26 Settembre Set 2018 0556 26 settembre 2018

Ecco i dieci punti da cui l’Italia e l’Unione Europea devono ripartire

Per fermare l'ondata di nazionalismo populista non serve una nuova grande coalizione di partiti di establishment, ma una visione dirompente di Italia e di Europa. Ecco i 10 punti di Fusacchia, Galtieri, Marsili, Pascucci, Pizzarotti, Pozzo, Soverini

Europa_Linkiesta
Tobias SCHWARZ / AFP

Oggi più che mai abbiamo bisogno di una visione dirompente di Italia e di Europa, e del coraggio che serve per aprire una storia nuova – fatta di contenuti diversi, metodi diversi, leadership diverse.
Pensare di arginare la crescita del nazionalismo populista con l’ennesima grande coalizione di partiti e leader di apparato è la strada maestra per garantire una lunga egemonia alla nuova destra, rafforzando il consenso della Lega e di quella parte del M5S che non ha fatto fatica a comporre un governo di reazionari. Anzi: questa è precisamente la strategia perseguita da Steve Bannon. E che mira a replicare ovunque lo scontro fra vecchio establishment e nuovo populismo che tanto successo ha avuto alle ultime elezioni americane.

Per questo sarebbe controproducente costruire un unico fronte repubblicano, nazionale o europeo. Una grande alleanza “da Macron a Tsipras” avrebbe come solo risultato quello di trasformare le prossime elezioni europee in un grande referendum contro l’Europa. Non solo contro l’attuale, ma anche contro qualsiasi altra Europa possibile.

Servono invece proposte nuove e dirompenti, una nuova capacità di ascolto dei bisogni dei cittadini, e persone che incarnino queste proposte e questa capacità.

Ecco dieci punti da cui proponiamo di partire:

Servono proposte nuove e dirompenti, una nuova capacità di ascolto dei bisogni dei cittadini, e persone che incarnino queste proposte e questa capacità

1) Sviluppo: Piano di investimenti in riconversione ecologica e industriale. Serve un massiccio investimento verde nell’ordine di 500 miliardi di euro a livello europeo finanziato dalla Banca Europea degli Investimenti. Tra gli obiettivi di questo Piano: la nuova manifattura, la robotica, la transizione ecologica ed energetica, la mobilità sostenibile, la progressiva eliminazione della plastica. Se non vi fosse l’accordo di tutti sull’investimento, si dovrebbe partire a livello nazionale coi Paesi disponibili a farlo, perché per investimenti si deve poter prendere soldi in prestito. Contestualmente, serve completare il mercato unico europeo nei servizi e nel digitale, per permettere alle aziende europee di crescere nei settori del futuro. Questo Piano dovrebbe anche aiutare migliaia di piccole imprese italiane a strutturarsi in realtà più solide e capaci quindi di creare lavoro di qualità.

2) Ricerca: Centro europeo per l’intelligenza artificiale. Stiamo perdendo l’appuntamento con il vapore del ventunesimo secolo – l’intelligenza artificiale – dove l’unica competizione è quella fra Silicon Valley e Cina. In stretto rapporto col Piano del punto (1), è necessario un massiccio aumento di investimenti in ricerca e sviluppo in aree come energia, medicina e trasporti, con finanziamenti all’innovazione di base, alla ricerca universitaria, all’imprenditorialità strettamente legata alla ricerca. Così come, dopo la Seconda Guerra mondiale, l’Europa mise in comune la ricerca sul nucleare fondando il CERN, occorre oggi un forte investimento comune per un Centro Europeo dell’Intelligenza Artificiale.

3) Fiscalità: Blocco dei paradisi fiscali e tasse europee per le multinazionali. Alcuni di questi paradisi sono dentro la stessa Unione europea: il Lussemburgo o l’Irlanda, ad esempio. Le multinazionali che ne fanno uso sono le più varie, non solo i giganti del web d’oltreoceano ma anche i colossi europei e italiani (IKEA, Zara o FCA, solo per citarne alcuni). Il gettito perso è di svariate centinaia di miliardi di euro l’anno. È un tema su cui, se necessario, occorre bloccare i lavori dell’Eurogruppo: non è più tollerabile che si condannino i pensionati greci o i giovani italiani alla povertà per difendere il diritto all’elusione fiscale. Serve inoltre in tutta Europa una corporate tax minima su cui poi i singoli Stati possano decidere aliquote più elevate: non è più accettabile che l’unico modo per attrarre investimenti sia giocare al ribasso.

4) Lavoro: Job Guarantee per garantire un lavoro part-time. Da svolgere presso le comunità locali, con uno stipendio modesto che non crei disincentivi alla ricerca di un lavoro né dia diritto a una carriera, in tutti quei lavori di cui le nostre città avrebbero bisogno, a partire dalla cura delle persone e del territorio. Partiamo da una considerazione semplice, vale a dire che i costi di disoccupazione e sotto-occupazione sono enormi: sussidi di disoccupazione, svalutazione del capitale umano, brain drain, traumi psicologici e perdita di coesione sociale.

