20 Settembre Set 2018 0600 20 settembre 2018

Il Pd è nato sbagliato: ecco perché deve finire qui

Un riformismo mai riuscito, un leaderismo (quello di Renzi) che non ha lasciato traccia. Il Partito Democratico sconta tutti i suoi problemi, storici, e genetici. Forse è proprio il caso di lasciar perdere. E di fermarsi

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Alberto PIZZOLI / AFP

Ieri Marco Follini su Huffington Post è intervenuto con un parallelo tra quella che fu la fine della Democrazia Cristiana e l’attuale fase calante (così simile a una dissolvenza) che sta attraversando il Partito Democratico. Follini ovviamente ha il proprio punto di osservazione (lui che della DC fu segretario giovanile dal 1977 al 1980) ma coglie un punto fondamentale che varrebbe la pena discutere molto di più delle cene presunte e poi cancellate o della pessima comunicazione social che accusa Salvini di non rimpatriare abbastanza in fretta. Scrive Follini: «La difficoltà del Pd risiede invece, secondo me, nella sua pretesa di essere uno strumento della post-politica. Un partito così dedicato al culto della propria continua innovazione da non avere nessuna memoria di sé. Del suo passato anche più prossimo, intendo dire. C'è una continua rimozione che costringe sempre a discutere su quello che verrà, e mai su quello che è stato. Mentre i partiti vivono in fondo dell'elaborazione delle proprie radici.»

Proviamo a tornare indietro, con calma: il Partito Democratico nasce con l’intenzione di trovare la sintesi tra storie e idee diverse che avessero nel riformismo (e quindi nella capacità e nella velocità di lettura del presente) il punto d’incontro oltre a una naturale vocazione maggioritaria che avrebbe dovuto evitare compromessi politici in ruolo di governo.

Banalizzando sapendo di banalizzare si potrebbe dire che il PD soffre oggi per naturale conseguenza del fallimento della sua missione principale, non c’è troppo da girarci intorno. Se si avesse voglia di tornare alla vecchia abitudine (ormai rarissima) dell’analisi politica forse ci si accorgerebbe che il renzismo (così come il correntismo che è molto più antico di Renzi) è solo il sintomo di un’amalgama mai riuscita (o volendo essere ottimisti mal riuscita) che si è sempre occupata più di preservare i posizionamenti interni (e qui, proprio come la vecchia Democrazia Cristiana, senza rendersi conto di quanto sia scemato l’ipoteticopotere) piuttosto che trovare la sintesi.

Il PD soffre oggi per naturale conseguenza del fallimento della sua missione principale, non c’è troppo da girarci intorno

Fare del proprio riformismo il punto di forza e non avere mai una posizione comune su ciò che andrebbe fatto e come andrebbe fatto è l’annoso problema di un partito che pur avendo dieci anni a vederlo da fuori sembra già vecchio, senza spinta, logorato dall’interno e completamente distante dalla realtà.
Nemmeno il leaderismo sfrenato di Renzi (che, vale la pena di ricordare, ha goduto dei numeri oltre che degli atteggiamenti) non è riuscito a rappresentare un’anima riconoscibile all’esterno (all’interno non c’è nemmeno bisogno di scriverne) e la favoletta del “siamo il PD e quindi conteniamo moltitudininon ha ottenuto evidentemente il riscontro degli elettori.
Dicono che sia normale scontare le proprie contraddizioni mentre si governa, è stata la giustificazione più in voga fino a qualche mese fa, ma anche oggi con il Pd all’opposizione appare evidente che regni il caos tra chi tenta di tirare le fila e concentrarsi sulla proposta e chi invece perpetua in un’eterna rivendicazione sui risultati ottenuti cedendo troppo spesso su una generica accusa agli elettori (che poi sarebbero quelli che andrebbero riconquistati, per dire, non proprio una mossa geniale, diciamo).

E se piuttosto che pensare a rifondare un partito mai nato o spremere le meningi su maquillage lessicali si avesse il coraggio di dichiarare fallito il tentativo?

Il punto vero è che forse sarebbe il caso di riconoscere che le fronde interne al Partito Democratico non solo non interessano a nessuno al di fuori del suo perimetro ma anzi contribuiscono alla sua dissoluzione. E sarebbe utile riflettere sul fatto che proprio quando è nato il Partito Democratico (vissuto come tiepido bordino riformista) è nato (e si è consolidato negli anni) il mappazzone massimalista.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La domanda quasi scontata in fondo è sempre la stessa: e se piuttosto che pensare a rifondare un partito mai nato o spremere le meningi su maquillage lessicali si avesse il coraggio di dichiarare fallito il tentativo? E magari farlo senza strepiti e senza populismo, riconoscendo l’inestimabile valore del lavoro della base, degli elettori e delle storie personali messe in campo che non sono mai riuscite a fondersi (e quindi fondarsi) lasciando perdere le proprie recriminazioni? Forse farebbe bene a tutti. E, se ci pensate, in questo momento storico vedrebbe comunque (quasi) tutti dalla stessa parte della barricata. Solo un po’ meno concentrati sulla propria autopreservazione. No?

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