17 Settembre Set 2018 1535 17 settembre 2018

Dieci anni dal crollo Lehman Brothers: cosa è cambiato e cosa no

Un decennio dopo la catastrofe finanziaria che ha coinvolto l'economia globale ci si interroga sul ruolo delle banche centrali e sulla necessità di una regolamentazione maggiore, in attesa di scoprire che forma avrà la prossima crisi

Wall Street Linkiesta
Unsplash

Guardando a ciò che è successo negli ultimi 10 anni, ciò che veramente colpisce quando si pensa a cosa sia cambiato nell’industria finanziaria è la varietà delle opinioni intorno al tema. Da una parte c’è chi pensa che i mercati (e l’industria finanziaria) si comportino più o meno nello stesso modo in cui si comportavano nel 2008, c’è invece chi sostiene che sia cambiato tutto.

L'attenzione alle regole

Credo ci siano almeno un paio di aspetti in cui si è cambiato moltissimo: la centralità della regolamentazione e la rilevanza della politica monetaria. Riguardo al primo dei due aspetti è innegabile che negli ultimi dieci anni ci sia stata una maggiore attenzione da parte dei regolatori e delle istituzioni verso moltissimi aspetti che riguardano l’industria finanziaria: dal regulatory environment, alla politiche macroprudenziali, alla protezione dell’investitore e dei suoi asset.

La creazione di nuove regole è stata la reazione naturale al principale dilemma che ha accompagnato la gestazione della crisi: che ruolo deve assumere l’autorità fiscale di fronte alla crisi di istituti finanziarie di rilevanza sistemica? Il ragionando prettamente economico, (basato sull’analisi costi benefici), suggerisce che lo Stato debba intervenire nel caso in cui il costo del proprio intervento sia inferiore al costo economico e sociale della crisi in questione. Quantificare i costi e i rischi non è tuttavia semplice: quando una crisi finanziaria si trasmette al sistema economico a pagare il prezzo sono sia coloro che hanno un’esposizione diretta nei confronti dei mercati, sia coloro che in seconda battuta pagano gli effetti recessivi della crisi in termini di disoccupazione, crisi di settore, riduzione del giro d’affari.

L’intervento dello Stato è quindi di tipo redistributivo, vengono trasferite risorse dei contribuenti verso determinati settori economici o determinati soggetti con l’obiettivo di fermare la spirale recessiva: il trasferimento di risorse è reale, il danno che esso mira a sventare è reale solo per determinati soggetti, ma resta potenziale o marginale per la maggior parte di essi. Per queste ragioni questo tipo di interventi sono estremamente costosi politicamente.

Ma i potenziali problemi non si fermano qui. La garanzia pubblica crea l’incentivo per le istituzioni finanziarie ad assumere sempre più rischi (azzardo morale), agendo come un fattore implicito di instabilità. Proprio per non pagare costi politici, in omaggio alla logica del Moral Hazard, nel 2008 si decise di non salvare Lehman e con il senno di poi questa decisione ebbe delle conseguenze catastrofiche per il sistema finanziario e l’economia globale, che comunque era già caratterizzata da pesanti squilibri. Fu evidente sin da subito che il costo pagato per neutralizzare fu troppo alto, tanto che l’amministrazione Usa, con una repentina inversione di rotta, si trovò ben presto a dover imporre il bail out a tutte le grandi banche d’investimento del Paese.

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