22 Settembre Set 2018 0558 22 settembre 2018

Il libro di Woodward su Trump? Non serve a nulla, ma lo stanno comprando tutti

“Fear”, il nuovo libro su Donald Tramp del leggendario scopritore dello scandalo Watergate, ha venduto più di un milione di copie in pochi giorni. Donald Trump è dipinto come uno zotico ignorante. Chi lo apprezza lo amerà ancora di più. Chi lo odia lo odierà come al solito

Trump Linkiesta
ETHAN MILLER/AFP

La cosa migliore del nuovo libro di Bob Woodward è il titolo. “Fear” – paura - è un titolo perfetto, perché rappresenta una sintesi fulminante di quella che è l’essenza della politica di oggi a qualunque latitudine.

Grazie alla paura si fondano partiti, si costruiscono coalizioni, carriere, programmi di governo. Ma nello stesso tempo, la paura è diventata una misura, un parametro con cui determinare il valore del leader: quanto fa paura, quello? Più la risposta è positiva, più è probabile che il politico in questione polarizzi il dibattito e tutto finisca per dipendere da lui. “Fear” è esattamente questo, un libro in cui ogni riga serve a dimostrare quanto Trump faccia paura, e quanto sia giusto avere paura di lui. E che quindi, paradossalmente, finisce per ribardirne l’assoluta centralità, come testimonia il milione e passa di copie che il libro ha venduto negli Stati Uniti in un solo week-end.

Con il “deep background” il giornalista riporta una versione dei fatti, ma poi si impegna a non rivelare, nemmeno in modo vago, chi sia la fonte, senza l’obbligo di presentare riscontri o pezze d’appoggio a sostegno della versione riportata

Contrariamente a quanto si possa pensare, il libro ha ben poco a che vedere con quel giornalismo d’inchiesta di cui l’autore rappresenta, insieme a Carl Bernestein, una sorta di profeta. “Fear”, al contrario, è un libro scritto utilizzando un metodo chiamato “deep background”, che nel mondo del giornalismo anglo-sassone indica una via di mezzo tra la dichiarazione “on-the-record” – quella che il giornalista riporta attribuendola alla fonte – e quella “off-the-record” – quella che il giornalista ascolta ma che non può riportare, anche perché la fonte negherebbe di averla detta.

Con il “deep background” il giornalista riporta una versione dei fatti, ma poi si impegna a non rivelare, nemmeno in modo vago, chi sia la fonte, senza l’obbligo di presentare riscontri o pezze d’appoggio a sostegno della versione riportata. Si tratta, evidentemente, di un metodo che necessita di un patto di fiducia assoluto tra il giornalista e i suoi lettori, e che Woodward – forte del suo prestigio – ha impiegato più volte nella sua carriera post-Watergate. Un metodo che, tuttavia, finisce per inquadrare l’opera in una zona di confine, soprattutto se i fatti raccontati appaiono pericolosamente vicini al romanzo. Invece che “pistole fumanti” e imbarazzanti documenti inoppugnabili infatti, l’ultimo lavoro di Woodward è composto da una serie di racconti, narrati in prima persona, che riguardano alcune fasi cruciali degli ultimi mesi della campagna elettorale 2016 e dei primi 13 mesi dell’Amministrazione Trump, frutto dei colloqui avuti dal giornalista con sei misteriose “fonti”.

Nessuno, ovviamente, si permette di dubitare della buona fede del giornalista; tuttavia, diversi episodi non mancano di sollevare alcune domande. Nel primo capitolo, per esempio, si racconta del primo incontro - avvenuto nel 2010 - tra l’allora star televisiva Donald Trump e il Gran Visir dei populisti di tutto il mondo: Steve Bannon. La scena, secondo “Fear”, andò esattamente così:

Bannon spiegò a Trump il significato della parola “populista”.

«Popularista! Lo adoro. E’ proprio quello che sono io» disse Trump. «Un popolarista!».

«No, no!» urlò Bannon. «Si dice populista!».

«Yeah, yeah! Popularista!» insistette Trump.

Sembra il pezzo di un cabarettista, con Trump incapace di ripetere la parola esatta, talmente grezzo da non essere neppure in grado di correggersi. Eppure il libro lo presenta come un fatto realmente accaduto, senza neppure il beneficio del dubbio: e poi fa lo stesso per qualche centinaio di volte.

