy Wall Street

Commentando su questo giornale il disastroso risultato elettorale delle forze di sinistra dopo il voto del 4 marzo, individuai proprio nella presa d’atto di essere davanti a una sconfitta storica il punto di partenza per innescare, finalmente, un vero processo di rinnovamento. La sconfitta non è solo elettorale, perché il disastro arriva da molto lontano: è una sconfitta prima di tutta culturale e politica nel senso più ampio del termine. E analizzando lo stato delle macerie di quello che resta della sinistra italiana, si possono vedere tutte le tappe di una disastro da anni annunciato, ma sempre rimandato sull’onda di un non meglio precisato “voto utile” o del “senso di inevitabilità” per cui una qualche sinistra, in questo paese, comunque, doveva esserci. Adesso gli elettori si sono uniti alle centinaia di migliaia di militanti che negli ultimi anni hanno voltato le spalle ai partiti e si sono allontanati prima dalle sezioni, poi dalla cittadinanza attiva e non hanno più votato nessuna formazione che si riconosce nella sinistra. Sia quella moderata e di governo (insomma, il Pd i cui problemi e contraddizioni conosciamo ormai fin troppo bene); sia quella ex-governista (LeU ha racconto quello che doveva raccogliere: il milione di voti che da sempre, storicamente, vota il partito più a sinistra di “quello grosso”); sia quella antagonista, che oggi si chiama Potere al Popolo e domani chissà, che nonostante ci sia lo spazio per una proposta radicale, non riesce a fare breccia in nessun modo. Il messaggio è stato chiaro: non siete più inevitabili, stiamo benissimo anche senza di voi.

Negli ultimi anni noi italiani abbiamo assistito impotenti all’emergere in tutto il mondo di una nuova ondata di politici radicali che, con il talento, la faccia tosta, e anche una buona dose di coolness, è riuscita a rimettere la sinistra al centro di un discorso coinvolgente e capace di accendere l’entusiasmo di molti (soprattutto giovani). Dai capiscuola Jeremy Corbyn e Bernie Sanders, da Yannis Varoufakis a Pablo Iglesias passando per lo stesso leader socialista spagnolo Pedro Sánchez, fino ad arrivare all’ultima generazione di politici americani che sta cercando di opporsi sia a Trump, sia all’establishment del Partito Democratico per portare aria fresca e una rinnovata proposta di uguaglianza economica e sociale: da Alexandria Ocasio-Cortez a Alessandra Biaggi. Perché da noi questo processo di rinnovamento politico e partitico non riesce a innescarsi?

Negli ultimi anni noi italiani abbiamo assistito impotenti all’emergere in tutto il mondo di una nuova ondata di politici radicali che, con il talento, la faccia tosta, e anche una buona dose di coolness, è riuscita a rimettere la sinistra al centro di un discorso coinvolgente e capace di accendere l’entusiasmo di molti (soprattutto giovani)

Non è una questione di comunicazione, o di branding (se cambi il nome a un partito senza cambiare mentalità, piattaforma tematica e classe dirigente, non combinerai mai niente). È una questione di credibilità e di contenuto. Non è nemmeno una questione di età (ci sono moltissimi politici anziani che hanno comunque la capacità di muovere un entusiasmo genuino attorno a temi specifici proprio in virtù di una coerenza che, sulla lunga, ha portato a risultati concreti), è una questione di cultura, proposta e, soprattutto, prospettiva. Nessuno dei nostri “padri nobili” ha una storia di coerenza — che porta anche a inevitabili sconfitte — come Bernie Sanders e Jeremy Corbyn. Nessuno dei “giovani” ha l’entusiasmo e la freschezza giovanile di una Ocasio-Cortez (anzi, spesso sono vittime della sindrome del “giovane vecchio” e parlano, si muovono, e soprattutto pensano come politici tremendamente tradizionali). Nessuno dei nostri populisti anti-sistema ha la capacità di rovesciare la percezione e di intercettare istanze concrete come Pablo Iglesias è stato in grado di fare con Podemos. Ed è un peccato, perché le macerie in cui ci stiamo muovendo offrono una possibilità irripetibile, quella della costruzione della novità assoluta.

