22 Settembre Set 2018 0814 22 settembre 2018

Decreto immigrazione? Chiamatelo decreto disintegrazione (degli stranieri in Italia)

Via gli Sprar per i richiedenti asilo, via la protezione umanitaria, sì ai mega centri di detenzione, tempi più lunghi per la cittadinanza. Il messaggio del decreto-Salvini è chiaro: gli stranieri si devono sentire ospiti (indesiderati)

Salvini Immigrazione Linkiesta
HERBERT NEUBAUER / APA / AFP

Si chiama decreto immigrazione, ma sarebbe più opportuno chiamarlo decreto disintegrazione. Il testo cui sta lavorando il ministro dell’interno Matteo Salvini, infatti, rappresenta la quintessenza di un pensiero politico finalizzato a sradicare gli stranieri dal tessuto sociale italiano, a renderli ancor meno integrati rispetto a quanto lo siano ora, a far sentire loro tutto il peso di essere ospiti, diversi, alieni a casa nostra.

La scelta di ridurre la rete Sprar, il sistema di micro accoglienza diffusa gestito dai Comuni, va in questa direzione. Per chi non lo sapesse, lo Sprar è una rete di 877 comuni che accoglie 35mila profughi ed è considerato un sistema modello in Europa, l’unico che consente ai territori di gestire profughi e richiedenti asilo in piccoli numeri, che permette di integrarli nel tessuto sociale ed economico, che impedisce a cooperative e proprietari di immobili di prendere 35 euro al giorno per stipare centinaia di richiedenti asilo in un albergo o in una catapecchia per ordine della prefettura, senza preoccupazione alcuna per l’impatto sulla popolazione. Ecco: il decreto immigrazione sta escludendo i richiedenti asilo da questo modello, in favore di quello emergenziale basato sui Centri di accoglienza straordinaria e non, come il Cara di Mineo. Il messaggio è chiaro: se arrivano richiedenti asilo la società italiana non li deve nemmeno vedere col binocolo. Devono essere ammassati - qualcuno direbbe detenuti - in giganteschi centri riservati solo a loro, in attesa della decisione sul loro destino.

Il decreto immigrazione è il distillato puro dell’Italia fortezza secondo Matteo Salvini e chi lo vota: un Paese in cui gli italiani sono gli italiani e gli stranieri sono stranieri. Un Paese in cui l’integrazione è qualcosa da impedire, non da favorire. Un Paese che discrimina le condizioni di partenza in funzione della provenienza etnica

Non finisce qua, però. Perché nel decreto c’è anche la fine della protezione umanitaria, un permesso di soggiorno che fino a oggi è stato rilasciato dai questori quando non si hanno i requisiti per l’asilo politico o per la protezione sussidiaria, ma esistono comunque seri motivi - di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali come salute, instabilità politica, guerre, persecuzioni - per dare la protezione. Ebbene, nel decreto, testuale, si “elimina la possibilità per le Commissioni territoriali e per il Questore di valutare, rispettivamente, la sussistenza dei ‘gravi motivi di carattere umanitario‘ e dei ‘seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano’”. Tradotto: a donne incinte, ammalati e bambini arrivati in Italia come richiedenti asilo tocca aspettare il proprio turno, come a tutti gli altri. La corsia preferenziale è chiusa.

Al cocktail aggiungete alcune chicche come il fatto che la resistenza a pubblico ufficiale sia sufficiente a revocare lo status di rifugiato, o il raddoppio dei tempi (da 2 a 4 anni) della concessione della cittadinanza per matrimonio e per residenza. Aggiungete come chicca finale, il regolamento di Lodi, quello per cui uno straniero deve produrre documentazione aggiuntiva rispetto agli italiani - spesso impossibile da reperire nel Paese d’origine - per non pagare con tariffa massima i servizi di scuolabus e mensa per i propri figli e otterrete il cocktail perfetto, il distillato puro dell’Italia fortezza secondo Matteo Salvini e chi lo vota: un Paese in cui gli italiani sono gli italiani e gli stranieri sono stranieri. Un Paese in cui l’integrazione è qualcosa da impedire, non da favorire. Un Paese che discrimina le condizioni di partenza in funzione della provenienza etnica. Se questo è l’inizio, immaginiamo la fine.

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