17 Settembre Set 2018 0600 17 settembre 2018

Il paradosso di Renzi: seduce le folle, ma fa scappare gli elettori

Ad ogni comparsata del ”senatore semplice” di Rignano si scatena l’entusiasmo delle claque del Pd. Però poi i sondaggi danno i democratici in caduta libera. La formula ”piazze piene, urne vuote” pare funzioni anche stavolta

Matteo_Renzi_Linkiesta
Alberto PIZZOLI / AFP

Sono giorni che leggiamo di osservatori e politici molto colpiti dall’entusiasmo travolgente e dalle folle che seguono Matteo Renzi oramai ad ogni comparsata. Folle entusiaste alla Festa dell'Unità di Bologna, folle entusiaste a Torino, folle entusiaste un po’ ovunque.

Non c’è dubbio: Matteo Renzi ha uno zoccolo duro e ha l’innata capacità di mobilitarlo. Del resto, non è una novità che il Senatore semplice di Rignano abbia alcune caratteristiche da leader vero; né che nel partito abbia ancora una base di sostegno importante.
L’aveva già mostrato con la mobilitazione social nata attorno all’hashtag #senzadime, con la quale è riuscito a orientare le posizioni del Pd di fronte alle – limitate – aperture del MoVimento 5 Stelle nei suoi confronti.

Ma gli italiani, si sa, sono sessanta milioni, e assegnare a poche centinaia di persone una funzione quasi oracolare è un errore grave, che nella politica italiana è stato commesso tante volte. Questi bagni di folla generano aspettative e illusioni in alcuni pezzi del popolo democratico, che lentamente si convince che “la rimonta è cominciata”. Sabato, il sondaggio Demos per Repubblica ha smentito una volta di più quest’illusione pericolosa.

È una sorta di continuazione del paradigma coniato da Nenni nel 1948 sulle “piazze piene, urne vuote” e confermato esattamente sessant’anni dopo da Veltroni nella prima campagna elettorale del Partito Democratico. Renzi oggi fa il pieno dei consensi alle Feste democratiche (che nel complesso non se la passano molto bene), ma sia il suo indice di gradimento tra gli italiani che le intenzioni di voto per il Pd toccano il minimo storico

Renzi è, infatti, di gran lunga il leader politico italiano meno amato: solo il 23% degli italiani ha fiducia in lui. Un dato più basso di quello di Maurizio Martina (al 29%), di ben 10 punti inferiore a quello di Zingaretti (al 33%), più o meno la metà del dato di Gentiloni (al 45%).

È evidente che tra chi ha fiducia in lui ci sia un livello di entusiasmo superiore alla media, ma è ancor più chiaro che, come evidenziano tutti i sondaggi pubblicati nell’ultimo periodo, Matteo Renzi è oggi il leader meno amato dagli italiani, che hanno archiviato da ormai due anni il suo progetto politico. Non è di sicuro un addio alla politica - non si può cancellare così facilmente un leader che riempie le piazze come pochi e che gode di questo peso mediatico – ma il clima d’opinione attuale ci porta ad escludere una rimonta importante di Renzi nel breve o medio termine.

È una sorta di continuazione del paradigma coniato da Nenni nel 1948 sulle “piazze piene, urne vuote” e confermato esattamente sessant’anni dopo da Veltroni nella prima campagna elettorale del Partito Democratico. Renzi oggi fa il pieno dei consensi alle Feste democratiche (che nel complesso non se la passano molto bene), ma sia il suo indice di gradimento tra gli italiani che le intenzioni di voto per il Pd toccano il minimo storico. La sua capacità di richiamare e sedurre le folle va rispettata e studiata, ma non può prescindere dall’analisi di quello che è il suo consenso attuale nel Paese.

In questo Paese, ad ogni elezione, si commentano i grandi errori dei sondaggi – molto spesso esagerati e distorti dalle narrazioni mediatiche. Ma sono le previsioni nate senza alcuna base scientifica dall’entusiasmo delle piazze il vero, grande errore. Nel 2008 hanno portato il Pd a illudersi di una vittoria impossibile, oggi portano Renzi e molti renziani a credere di essere ancora sulla cresta dell’onda. Ma, dicono i dati, la realtà è ben diversa.

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