21 Settembre Set 2018 0605 21 settembre 2018

Tanto lavoro, stipendi da fame: ecco perché gli stranieri in Italia sono sempre più poveri

Nonostante quel che si dice, sono i lavoratori extracomunitari, più che quelli italiani, che hanno visto contrarre il proprio stipendio negli ultimi anni. Colpa di una ripresa economica caratterizzata da scarsa produttività, che si riflette nel calo dei salari

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ROBERTO D'AGOSTINO / AFP

I poveri in Italia sono gli extracomunitari. Sono gli stranieri nati al di fuori dell’Unione Europea che hanno funzionato in questi anni da veri e propri ammortizzatori sociali, assorbendo quasi tutta la crescita della povertà – che ha invece colpito molto meno la componente italiana della popolazione molto meno.

È questo che ci dicono i dati, soprattutto se parliamo della povertà “in work”, ovvero di coloro che lavorano. Non si tratta quindi tanto dell’indigenza di chi non ha un impiego, vive ai margini, senza un reddito, ma di chi evidentemente ne percepisce uno che non può bastare alla propria famiglia: in un certo senso è più grave, perché si rimane poveri anche se ci si alza la mattina e si va a fare un lavoro (spesso faticoso, in questi casi), anche se ci si impegna. Cornuti e mazziati, direbbero a Napoli.

Gli extracomunitari residenti in Italia ne sanno qualcosa. I loro stipendi medi di 14.710 euro, se dipendenti, sono di un terzo inferiori a quelli totali, del 21.790, secondo l’INPS.

Dati INPS

Dati INPS

Il gap aumenta al crescere dell’età, con un distacco che raggiunge e supera i 10 mila euro dopo i 50 anni.

Tra fine 2007 e fine 2016, data a cui si riferiscono gli ultimi dati disponibili, vi è stata una crescita del 20% circa negli stipendi totali medi, e del 16,7% di quelli degli extracomunitari, cosa che ha naturalmente portato la distanza tra questi ultimi e il resto dei lavoratori ad allargarsi.

La conseguenza è un tasso di rischio di povertà al lavoro (chi ha un reddito disponibile al di sotto del 60% della mediana) tra gli extracomunitari tra i maggiori d’Europa, del 31,8% nel 2017, in rapida ascesa rispetto al 27,8% del 2016. Oggi di fatto solo la Spagna ci supera in questa classifica.

Ma va notata anche un’altra cosa: se nella povertà degli stranieri vi è una grande distanza tra la media Ue e i dati di Paesi come Francia e Germania e l’Italia, in quella degli autoctoni è tutto molto più piatto. L’Italia non è più ai primi posti qui, e dista solo uno zero virgola dalla media europea.

Dati Eurostat

Nel 2016 eravamo quindi tra i primi come differenza tra tassi di povertà al lavoro tra italiani ed extracomunitari, un 18,5%, divenuto il 22,6% nel 2017, che si confronta con il 12,5% della UE.

Dati Eurostat

Nel 2011 parlavamo solo del 13,3% di gap, con una distanza dalla media europea certamente inferiore.

Dati Eurostat

Si tratta di un aumento accentuato proprio tra i 25-54enni. Nel 2011 in questo segmento di età, quello in cui si mantiene spesso una famiglia, la differenza tra la povertà di italiani e d extracomunitari era del 12,3%, nel 2017 era del 23%.

Dati Eurostat

Quello che è accaduto è che mentre in questi anni la povertà in work tra gli extracomunitari cresceva del 9%, (dal 22,8% del 2011 al 31,8% del 2017), tra gli italiani rimaneva ferma, sotto il 10%.

Non si tratta solo degli effetti della crisi, che anzi ha espulso dal mondo del lavoro molti lavoratori “ai margini”, ma anche della ripresa economica, che pare anzi avere accentuato queste disuguaglianze.

È infatti cresciuto il numero di chi è occupato, fino a livelli record, sia per gli italiani che per gli extracomunitari, ma evidentemente è stata una crescita qualitativamente diversa.

La scarsa produttività di moltissimi settori dell’economia italiana, non solo nell’agricoltura, ma anche nelle costruzioni, nei servizi alla persone, è stata scaricata in modo più che proporzionale su quel segmento di popolazione rappresentato da stranieri poco istruiti, certamente meno di quelli che emigrano nel resto d’Europa, senza competenze spendibili, utilizzabili per attività che spesso non potrebbero stare in piedi senza pagare salari bassissimi.

In sostanza, nonostante una certa narrazione, gli italiani al lavoro non si sono impoveriti come pensano, almeno non al punto da aumentare la proporzione di persone al di sotto della soglia di indigenza. Il peggioramento delle condizioni di ampi settori è stata scaricata sulla componente straniera, che ha funzionato proprio da ammortizzatore. Dimostrazione è il fatto che anche numericamente è stata la componente che ha oscillato di più, con crolli dell’occupazione maggiori di quelli che hanno toccato gli autoctoni durante la crisi, e riprese più forti successivamente.

Le piccole aziende o le attività che sono fallite per prime, e poi quelle rinate, ma in cui era alto il numero di mansioni che non si poteva non pagare pochissimo, sono state quelle in cui la percentuale di extracomunitari era maggiore

Questi fatti, è chiaro, possono essere in qualche modo utilizzati per la narrazione di chi è in linea con l’attuale maggioranza, “no agli schiavi, l’immigrazione serve solo a diminuire i salari di tutti”, sia di chi è dell’idea opposta.

La realtà è che gli immigrati, specie quelli extracomunitari, resteranno tra noi, anche se magari, al di là degli allarmi, ne arriveranno meno degli anni passati. Ed essendo mediamente giovani, spesso con molti figli, senza reti di protezione, vorranno lavorare.

Le condizioni di lavoro che troveranno saranno una parte integrante del processo di integrazione che oggi tutti ignorano a vantaggio dell’”emergenza sbarchi”, e di cui però abbiamo senz’altro bisogno.

È interesse degli italiani evitare una ghettizzazione, come quella avvenuta altrove, della componente straniera. In Paesi come Francia, Germania, Svezia, Paesi Bassi, nonostante welfare molto più attenti (e infatti con statistiche migliori sulla povertà), sono nati negli anni ghetti più o meno grandi composti da immigrati, anche lavoratori, in condizioni di vita molto distanti da quelle degli autoctoni.

In Italia può succedere di peggio, viste le premesse.

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