20 Settembre Set 2018 0559 20 settembre 2018

Sorpresa, il M5S antieuropeista copia il “welfare europeo”

Il “reddito di cittadinanza” dei Cinque stelle si ispira direttamente al sistema nord europeo di welfare. Il paradosso è che gli antieuropei vincono con una bandiera europea, che la sinistra europeista ha sempre guardato con sufficienza

Dimaio Linkiesta
(Andreas SOLARO / AFP)

Qui abbiamo un problema. Non sono bastati libri, articoli, appelli: il funzionamento dei benefit europei per la disoccupazione confonde l’opinione pubblica. La ragione è semplice: poggia su una colossale rimozione collettiva che dura da decenni.

Non è il caso di continuare a minimizzare. La rimozione, anzi, mettiamola sull’enfatico, la Grande Rimozione, porta a non avere un’idea del lavoro in Europa e a parlare a vanvera ogni qualvolta si sfiora il tema dell’Europa sociale. Non di rado si intuisce che alla radice dei ragionamenti degli intellettuali o dei politici che criticano l’“Europa” (che “fa schifo” perché è “antisociale”, “neoliberista” più o meno sfrenatamente, con il turbo o al galoppo) c’è la più disinvolta ignoranza dell’abc del welfare europeo, e questo nonostante la vocazione al “pensiero critico” lontano dal mainstream.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Europa, però, si discute di come calibrare i generosi sussidi di disoccupazione in modo da non disincentivare il lavoro. Nei giornali tedeschi, francesi, inglesi, olandesi, danesi… ci si imbatte in un dibattito che, agli occhi dell’opinione pubblica italiana, deve apparire incomprensibile e surreale: come fare in modo che il lavoro poco qualificato sia più remunerativo dei sussidi. Ogni riforma nordeuropea del welfare promette di risolvere questo paradosso. Back to work è stato il leitmotiv della riforma di Blair, di Cameron, di Schröder, di Sarkozy, e adesso di Macron.

Attenzione, perché è questa stessa Rimozione che permette a un partito anti-europeo come il M5s di ottenere consensi con il “reddito di cittadinanza”, che si ispira direttamente al sistema nord europeo di welfare. Da qui il paradosso: gli antieuropei vincono con una bandiera europea, che la sinistra europeista ha sempre guardato con sufficienza.

Si tratta di una bandiera così “europea” che nel 1992 viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la raccomandazione 92/441 della Cee per “l’introduzione [...] di un reddito minimo garantito”, universale e illimitato in Italia. Poi ci si mette anche la finanza cattiva: il Fondo monetario internazionale, infatti, includeva nel 2015, tra gli interventi essenziali per far tornare a crescere l’Italia, “una riforma degli ammortizzatori sociali che porti all'istituzione di un sussidio universale per chi cerca impiego” (L’Espresso, 28 luglio 2015).

Un partito anti-europeo come il M5s di ottiene consensi con il “reddito di cittadinanza”, che si ispira direttamente al sistema nord europeo di welfare

Ma il welfare europeo non ha mai “bucato” nell’opinione pubblica italiana, se non per i Paesi scandinavi. Senza la Grande Rimozione, non si spiega come nel 1994 Eugenio Scalfari potesse distrattamente scrivere di una dura disoccupazione in “Gran Bretagna e Germania, i cui sistemi sociali sono privi di ammortizzatori” (La Repubblica, 6 marzo 1994). Ma gli “ammortizzatori sociali” erano in Europa (e sono) fortissimi. Oggi sono la base della propaganda populista nordeuropea contro gli stranieri, che arriverebbero per vivere di sussidi.