Certo, non è facile: la politica partitica — ormai priva del finanziamento pubblico e in calo di iscritti — deve preoccuparsi della sopravvivenza della macchina burocratica, e le scadenze elettorali sono un appuntamento cui non può non partecipare; ma quanto sarebbe necessario prendersi una pausa, evitare di alimentare il rumore di fondo e il gossip da corridoio di palazzo, non preoccuparsi di voti in cui andremo a perdere ancora per qualche tempo, fare piazza pulita di tutte le esperienze perdenti e cominciare una grande stagione di riflessione e ricostruzione dalle fondamenta? Identificare le parole attorno a cui riconoscersi; studiare i pensatori innovativi che si muovono ai margini del sistema pubblicando saggi incendiari su editori minuscoli; recuperare gli storici fondatori del nostro pensiero, studiatissimi altrove e ignorati qui (come quel Gramsci molto citato ma poco studiato); non avere paura della radicalità. Rendersi conto, insomma, che l’unica cosa di cui questo paese ha bisogno è una narrazione e una proposta politica alternativa da opporre in modo deciso e netto all’idea di mondo di chi, oggi, detiene l’egemonia: la destra conservatrice, sovranista, razzista, nostalgica, che in Italia ha il volto di Salvini e l’esercito di utili idioti votanti a targa 5 Stelle. L’errore madornale sarebbe prendere questo periodo e buttarlo via continuando a fare quello che si è sempre fatto. Sordi alle richieste che arrivano, carenti di qualsiasi tipo di immaginazione, alieni all’idea che il futuro si costruisce partendo dalle basi. Vincere le elezioni è una cosa; costruire il tessuto attorno al quale far emergere una comunità nuova, capace di intercettare una politica radicale e alternativa è un’altra cosa, molto più difficile, lunga, laboriosa, ma al tempo stesso fondamentale perché unica strada per cambiare le cose.

Quanto sarebbe necessario prendersi una pausa, evitare di alimentare il rumore di fondo e il gossip da corridoio di palazzo, non preoccuparsi di voti in cui andremo a perdere ancora per qualche tempo, fare piazza pulita di tutte le esperienze perdenti e cominciare una grande stagione di riflessione e ricostruzione dalle fondamenta?

Il 4 marzo 2018 ha fatto scadere un intero modo di interpretare la politica. Anzi, è proprio come se i partiti di sinistra in questo paese avessero in qualche modo esaurito la loro funzione storica. Incapaci di elaborare una piattaforma programmatica degna di questo nome; quasi spaventati da qualsiasi istituto di rappresentanza sparendo sempre più dallo spazio pubblico, hanno perso la capacità di interpretare il vento della storia. È però pur evidente che nonostante la mancanza di proposte, lo spazio politico per una “cultura” di sinistra in Italia c’è. Lo si sente girando nelle varie feste di partiti e associazioni più o meno grandi che organizzano presidi di resistenza, raccolte firme, cultura di partecipazione; occupano lo spazio e fanno sentire la propria voce. Lo si avverte nei moti spontanei di resistenza che nascono nelle comunità per reagire alla barbarie di cui il governo è solo ultima manifestazione simbolica: dai volontari che offrono ospitalità e beni di conforto ai migranti, a chi costruisce reti informali di tutela e supporto reciproco (sostituendosi a uno stato il cui welfare è sempre più moribondo) passando per il reticolo di associazioni che sono un vero e proprio presidio permanente di cittadinanza che promuove uguaglianza e tolleranza, fino alle esperienze di autogestione più all’avanguardia — come Macao a Milano o Scuola Open Source a Bari — che stanno pensando a come organizzarsi e mettersi in rete. Lo si vede nella rinnovata voglia di scrittori, attori e intellettuali di mettersi a disposizione, immaginare soluzioni e pratiche alternative e diventare antenne delle istanze del paese. Lo si percepisce nella volontà di singoli cittadini che probabilmente mai avrebbero pensato di iscriversi a un partito di mettersi comunque “a servizio”, di lasciarsi alle spalle il velleitarismo delle divisioni storiche della sinistra, e lavorare insieme.

C’è un mondo che si sta muovendo e che sta solo chiedendo di avere voce, di poter dare un contributo e di costruire uno spazio di rappresentanza. La sinistra, in questo paese, esiste. Solo che oggi non vive dentro i partiti. Si sta muovendo fuori, sta delineando novità e alternative e non ha nessuna voglia di stare a guardare. Poi, se qualcuno continua a ritenere più interessanti le alchimie interne e i bilancini dei vari cartelli elettorali, faccia pure.

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