Sorge quindi un altro problema, ovvero quello delle fonti. Se non esiste modo per verificare i loro racconti, come si fa a essere sicuri che le fonti stesse non strumentalizzino il giornalista, per far circolare una versione dei fatti a loro comoda? Al netto dell’ideologia populista di cui è teorico, Bannon viene raffigurato oggettivamente come un geniale stratega: è solo un caso che, secondo molte indiscrezioni, lo stesso Bannon sarebbe proprio una delle fonti di Woodward?

Trump non appare soltanto come un cretino: appare come il più grosso cretino dell’Universo, un Soldato Fanfarone che si dimentica del dibattito presidenziale per andare a giocare a golf, che confonde la Corea del Sud con quella del Nord, che ha un rapporto con Melania simile a quello di Raimondo con Sandra e via di questo passo.

Di nuovo: nessuno dubita che una fonte abbia effettivamente raccontato episodi del genere al giornalista; ma quello che ci si chiede è se il racconto di tali episodi, riportati con l’evidente intento di massimizzare l’effetto drammatico, possa essere considerato giornalismo nel senso stretto del termine.

Anche perché, mentre Trump fa la figura del fesso, alcuni personaggi fanno un figurone. Bannon, per esempio, ne esce come un uomo dall’intuito portentoso, che da solo cambia il corso della Storia, ma anche come un tizio incredibilmente erudito, che non fa altro che citare la mitologia nibelunga o i grandi classici del pensiero esistenzialista. Sorge quindi un altro problema, ovvero quello delle fonti. Se non esiste modo per verificare i loro racconti, come si fa a essere sicuri che le fonti stesse non strumentalizzino il giornalista, per far circolare una versione dei fatti a loro comoda?

Al netto dell’ideologia populista di cui è teorico, Bannon viene raffigurato oggettivamente come un geniale stratega: è solo un caso che, secondo molte indiscrezioni, lo stesso Bannon sarebbe proprio una delle fonti di Woodward? Altro caso interessante è quello dell’attuale Segretario della Difesa, l’ex Generale James Mattis. Personalmente, tra le pagine di “Fear”, ho contato diciassette episodi in cui Mattis confida a qualcuno che Trump è pazzo o incapace o non adatto al ruolo che ricopre. Ebbene: dall’uscita del libro hanno preso a circolare voci che vorrebbero Trump furioso con Mattis e sul punto di licenziarlo. Solo un caso? Oppure c’era un interesse da parte di qualche “fonte” a gettare discredito sull’ex Generale?

Se lo si odiava si finirà per disprezzarlo ancora di più, chiedendosi per la milionesima volta come sia possibile che un tizio del genere sia diventato Presidente degli Stati Uniti. Se lo si apprezzava, lo si amerà ancora di più, grazie a quel suo essere tragicamente spontaneo e comicamente diverso dalle tanto odiate “elites”

Non lo sapremo mai. Con il metodo del “deep background” tutto può essere vero oppure tutto può essere falso, a seconda di quello che il lettore crede a priori. Il che, in epoca di fake news e post-verità, è un metodo piuttosto pericoloso: se un domani uscirà un libro simile ma con una tesi rovesciata, atta cioè a dimostrare la genialità di Trump, su quali basi oggettive sarà possibile criticarlo?

In ogni caso, l’unico dato oggettivo che caratterizza davvero la lettura di “Fear” – a parte l’indubbio valore come testo comico – è l’assoluta assenza di informazioni nuove. Il fatto che Donald Trump sia un bifolco collerico e discretamente ignorante, e che abbia un modo di gestire la cosa pubblica “disinvolto”, era già chiaro a tutti da sempre. Per questo, leggere quattrocento e rotte pagine per scoprire che Trump, in una delle sue estemporanee sfuriate, abbia chiesto la testa di Assad o volesse bombardare senza preavviso la Corea del Nord, non fa altro che confermare l’opinione che già si aveva di lui.

Se lo si odiava si finirà per disprezzarlo ancora di più, chiedendosi per la milionesima volta come sia possibile che un tizio del genere sia diventato Presidente degli Stati Uniti. Se lo si apprezzava, lo si amerà ancora di più, grazie a quel suo essere tragicamente spontaneo e comicamente diverso dalle tanto odiate “elites”. Niente, insomma, è destinato a cambiare, e se per un libro, nel lungo periodo, non potrebbe esistere destino peggiore per Trump il tutto rappresenta un’ottima notizia. Dividi et impera: non è mai stato vero come adesso.

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