La Xylella è la metafora perfetta per spiegare il disastro italiano

Minimizzare il problema. Non rispettare le regole. Inventarsi un complotto. Incolpare di tutto il politico, se le cose vanno male. Ecco come l’Italia risolve i problemi: vale per l’emergenza pugliese, vale per il Paese intero

Xylella Linkiesta

TIZIANA FABI / AFP

15 Settembre Set 2018 0607 15 settembre 2018 15 Settembre 2018 - 06:07

«L'unica soluzione oggi è consentire al territorio infetto di convivere con il batterio, non essendo ormai più eradicabile dalla penisola salentina». Così ha dichiarato giusto ieri Pierfederico La Notte, ricercatore del Cnr per l'Istituto per la protezione sostenibile delle piante di Bari. Secondo La Notte non ci sono strade percorribili per far scomparire la Xylella Fastidiosa, batterio killer che ha cominciato a uccidere ulivi nel 2013, e che nel frattempo pare abbia superato le due zone cuscinetto in provincia di Taranto e Brindisi, arrivando a minacciare di estendersi a macchia d’olio in tutta la Puglia, e oltre.

E forse dovremmo mandarla a memoria, la storia della Xylella, perché è perfetta per raccontare la malattia di un Paese intero, tra sottovalutazione del rischio, pensieri magici, paranoie complottiste, rifiuto delle procedure, messa in discussione di autorità scientifiche. Già, perché non basta dare la colpa dei guai a un batterio che fino al 2013 non era mai stato rilevato in Europa. Della sua presenza se ne accorgono alcuni ricercatori, osservando una più alta incidenza della OQDS, altrimenti detta “disseccamento rapido dell’ulivo”, e che porta alla rapida morte delle piante. Una malattia che non si può curare, ma solo isolare, distruggendo tutti gli ulivi malati e quelli che gli stanno attorno, per evitare contaminazioni.

Così dice il protocollo, e se fosse stato seguito alla lettera oggi probabilmente parleremmo della Xylella al passato. Ma i dettami delle troike, siano esse composte di economisti o di agronomi, a noi non piacciono. Così è nato un comitato contro l’abbattimento di piante secolari, ancorché oggettivamente malate, e «Sono arrivati gli ambientalisti! Le donne si sono buttate sotto i cingoli delle ruspe! Volevano picchiarmi!», come raccontò a La Stampa l’olivicoltore Michele De Filippis, che stava semplicemente rispettando le regole, sugli ulivi di sua proprietà. E ci si è messa pure la politica locale si è piegata alla pancia del Paese, al punto da convincere il governatore Michele Emiliano ad andare a Bruxelles per cercare di convincere la commissione che «certe misure derivanti dai trattati internazionali e dalle regole di quarantena siano inutili ed eccessive», un po’ come il rapporto deficit/PIl al 3%. E infine arriva pure un’inchiesta della magistratura, che ipotizza che a diffondere il batterio siano stati gli stessi ricercatori che l’avevano scoperto, un po’ come le Ong che aiutano i migranti a partire. O come i poteri forti della finanza globale che scatenano tempeste perfette sul nostro debito pubblico, per poi poterci massacrare con la loro austerità.

Lo sanno, ma non imparano mai. Che le decisioni giuste a volte sono impopolari. Che le regole si rispettano. Che il sapere scientifico non è un parere tra i tanti. Che l’arte di arrangiarsi c’è solo nei film di Totò, ma nella realtà è semplicemente il vizio di procrastinare un problema, che si ripresenterà al cubo, nel giro di qualche tempo. Che nessuno ci vuole morti, ma nessuno verrà a salvarci, se non ci vogliamo salvare da soli.

Nel frattempo la Xylella si diffonde e ammazza ulivi su ulivi, ed è sempre più difficile da fermare, ma a nessuno sembra interessare. Anzi, la rivista scientifica Nature - una specie di Financial Times del settore: comunque porci capitalisti al soldo dei poteri forti - scopre che a partire dal 2016 non sono più stati effettuati, o quasi, test di laboratorio sulla Xyllela, nonostante i fondi stanziati. A quanto ci risulta nessuna donna si immola per questo clamoroso spreco di soldi pubblici, e nessun pubblico ministero ritiene interessante indagare su questa anomalia piuttosto evidente. Però gli olivicoltori sono disperati. Si parla di un calo della produzione del 40% e di 800 aziende in stato di calamità, del resto: «La linea a Nord è stata innalzata più volte: ora è alle porte di Bari, la Regione si sta muovendo ma questo è diventato un problema sovrannazionale», racconta a La Stampa Gianni Cantele, presidente di Coldiretti Puglia. E la Regione stessa, quella delle misure inutili ed eccessive, ora dice che «sta mettendo in campo tutti gli strumenti possibili per contenere l’avanzata», sperando la gente abbia la memoria corta.

Tutti mettono le mani avanti, perché sanno benissimo, da manuale del populismo, che quando la situazione si fa irreparabile, la gente si riversa contro i politici che le sono andati dietro, per un pugno di voti. Ve li ricordate, ai tempi di Tangentopoli, i baby pensionati che parlavano della politica con le mani bucate? E quelli che applaudivano Monti mentre arrivava a Roma a salvare l’Italia, dopo decenni passati a votare Berlusconi? Sono gli stessi che, a un certo punto daranno a Emiliano la colpa di aver lasciato che la Xylella infestasse la Puglia, gli stessi che accuseranno Salvini e Di Maio di averci fatto buttare fuori a calci dall’Europa.

Lo sanno, ma non imparano mai. Che le decisioni giuste a volte sono impopolari. Che le regole si rispettano. Che il sapere scientifico non è un parere tra i tanti. Che l’arte di arrangiarsi c’è solo nei film di Totò, ma nella realtà è semplicemente il vizio di procrastinare un problema, che si ripresenterà al cubo, nel giro di qualche tempo. Che nessuno ci vuole morti, ma nessuno verrà a salvarci, se non ci vogliamo salvare da soli. Il giorno che la capiremo, forse, cominceremo a diventare un Paese normale.

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