26 Settembre Set 2018 0600 26 settembre 2018

Reddito di cittadinanza? Decreto Dignità? Tutto fumo. E governare con le promesse è un boomerang

Sono i fatti, e non le promesse, a determinare il consenso. E finora il reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle è una versione un po’ più finanziata del reddito di inclusione. Il “decreto dignità” avrà effetti controproducenti sul mercato del lavoro, come sanno tutti. Governare, decisamente, non è

Di_Maio_Linkiesta

«Con la pensione di cittadinanza e reddito di cittadinanza noi, in maniera decisa, con questa manovra avremo abolito la povertà», dice Luigi Di Maio, intervenendo a Porta a Porta. E forse dovrebbe pensarci bene alle parole che usa, il vicepremier. Perché è vero, la forza del Movimento Cinque Stelle è sempre stata quella di alzare l’asticella delle aspettative, di proporre agende radicali che altrove erano state abbandonate nel nome di un blando riformismo ligio al principio di realtà, quand’anche cozzasse con i bisogni e i desideri degli elettori. Ma il vero rischio, una volta al governo, è quello di pagare lo scotto di quelle promesse. Tanto più se si continua a lanciare la palla avanti, a promettere senza soluzione di continuità.

Perché no, una volta che si è al governo, sono i fatti e non le promesse a determinare il consenso. E se si scopre che il reddito di cittadinanza non è in realtà un sussidio a vita, se dura solo il tempo di tre offerte di lavoro o di tre anni, se in realtà non è che una versione un po’ più finanziata del reddito d’inclusione di Renzi e Gentiloni, se alla fine non diventa che un sostegno al reddito per 4,7 milioni di persone, dai 2,5 attuali, non hai abolito la povertà. Primo, perché i poveri in Italia sono più di 10 milioni. Secondo, soprattutto, perché è un sussidio a tempo che non funziona se non rimetti le persone nel mercato del lavoro, cosa che riesce molto bene a Milano, dove la domanda di lavoro è molta i poveri sono pochi, e molto meno a Catanzaro, dove accade esattamente il contrario.

L’imbarcata è dietro l’angolo. E forse dopo un anno sì, ma dopo due, tre, cinque anni saranno finiti gli alibi per poter chiamare in correità il Partito Democratico. E sarà allora che la realtà e la complessità presenteranno il conto al vate della sparata a effetto, del titolone sulle prime pagine, del sottopancia di Otto e Mezzo. Perché governare è difficile. Perché non tutto è governabile dalla politica

Lo stesso identico esempio si può fare pure per il decreto dignità, che per Di Maio è l’antidoto alla precarietà, laddove invece è un placebo che ai contratti a termine non farà nemmeno il solletico, ampliando ls platea dei disoccupati. Parlate con chiunque stia maneggiando ora i dati del lavoro e con chi sta parlando con le imprese e vi diranno tutti la stessa cosa: i dati di gennaio saranno devastanti per l’occupazione. E i posti di lavoro, se nasceranno, saranno a tempo determinato. Se nasceranno, perché fare pasticci come rischiava di essere quello sull’ulva i posti di lavori li distruggono molto più del Decreto Dignità.

Lo stesso, infine, vale per la crescita economica, che non passa da qualche decimale in più di deficit, soprattuto se finalizzato a dare sussidi o ad alzare le pensioni minime agli anziani, o peggio ancora ad abbassare l’età pensionabile mentre l’aspettativa di vita aumenta. Anche qui, il determinismo di Di Maio, la sua incrollabile certezza di fronte a quella bacchetta magica chiamata legge di bilancio nelle mani del governo del popolo, rischia di fare più danni che altro. Perché la crescita dipende dai dazi che rischiano di frenare il commercio con l’estero, con investimenti ad alto moltiplicatore di cui non si vede traccia, dopo tante chiacchiere, con un’incisiva azione fiscale che rimetta nelle condizioni le parti più dinamiche e propense a consumi e investimenti nella società (leggi: i giovani) di investire e consumare.

L’imbarcata è dietro l’angolo. E forse dopo un anno sì, ma dopo due, tre, cinque anni saranno finiti gli alibi per poter chiamare in correità il Partito Democratico di Maurizio Martina, o gli “assassini politici” (che vergogna questa affermazione, ministro) che hanno prodotto il Jobs Act. Ma mentre Salvini potrà dire di aver raggiunto i risultati, perché è più facile, perché lui è abile a crearsi alibi, a non spararla troppo grossa, Di Maio, molto più giovane e inesperto, non potrà dire altrimenti. E sarà allora che la realtà e la complessità presenteranno il conto al vate della sparata a effetto, del titolone sulle prime pagine, del sottopancia di Otto e Mezzo. Perché governare è difficile. Perché non tutto è governabile dalla politica. Perché la politica non basta, soprattutto se non prevede sacrifici. E torna tutto, prima o poi. Anche il dissenso.

Potrebbe interessarti anche