19 Settembre Set 2018 0600 19 settembre 2018

Qualcuno salvi l’Italia da chi vuole organizzare le Olimpiadi

Non ci eravamo ancora ripresi da Roma 2024 che arriva la farsa di Alpi 2026: una storia di tre candidature, che diventano una e che adesso forse diventa lombardo-veneta. Tutto per un evento che nessuno vuole ospitare

Torino 2006 Linkiesta
FILIPPIO MONTEFORTE / AFP

Poi forse un giorno ce la spiegheranno gli storici, questa nostra ossessione per organizzare i giochi olimpici, i mondiali e gli europei di calcio, le esposizioni universali. Sarà perché, come diceva il vecchio Gianni De Michelis, le opere pubbliche in Italia si fanno solo per i grandi eventi - e a volte non si riesce nemmeno con quelli, vedi alla voce vele di Calatrava e mondiali di nuoto di Roma. Sarà perché ci piace talmente tanto buttare via i soldi che non possiamo resistere all’unica attività economica che garantisce regolarmente bagni di sangue - Barcellona 92 perse 6 miliardi di dollari, Atene 2004 ne perse 10, Pechino 2008, addirittura 40. Sarà che siamo anticonformisti, e mentre tutto il mondo si sta rendendo conto che ospitare giochi olimpici è roba per grandi metropoli globali come Pechino, Londra, Parigi e Tokyo (che non abbiamo) e i mondiali di calcio per Paesi un tempo in via di sviluppo che vogliono darsi un tono come Russia e Qatar (che non siamo) noi decidiamo di andare contromano.

E così, dopo aver giustamente rinunciato alle Olimpiadi di Roma del 2024, le prime organizzate da una Capitale in (quasi) dissesto finanziario in un Paese che non ha nemmeno gli occhi per piangere, ci siamo gettati a pesce sulle olimpiadi invernali del 2026. L’abbiamo fatto all’Italiana, ovviamente. Primo record: tre diverse manifestazioni d’interesse su nove complessive, non riuscendo nemmeno a selezionare un campione nazionale come hanno fatto Turchia, Giappone, Svezia, Austria, Svizzera e Canada. Il motivo? I complessi equilibri politici del Paese, ovviamente, con un governo Lega e Cinque Stelle che avrebbe dovuto scegliere tra una città amministrata dal Pd ma con un presidente di regione leghista (Milano), una candidatura veneta appoggiata dal potente governatore leghista Luca Zaia (Cortina) e una sostenuta da una sindaca Cinque Stelle e presidente di Regione del Pd (Torino). Risultato? La candidatura condivisa Alpi 2026, un concentrato di ecumenismo democristiano partorito dalla mente di Giovanni Malagò, roba che ad Andreotti nemmeno sarebbe nemmeno venuto in mente.

Quest’ennesima figuraccia, è stato un utile ripasso su quel che siamo. Un Paese che non ha i soldi per finanziare le proprie scuole, ma che li spende più che volentieri per un evento sportivo. Talmente succube della politica che non riesce a esprimere una valutazione di merito su tre candidature, senza pensare al colore della giacchetta di chi le sostiene. Talmente campanilista da anteporre le beghe da strapaese a una figuraccia in mondovisione

Chiudete gli occhi e immaginatevi il caos logistico, con tre città distanti 545 chilometri, due delle quali in pianura, nel Paese già di suo più disorganizzato del mondo civilizzato. E il bello è che avrebbe pure rischiato di vincere, questo papocchio, visto che tre delle candidate hanno fatto due conti e levato le tende - la svizzera Sion con un referendum, per la cronaca - e che a contenersi l'assegnazione sono rimaste Stoccolma, Calgary e la città turca di Erzurum. No. Non paghi, siamo riusciti pure a rovinare il papocchio. Con Milano che vuole avere maggior visibilità delle altre città perché è “la più conosciuta a livello internazionale”, Torino che non manca un’occasione di ricordare che avrebbe preferito organizzarsele da sola, le Olimpiadi, e Cortina che fa il vaso di coccio e non si capisce che ci faccia lì in mezzo. Risultato? Candidatura finita, col sottosegretario Giorgetti che manda a monte tutto a un mese e mezzo dalla presentazione. E con Zaia e Fontana, suoi compagni di partito, che sull’onda dei referendum per l’autonomia rilanciano con le olimpiadi del lombardo-veneto, che il governo ha già annunciato non finanzierà.

Chi vivrà, vedrà. Di sicuro, quest’ennesima figuraccia, è stato un utile ripasso su quel che siamo. Un Paese che non ha i soldi per finanziare le proprie scuole, ma che li spende più che volentieri per un evento sportivo. Talmente succube della politica che non riesce a esprimere una valutazione di merito su tre candidature, senza pensare al colore della giacchetta di chi le sostiene. Talmente campanilista da anteporre le beghe da strapaese a una figuraccia in mondovisione. Talmente privo di memoria che finirà per riprovarci alla prossima occasione. Invano, si spera.

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