Veniamo ad oggi, a Macron. Accanto a un buon articolo di Anis Ginori su La Repubblica, il cui titolo dice tutto: Macron e il maquillage del reddito universale, capita di leggere un tweet di Pierluigi Battista, che sferza il Pd cercando di coglierlo in contraddizione: “Perché se Macron fa il reddito di cittadinanza o come si chiama, nessuno protesta?”. Dunque, secondo Pierluigi Battista, Macron fa il “reddito di cittadinanza” proposto dal M5s? No, gli risponde Matteo Renzi: “Perché non è un reddito di cittadinanza ma l’unione di due misure che noi abbiamo già fatto: Rei e Naspi”.

Di nuovo intuisci che c’è qualcosa che non va.

Certo è vero, Macron non sta varando alcun “reddito di cittadinanza”. Ma è anche vero che il “reddito di cittadinanza” (se vogliamo chiamarlo così), in Francia, esiste già. Da almeno trent’anni.

Nonostante questo, non appena le agenzie battono che Macron avrebbe varato nel 2020 (!) il “reddito di cittadinanza”, arriva un compiaciuto Di Maio a dichiarare la sua soddisfazione: la Francia si è decisa a seguire il M5s. E visto che c’era (il genio va riconosciuto), ha auspicato, non senza una punta di rimprovero, “che anche gli altri Paesi Ue inizino a mettere al primo posto gli interessi dei cittadini più deboli”. Eppure, si ricorderà, proprio il M5s aveva ripetuto come un mantra (con un’espressione che mi torna familiare) che “solo l’Italia e la Grecia” non avevano un “reddito di cittadinanza”. Complice, di nuovo, la Rimozione, l’Italia non è più il Paese in ritardo sul modello sociale europeo, ma il Paese che indica la via per un’Europa sociale.

Macron non sta varando alcun “reddito di cittadinanza”. Il “reddito di cittadinanza” (se vogliamo chiamarlo così), in Francia, esiste già. Da almeno trent’anni

I fatti per la Francia sono però facilmente documentabili. Il governo di Michel Rocard, nel 1988, introdusse il Revenu minimum d'insertion (Rmi), che è una forma di reddito minimo garantito (o se si preferisce di “reddito di cittadinanza”), che è stato successivamente riformato nel 2009 dal governo di Nicolas Sarkozy con l’attuale Revenu de solidarité active. Nei due casi, si tratta di consistenti trasferimenti monetari per i disoccupati, rinnovabili nel tempo, modulati sia sul singolo individuo, che sulla composizione delle famiglie e con percorsi di inserimento nel mondo del lavoro.

L’ostilità di Renzi al “reddito di cittadinanza” è un autogol, che si spiega forse anch’esso con la Grande Rimozione, insieme all’investimento politico molto debole sul Rei (che in nuce è un sotto-finanziato, pallido, esangue ”reddito di cittadinanza”).

La Francia è stata uno degli ultimi grandi Paesi europei a dotarsi di una forma di reddito minimo garantito. L’Inghilterra, nel 1948, ha fatto da apripista con i laburisti che posero le basi del welfare moderno, recependo la sostanza del Report del liberale W. Beveridge del 1942.

L’assistenzialismo non c’entra. La formula di Beveridge è welfare universale contro il welfare corporativo. Di Maio dovrebbe dirlo: introdurre dei benefit per la disoccupazione sul modello europeo implica cambiare tutto, perché due modelli di welfare, uno corporativo e uno universalistico, non sono compossibili. Occorre poi che i centri per l’impiego raccolgano davvero delle offerte di lavoro.

Il welfare moderno nasce per valorizzare il lavoro, distinguendo tra lavoro e welfare. Il lavoro deve essere lavoro vero, non deve essere, a sua volta, welfare. Del resto, il welfare si paga con il lavoro, che è l’unico modo per generare ricchezza. Come non esiste un pasto gratis, così, senza lavoro vero, non esiste un welfare del lavoro.

L’esperienza pluridecennale del Nord Europa dimostra che una rete di welfare aiuta a valorizzare la carriera lavorativa e le capacità individuali. E questo va a beneficio di tutta la collettività e aiuta a creare sviluppo. In particolare, aiuta i giovani.

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