Salvate i Simpson dai neopuritani del politicamente corretto

Il cartone di Matt Groening, giunto alla 30esima stagione, rappresenta una realtà che non c’è più. Ma Dio sa solo quanto ne abbiamo bisogno, ora che viene attaccato dai perbenisti che prima lo consideravano geniale

Homer Simpson Linkiesta
15 Settembre Set 2018 0603 15 settembre 2018 15 Settembre 2018 - 06:03

Il 30 settembre comincia la trentesima stagione dei Simpsons e Dio solo sa quanto ancora ci sia bisogno di loro.

Non certo perché lo show stia vivendo il suo momento migliore, anzi. I tempi della mitica stagione 8, quella di Homer in versione Barone Birra (8 x 18: Homer vs the Eighteenth Amendment, secondo molti il miglior episodio di sempre) sono lontani due decenni abbondanti, gli ascolti televisivi continuano a scendere e la concorrenza di cartoni animati per adulti di nuova generazione, da Rick and Morty a BoJack Horseman, è spesso impietosa.

Del resto, è proprio il mondo di riferimento che è cambiato. L’oggetto sociale della satira dei Simpsons era la famiglia media americana degli anni Novanta, le coach potatoes che – come nella sigla – correvano a casa per stravaccarsi sul divano, davanti alla tv via cavo. Ma di quel mondo, oggi, non è rimasto granché: la tv via cavo è morta, il divano in soggiorno è vuoto e i membri della famiglia vivono rinchiusi ognuno nella propria bolla, prigionieri del proprio smartphone.

È per questo che, oltre alla fisiologica stanchezza creativa, il problema principale delle ultime stagioni è il loro essere il prodotto di uno show vecchio, figlio di un’altra epoca, il cui linguaggio satirico fatica a essere corrosivo verso la società odierna.

Ma per quanto le nuove stagioni possano essere deludenti dal punto di vista creativo, da quello culturale la serie televisiva di Matt Groening – la più lunga della storia televisiva americana – è ancora fondamentale.

Hari Kondabolu è un comico americano di origine indiana, un mestierante della risata che si barcamenava tra comparsate e ruoli minori. Lo scorso anno, ha realizzato un documentario – The problem with Apu – in cui afferma che Apu, il simpatico gestore del celebre Kwik-E-mart (il Jet Market dell’edizione italiana) è in realtà una pericolosa macchietta razzista. Addirittura, per colpa del modo in cui Apu viene rappresentato nello show, il povero Kondabolu racconta di essere stato vittima di pregiudizi e violenze per tutta la sua adolescenza, accusando i Simpsons di essere un malvagio volano di idee intolleranti e retrograde.

Fino a qualche anno fa, davanti a una simile teoria, si sarebbe passati oltre, senza neppure caso.

Per quanto le nuove stagioni possano essere deludenti dal punto di vista creativo, da quello culturale la serie televisiva di Matt Groening è ancora fondamentale

L’iperbole, l’esagerazione e il parossismo sono meccanismi elementari, che dai tempi di Petronio la satira utilizza per mostrare i vizi di una società: anche un bambino, guardando i Simpsons, capisce che non c’è assolutamente nulla di razzista in Apu, che come tutte le maschere è intenzionalmente rappresentato in modo iperbolico, esagerato e parossistico. Il quale, tra l’altro, non è nemmeno un personaggio negativo, anzi: spesso rappresenta proprio il controcanto onesto a quello del bianco – pardon, del giallo - Homer, sempre tanto infingardo quanto stupido.

Non solo: solo un cretino si offenderebbe ascoltando l’accento sardo che nel doppiaggio ha il giardiniere Willie o il modo in cui viene rappresentato il commissario Chief Wiggum, quel commissario Winchester che riunisce, su di sé, i peggiori stereotipi della polizia di tutto il mondo. E questo perché il cartone di Matt Groening non fa sconti a nessuno: tutti vengono presi in giro allo stesso modo, tutti vengono messi alla berlina per i propri vizi, basta pensare – di nuovo - a che razza di individuo abietto sia Homer, portabandiera del maschio bianco di mezza età. Ed è proprio questo il cuore della grandezza della serie: il fregarsene delle differenze di razza, classe sociale o credo religioso, per trattare tutti nello stesso modo.