5) Lavoro: Uno Statuto Europeo dei Lavoratori. Per garantire un salario minimo orario in ciascun Paese e stesse garanzie per ogni lavoratore europeo, fra cui un sussidio di disoccupazione e uno schema pensionistico europei e comuni. Divieto di ogni forma di lavoro non remunerato e contrasto allo sfruttamento attraverso l’istituzione di un Ispettorato Europeo del Lavoro. Politiche per ridurre i divari di produttività cui corrisponda la progressiva convergenza al rialzo dei salari così da ridurre il dumping sociale, le delocalizzazioni, raggiungere la parità salariale uomo/donna e arginare la migrazione economica involontaria.

6) Istruzione: Un New Deal europeo per l’Istruzione. Un grande piano continentale per: dare asili a tutti i bambini europei, facendone luoghi di cura e di prima scolarizzazione, considerato il ruolo cruciale che i primi anni di vita hanno sul futuro di una persona; eliminare la dispersione e l’abbandono scolastici e avvicinare la scuola ai mestieri e alle tecnologie di domani; prima del diciottesimo anno d’età, permettere ad ogni studente di scuola, senza oneri per le famiglie, di fare un’esperienza educativa e formativa in un altro Paese europeo; entro il 2030, avere almeno il 50% del corpo docente con un’esperienza di formazione e insegnamento in una scuola di un altro Paese europeo.

7) Migrazione: Visti di ingresso rilasciati direttamente dai consolati nei Paesi di origine. Dobbiamo riaprire flussi legali con cui offrire una via concreta di migrazione regolare e circolare. Se non esiste alternativa ai viaggi della speranza, i viaggi della speranza diventano l’unica alternativa. La domanda di tali visti supererebbe l’offerta e per chi ne farà richiesta ci sarebbe da aspettare. Ma saranno in molti a preferire l’attesa ai viaggi della morte: e proprio qui sta la dimensione regolatrice della proposta. Da mettere sul tavolo del Consiglio europeo. In subordine, da applicare a livello nazionale. Inoltre, è necessario direzionare i finanziamenti europei a quelle città che accolgono migranti e richiedenti asilo, stanziando per ogni euro speso in integrazione un euro in servizi sociali per la cittadinanza. Così che accoglienza significhi più servizi per tutti.

8) Welfare: Piano Casa per il diritto universale a un alloggio degno. Stiamo parlando di persone a rischio di povertà; di giovani che cercano di acquistare o affittare la prima casa; di studenti fuori sede; di rifugiati con diritto alla protezione internazionale. Possiamo lasciare questi soggetti alla guerra fra poveri. O possiamo riattivare la straordinaria tradizione europea degli alloggi sociali, con sistemi di monitoraggio e gestione avanzati, una riconversione energetica del patrimonio immobiliare esistente, e senza nuovo consumo di suolo.

9) Pubblica Amministrazione: Uno Stato alla velocità dei cittadini. Burocrazia zero grazie alle nuove tecnologie e quindi servizi disegnati a partire dalle esigenze dei cittadini e fruibili digitalmente, sul modello dell’Estonia. Iniezione massiccia di giovani, portatori di nuove competenze, nei nostri ministeri e negli altri livelli di governo (regioni, comuni), e contestuale trasformazione del potere pubblico da controllore in piattaforma che abilita cittadini e imprese nella realizzazione dei propri progetti, attraverso l’aumento della discrezionalità a favore di chi lavora nel pubblico. Carriera dei funzionari legata a periodi in amministrazioni di altri Paesi europei. Maggiore centralità degli enti territoriali.

10) Europa: Democrazia. Più potere al Parlamento europeo, meno veti incrociati nel Consiglio. Invece di andare a Bruxelles a minacciare o elemosinare scampoli di flessibilità, si dovrebbe mettere sul tavolo una proposta semplice quanto dirompente: la democratizzazione del nostro continente. Da una parte stanno i cittadini, dall’altra il Congresso di Vienna. A livello nazionale, estensione di strumenti di democrazia diretta ai comuni e possibilità raccolta firme online per le iniziative popolari per tutti i referendum e per la presentazione delle liste per tutte le elezioni.

A partire da questi 10 punti – e uniti nella diversità – proponiamo oggi di ritrovarci in uno spazio aperto di dibattito e confronto, per ridare alla politica la capacità di anticipare e governare i cambiamenti.
Oggi più che mai pensiamo che l’Italia e l’Europa abbiano bisogno di apertura, inclusione e costruzione di opportunità, con cui riempire una cittadinanza nuova che superi i confini nazionali.
Nel 2008 è successo qualcosa di più di una crisi: è morto un mondo. Oggi non è più tempo di tenere artificialmente in vita quello che Stefan Zweig chiamava il mondo di ieri. Ma di costruire quello di domani. E accompagnare allo sdegno verso ciò che ci circonda il coraggio di cambiare.

Alessandro Fusacchia, deputato di +Europa e segretario di Movimenta

Francesco Galtieri, coordinatore nazionale di Movimenta

Lorenzo Marsili, direttore di European Alternatives e co-fondatore di DiEM25

Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri e coordinatore nazionale Italia in Comune

Federico Pizzarotti, sindaco di Parma e presidente di Italia in Comune

Patrizia Pozzo, membro del Coordinamento Nazionale di DiEM25

Serse Soverini, deputato alla Camera

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