Ma nell’epoca dell’economia dell’indignazione, perfino i democratici Simpsons sono stati travolti delle polemiche: i media main stream, che fino a ieri descrivevano il cartone animato come una delle cose più geniali mai apparse in America, hanno cominciato a scrivere l’opposto. Esemplare il sobrio pezzo pubblicato da GQ USA, che accusa Apu di essere “una maledetta caricatura razzista” e i Simpsons uno show “inaccettabile”, “codardo”, cui addirittura – in un totale ribaltamento di prospettiva - “non frega nulla delle persone”.

Sembra un episodio di Black Mirror, e invece è esattamente quello che è accaduto: mentre Kondabolu si guadagnava, finalmente, le luci delle ribalta e il suo bravo show da protagonista, e mentre Hank Azaria, l’attore che presta la voce ad Apu, andava in tv a scusarsi, rivelando di essere pronto ad abbandonare il ruolo, Matt Groening è stato letteralmente marcato a uomo: in ogni intervista gli è stato chiesto se non si sentisse in colpa o se non ritenesse giusto scusarsi con Kondabolu. E soprattutto, se non fosse arrivato il momento di fare in modo che i personaggi dei Simpsons, da maschere satiriche quali sono state per trent’anni, si trasformassero in esempi di virtù per un pubblico non più da intrattenere e provocare, ma da educare come tanti lupetti spauriti cui insegnare la differenza tra Bene e Male.

Con il piglio del satirico, Groening ha reagito nell’unico modo possibile: facendo una bella pernacchia a questo esercito di eticoni e paladini del Giusto che stanno smontando pezzo per pezzo la libertà di espressione. E così lo scorso aprile, nella puntata “No Good Read Goes Unpunished”, la piccola Lisa si gira guardando direttamente in camera, e a pochi passi da una foto di Apu, dice malinconicamente “una cosa iniziata decenni fa, che per decenni è stata definita da applausi e inoffensiva, oggi è considerata scorretta. Che ci vuoi fare?”.

Solo un cretino si offenderebbe ascoltando l’accento sardo che nel doppiaggio ha il giardiniere Willie o il modo in cui viene rappresentato il commissario Winchester. E questo perché il cartone non fa sconti a nessuno

Apriti cielo. La critica tv americana, espressione della buona borghesia liberal, lo ha fatto pezzi. E in questo mondo alla rovescia, dove nonostante l’evidente ossimoro i peggiori puritani sono gli stessi liberal, c’è da ringraziare il cielo che lo show vada da sempre in onda sulla Repubblicana Fox, che sarà pure disgustosa e faziosa fino al parossismo ma almeno è ancora parzialmente immune dalla dittatura del neopuritanesimo: altrimenti, c’è da credere che il trattamento Louis C.K. – la scure che si abbatte su un artista e lo cancella dalla memoria collettiva – si sarebbe abbattuta anche sulla cittadina di Springfield.

Mentre speriamo che Matt Groening – il cui nuovo cartone animato Disenchantment ha appena debuttato su Netflix – si dia alla vita monacale, è impossibile non riflettere per l’ennesima volta sul cortocircuito in atto: invece che affrontare le ingiustizie cui le minoranze sono oggettivamente sottoposte (basti pensare che del movimento “Black Lives Matter”, nato per rendere giustizia ai neri assassinati dalla polizia, non si parla più da un pezzo), invece che sfidare Donald Trump e l’establishment repubblicano sul terreno delle disuguaglianze economiche (la sproporzione tra i salari dei bianchi e quelli delle minoranze è siderale), invece che promuovere campagne per rendere l’istruzione di qualità accessibile a tutti (il 40% degli studenti afro-americani finisce il college contro l’80% degli studenti bianchi), i liberal si sono consegnati mani e piedi all’economia dell’indignazione, che arricchisce di volta in volta chi la sfrutta ma non fa assolutamente niente di concreto per chi le ingiustizie le subisce davvero.

Evviva l’egualitarismo in via d’estinzione dei Simpsons quindi, evviva la Springfield della libertà di espressione, dove si possono guardare allo specchio i vizi di tutti e tutti possono riderne liberamente, dove non ci sono differenze ma tutti sono uguali. Tutti sono persone.

E a questi soloni bigotti e paraculi, tipo il povero Kondabolu, di cui nessuno in futuro si ricorderà, rispondiamo usando le immortali parole di Bart Simpsons: “Ciucciatevi il calzino”.

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